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start:contributi:pietas

LA PIETAS STORICA

di Mariano Fresta.

La Storia che si studia a scuola riguarda i grandi personaggi e le vicende vissute da popolazioni spesso organizzate in Nazioni e Stati. È la storia che ci parla delle civiltà del passato, dei grandi avvenimenti succedutisi nell'arco di molti secoli, le guerre, le grandi scoperte geografiche e scientifiche. Accanto a questa, però, ce n'è un'altra, da scrivere con l'iniziale minuscola, che riguarda i piccoli paesi, i borghi, le piccole comunità, la vita quotidiana di tutti gli uomini. Diceva un grande poeta e scrittore tedesco del secolo scorso che la Storia ci parla dei Faraoni egizi che fecero costruire le piramidi, che ancora oggi ammiriamo, ma non ci racconta nulla delle migliaia di schiavi che vi lavorarono. E così succede che nulla si dice di quelle persone che sono state costrette a vivere in silenzio grandi avvenimenti come le pestilenze, le guerre, le rivoluzioni.

La storia ha due grandi contenitori dove si depositano gli avvenimenti: il primo è la memoria personale di ognuno di noi, che è però un contenitore piccolo, di breve durata: è vero che essa si può ampliare trasmettendola da una persona all'altra, da una generazione all'altra, ma, così facendo, allontanandosi dalle vicende realmente accadute, si rischia di farla diventare un racconto non di fatti, ma di leggende, come è avvenuto per la guerra di Troia, realmente svoltasi ma tramandataci oralmente come impresa mitologica.

Sin dall'antichità, tuttavia, gli uomini hanno pensato che forse era meglio affidarsi a qualcosa di meno volatile della memoria dei singoli e delle comunità umane, hanno inventato così gli archivi, i musei, le biblioteche. Se conosciamo qualcosa del passato è merito, dunque, di archivisti, storici, bibliotecari, ecc.

A volte, però, la conservazione di testimonianze avviene per casi fortuiti: come terremoti, inondazioni ed eruzioni vulcaniche, oppure guerre; per esempio, tutto ciò che è stato trovato a Pompei è dipeso da una disgrazia improvvisa e non dalla volontà dei Pompeiani di lasciarci i segni della loro presenza.

Gli archivi, dunque, hanno una durata più lunga, ma hanno i loro limiti: spesso infatti giacciono in locali poco difficili da frequentare; inoltre essendo i documenti tantissimi, perché si sono accumulati nel corso dei secoli e dei millenni, la loro utilizzazione diventa difficile se non impossibile senza una classificazione e una schedatura delle vicende accadute che li rendano accessibili. La mancanza di una loro frequentazione spesso li rende inutili agli occhi dei più e con l'andare del tempo si impoveriscono, perdono documenti, finiscono nel dimenticatoio e lasciati alla critica roditrice dei topi e della polvere.

Nonostante ciò, spesso ci riservano sorprese perché vengono fuori documenti di cui si era persa traccia, com'è stato per il ritrovamento di queste foto di cui nessuno ricordava più nulla. Dalle scartoffie impolverate e custodite in cassetti che da anni non venivano aperti, è venuta fuori questa busta, con dentro un centinaio di foto, quasi tutte scattate negli studi di fotografia. Foto, dunque, destinate ad essere l'immagine ufficiale di chi si faceva fotografare, da mandare alla famiglia lontana, forse anche foto-ricordo di chi stava per partire per la guerra e non sapeva se ne sarebbe tornato.

Che fare di queste foto? Se gli archivisti hanno il compito di conservare e classificare i documenti antichi, gli storici, o coloro come noi, che in questo caso ci assumiamo la funzione di storici, si prendono la responsabilità di riportare alla luce i documenti rimasti sepolti per anni negli archivi.

