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progetti:piero:frontiera2:4

4/ Quarto Quaderno

Il Futuro cementifica la vita possibile.
Qui la vista era incredibile.
Da oggi è probabile
che ciò che siamo stati
non saremo più.
Il Passato adesso è piccolo,
ma so ricordarmelo.

F. Bianconi “Il Futuro”

Convegno Scientifico. Fossombroni. Scavare o Colmare. Ripopolamento della Valle. Le Colmate e la Fila. La Mezzadria e la Frittata. Ottava Rima. Miocio, Miniera. Nomi e Soprannomi. Indiani di Chiana.

Frontiera Due ricordava che per portare a termine la bonifica della palude chianina - già iniziata in tempi lontani, durante il governo dei Medici e non ancora finita - il Granduca Pietro Leopoldo si avvalse delle idee e dei servigi dei più grandi esperti del momento, quali i matematici Ximenes e Perelli, gli ingegneri Salvetti e Ferroni, l’economista Tavanti, l’idrologo aretino conte Fossombroni, e altri meno famosi ma ugualmente importanti. Però - come spesso succede quando si mettono insieme troppi cervelloni - le varie idee di allora, saltando da una testa all’altra, si intrecciarono con facilità e non fu tanto semplice ritrovare il bandolo della matassa. Alcuni scienziati poi, tenendo stretta in tasca la propria convinzione, quasi fosse verità assoluta, e sicuri che gli altri colleghi, reputati chiaramente degli incapaci, occupassero certi posti di responsabilità soltanto grazie alla benevolenza di qualcuno che, senza far nomi, contava parecchio, non solo non cercarono i punti di contatto di certo esistenti tra le varie teorie prospettate, ma a volte, con sfottò o con più sottili ironie, si dilettarono a seminare insicurezze e gelosie fra i loro colleghi. E così, tra pareri diversi e dure controversie, tra forti contrasti e fumose discussioni, i progetti rimasero fermi per lungo tempo, indecisi quanto le acque paludose di cui si sarebbero dovuti occupare. Alla fine, più per compiacere al Granduca, che per convinzione logica, tutti sembrarono concordare tre modalità d’intervento: uno, incrementare le pendenze, pressoché inesistenti, dell’alveo del Chiana sgrondante in Arno e costruire canali e allaccianti, dove convogliare le acque di fossi o reglie delle colline limitrofe e dei numerosi torrenti, quali il Salarco, la Foenna, il Salcheto e l’Asso; due, abbassare di conseguenza anche la chiusa dei Monaci, costruita dai frati cassinesi nel dodicesimo secolo proprio nei pressi del punto d’affluenza del Chiana in Arno, con lo scopo di dosare il frenetico traffico di acque in Firenze; tre, rialzare la parte della vallata che si trovava a un livello inferiore dei letti di canali e torrenti, colmando quei terreni con detriti e sedimenti. Non ci volevano poi grandi menti per capire la situazione di quel territorio, sufficientemente analizzato anche da loro illustri predecessori. Il problema vero - che portava quei signori a litigare di brutto e l’acqua a ristagnare - non stava tanto nella scelta delle possibili soluzioni né in quella dei tempi o dei modi della sua attuazione pratica, quanto nella insaziabile voglia di successo personale che era alla base di un comportamento poco collaborativo. Certe loro riunioni, o pranzi di lavoro, si chiudevano spesso con piatti colmi di ossi, fiaschi vuoti e liti memorabili. Le offese, a volte pesanti, scendevano anche sul piano personale e l’acqua non c’entrava mai niente. Spesso le discussioni arrivavano a livelli più bassi di quelli dei terreni di cui si dovevano interessare. Frontiera Due, per sua fortuna, era nata sulla terra vera, una terra solida e naturale, al confine della melma e delle puzzolenti acque della palude chianina. La bonifica della valle, iniziata quasi cent’anni prima della sua nascita e poi proseguita per altrettanto tempo, le prime case e le capanne furono costruite qua e là sopra parti di terreno riaffiorate spontaneamente in mezzo agli acquitrini. Frontiera Due però, non senza un po’ di puzza sotto il naso, considerava quei luoghi interni poco felici perché soggetti a continue alluvioni, almeno finché non si trovava il modo di incanalare le acque e portarle via. Comunque aveva amato, per il suo particolare senso materno, la nascita dei campi e delle case e seguito con grande interesse l’evoluzione dei lavori. Si sentiva onorata di aver ospitato fra le sue mura ingegneri, tecnici, artigiani e manovali che avevano lavorato al risanamento della valle. Frontiera Due si ricordava ancora di loro. Tutti, chi più e chi meno, avevano dormito, mangiato e chiacchierato appassionatamente sotto il suo tetto.