Gli storici si prendono sempre la responsabilità di quello che scrivono, ma in questo caso la situazione è molto delicata. Non si tratta di documenti antichi che riguardano la politica, l'economia, questioni cioè di interesse e dominio pubblico. Abbiamo qui le immagini di persone che risalgono ad almeno cento anni fa: esse, ahimé, non ci sono più, ma ci sono ancora forse i figli, certamente i nipoti e i pronipoti. Pubblicare queste foto corredate da notizie riguardanti le loro vicende esistenziali potrebbe essere, come si dice, politicamente e moralmente scorretto.

Ma noi (credo di poter parlare a nome di tutti quelli che stanno lavorando a quest'impresa, dato che negli incontri fatti per decidere cosa fare di questo materiale ci siamo trovati d'accordo nel voler pubblicare tutto), non siamo mossi da interessi di lucro o da qualche tentativo di speculazione o dal desiderio di fare dei pettegolezzi. Quello che ci muove è la pietas storica, cioè quel rispetto quasi religioso che si deve avere verso i nostri antenati e le loro opere. E la pietas ci esorta a pubblicare queste foto, a parlare di queste persone e a restituire alla comunità un pezzo della sua memoria storica.

Considerazioni sulle foto

Chi sono i soggetti fotografati? I ritratti riguardano persone giovani e meno giovani in divisa militare, molti dei quali nel retro della foto indicano la loro condizione di soldati (Foto n. 11, retro: Verona 6-5-1939 Ricordo del mio servizio Militare Vostro caro Gennaro). Le foto risalgono al periodo che va dal 1936 al 1944, cioè gli anni appena precededenti lo scoppio del secondo conflitto mondiale e i primi quattro anni di guerra. Che ci fanno cento fotografie di giovani militari nell’archivio della Parrocchia di Abbadia di Montepulciano? Non è facile rispondere a questa domanda, ma si possono fare alcune ipotesi, prendendo spunto dalle date apposte sul retro dei ritratti e dal periodo storico a cui rimandano. Certamente quelle degli anni precedente il 1941 sono foto scattate dopo che i giovani erano stati chiamati al normale servizio di leva; gli altri, purtroppo, svolgevano il servizio di leva sapendo che presto sarebbero dovuti partire per uno dei tanti fronti dai quali avebbero potuto non tornare.
Le loro foto-ritratto, quindi, assumono ai nostri occhi un grande valore. Gli storici della fotografia ci dicono che una volta (oggi in epoca della foto digitale e dei telefonini provvisti di macchina fotografica le cose sono molto diverse), si ricorreva al fotografo nelle grandi occasioni, come i matrimoni, le cresime, i funerali, i compleanni, per immortalare in un’immagine un momento importante della nostra vita. Il servizio militare di leva, per moltissimi giovani, voleva dire entrare nella vita adulta, voleva dire allontanarsi per la prima volta dalla famiglia, dal lavoro, dal paese; voleva dire iniziare un’esperienza tutta personale. Insomma era un momento molto importante e quindi andava documentato con delle foto da mostrare ai parenti, agli amici, alla fidanzata. Se la foto in divisa militare (Carissimni genitori e sorella vi mando la foto vestito a militare, scrive nel retro Dino Giannini in servizio a Torre del Greco) è importante in tempo di pace, immaginiamoci che valore dovesse avere per un figlio e per la sua famiglia un ritratto di un giovane che parte per un’avventura non voluta, per affrontare pericoli sconosciuti, dai quali sarebbe potuto anche non tornare.
Forse, le foto sono state portate in chiesa senza che i giovani fotografati l’abbiano mai saputo. Possiamo immaginare che siano state lasciate sull’altare qualche giorno dopo la loro partenza; è difficile pensare che siano state offerte come ex voto al loro ritorno. Ma chi è andato a svolgere questo compito pieno di fese? Probabilmente le mamme, le mogli o qualcun altro per esse, che avevano a cuore l’incolumità del giovane parente e pregavano perché ritornasse vivo da quell’orrendo macello che si stava consumando in tante parti del mondo.
Senza saperlo, chi ha compiuto questo gesto, ha pure espresso tacitamente, nei modi che gli erano propri e soprattutto gli erano consentiti dal controllo repressivo del regime fascista, la sua contrarietà alla guerra: nessuno potevano gridare “non vogliamo la guerra”, perché avrebbe rischiato troppo, ma portare in chiesa le foto dei loro cari chiamati a far la guerra significava pure che, potendolo, avrebbero rifiutato il conflitto.

Il filosofo Walter Benjamin, che ha studiato l’uso e la funzione della fotografia nella nostra società, ha affacciato l’ipotesi che i ritratti moderni possono essere paragonati ai graffiti che molte popolazioni cosiddette primitive ci hanno lasciato. Queste comunità umane sopravvivevano grazie alla predazione, a ciò che riuscivano a cacciare. Nelle pareti delle caverne dove abitavano erano soliti disegnare, con brevi e rozze linee, scene in cui i cacciatori riuscivano a catturare cervi e buoi selvatici. Questi disegni, secondo le loro credenze, dovevano facilitare la cattura di quegli animali, senza i quali non sarebbero potuti sopravvivere. Il disegno per loro era, dunque, un fatto rituale; da noi, che non abbiamo più la necessità di andare a caccia per procurarci il cibo, questi graffiti non sono visti come disegni rituali, ma come opera d’arte. Anche la fotografia, sin dalla sua nascita, è stata considerata come una espressione artistica. Ma, dice Benjamin, un po’ di quell’elemento ritualistico che era proprio dei disegni preistorici, è rimasto nel ritratto fotografico. Chi ha portato le foto in chiesa non solo rispondeva al suo bisogno di esternare la propria fede religiosa, ma, senza averne coscienza, ripetevano un rito antichissimo, quello di poter possedere ancora il parente che era stato ritratto nella foto.

Schizzi di appunti e suggerimenti

Due temi mi sembrano importanti da sviluppare.

Il primo è quello della devozione religiosa mista ad una forma antica di superstizione collegata agli ex voto. Le foto potrebbero essere ex voto, cioè portate in chiesa “per grazia ricevuta” dopo la guerra. A me la cosa non sembra logica per due motivi: tra le foto se ne trovano alcune di persone che dalla guerra non sono ritornate (può darsi che le mie informazioni non siano corrette), e poi perché l'ultima data deducibile dalle foto è il 1944, anno in cui nella zona era quasi finita se non finita del tutto; tutte le altre date vanno dal 1936 al 1943, quindi prima della guerra e durante la guerra. È probabile che le foto siano state portate in chiesa quasi a mettere sotto la protezione divina i giovani che partivano per il fronte.

Ma chi ha portato le foto in chiesa? Le donne? Tutte insieme oppure ciascuna per proprio conto?

La società chianina si è caratterizzata nel dopoguerra per la sua ideologia socialcomunista e anticlericale: allora gli uomini laici e le donne cattoliche? Oppure altro?

Sarà il caso di ragionarci a lungo.

Il secondo tema è dato delle foto. Ci dicono qualcosa? E cosa? Che tipo di foto sono? Secondo me suggeriscono discorsi complessi da svolgere mediante l'aiuto dell'antropologia e della sociologia. Vedere in Biblioteca comunale alcuni testi su cui lavorare. Per esempio: Ando Gilardi (Storia sociale della fotografia1)); Walter Benjamin (storia della fotografia; L'opera d'arte al tempo della sua riproducibilità tecnica2)). Vedere anche altro … Qui ho fatto delle ricerche in merito, ma la biblioteca comunale di Caserta è ferma al tempo dei Borboni.

Potrei andare a Napoli, ma è più comodo andare a Montepulciano, almeno per voi …

Buon lavoro,

M.

1) Si trova: Biblioteca umanistica Arezzo e Biblioteca comunale Siena.
2) Si trova: Biblioteca umanistica Arezzo e Biblioteca comunale Siena, Università stranieri Siena.
start/contributi/pietas.txt · Ultima modifica: 05/12/2018 09:51 da cesiano