Lei, a volte, si era pure divertita.

Per la bonifica della zona compresa tra il ponte di Valiano e le terre di Foiano – uno dei posti più malmessi di tutta la valle – gli specialisti assoldati dal Granduca discussero molto, e molto animatamente, durante i diversi convegni. Alla fine sul tavolo della discussione rimasero soltanto due teorie. Si dette come sempre, e in quel caso anche saggiamente, un colpo al cerchio e uno alla botte. La decisione conclusiva spettò al neo nominato Soprintendente Generale del Dipartimento delle Acque in val di Chiana, che affrontò argomento, riassumendo lo stato dell’opera e le sue possibilità di attuazione. Fu durante un’importante riunione di lavoro, tenutasi qualche giorno prima di Natale nella cucina di Frontiera Due, intorno a una tavola ben imbandita.

- Ordunque, chiameremo in due modi, i sistemi di bonifica delle terre paludose. – La voce di Fossombroni interruppe il chiacchiericcio ridanciano. Il pranzo stava giungendo al termine. - Il primo sistema è detto Es,sic,ca,zio,ne– sillabò forte la parola e poi, per farne l’esempio, svuotò tutto d’un fiato un bel bicchiere di vino poliziano - e il secondo Al,lu,vio,ne.Versò rapidamente il vino nel bicchiere fino a farlo spagliare sulla tovaglia. Poi, senza toccarlo con le mani, si chinò, appoggiò le labbra sul bordo e con un breve sorso ne aspirò l’eccesso fermato lì dalla tensione superficiale.

- Ma come? O non era… l’acqua… che spagliava? - commentò qualcuno. Risata generale!

- La bonifica per Essiccazione consiste nel procurare esito alle acque dirigendole con escavazione di canali, rotture d’obici sassosi o trafori di monti, in qualche recapito d’inferiore livello che a sé le inviti. -

- Per lei, padre Ximenes, avrei, invece, un paio di indirizzi invitanti… di alto livello… donne di classe per intenderci! – disse l’ingegner Salvetti rivolgendosi al vecchio scienziato gesuita, il quale, sentendo il suo nome, si destò improvvisamente dalla pennichella, annuendo con la testa. Sbruffata generale!

Fossombroni, abituato alle battute di Pietro Leopoldo, continuò a parlare senza interessarsi più di tanto delle arcinote provocazioni del Salvetti, nominato ispettore delle paludi, proprio dal Granduca in persona.

- La bonifica per Alluvione, invece, consiste nell’introdurre in una campagna le acque di un fiume torbido obbligandole a perdere ivi il naturale movimento e per conseguenza a depositare le materie che trasportano. Le “colmate” poi, - disse la parola chiave con voce altisonante – che sono una specializzazione del sistema di bonifica per alluvione, consistono nel lasciar sboccare e versare un torrente in una data ed amplia località, fatta recingere da argini, e nel far uscire da codesti argini, mediante appositi regolatori in muratura e legname, l’acqua sovrabbondante, che ha modo così di depositare nella località recinta, le materie solide in sé contenute, vale dire quel “ fior di terra”, quelle “arene d’oro”, come le chiamava Torricelli, –riprese fiato, scolò tutto il bicchiere forse in omaggio al grande fisico faentino che, a servizio dei Medici, aveva elaborato dei metodi di bonifica delle paludi o, più probabilmente, dato che li condivideva solo in parte, per rifiatare un po’ e per bagnarsi la gola con quel nettare divino. Poi continuò con enfasi: –che servono a fertilizzare il suolo e a rialzare, naturalmente con il loro deposito, la superficie, e ha modo, al tempo stesso, lasciando le materie torbe, di uscir dal recinto già chiarificata, ed immettere nel prossimo canale in condizioni da non interrare e da non difficoltare il corso delle acque che esso porta, ma da renderlo invece, col volume e la spinta, più facile e sollecito.1)- Applauso generale!

- Per colmare… una pancia, come colmare questi terreni… non occorre un miracolo, ci vogliono tre cose: forza, spinta e… salute, nevvero geometra Sanpietro? - interruppe ancora il Salvetti, mimando ironicamente la forma della colmata con un mezzo arco della mano sopra la pancia. Silenzio generale!

L’anziano geometra Sanpietro era sempre stanco e malaticcio e tutti lo consideravano un perenne sfaticato. A quanto si diceva in giro, per lungo tempo la sua sterilità - ricordo di un’orchite giovanile - non gli aveva permesso d’ingravidare la moglie, e poi un bel giorno, fra la sorpresa generale, perché nessuno credeva ai miracoli, lei era rimasta miracolosamente in cinta.

Il Salvetti, in realtà, stimava la maggior parte dei colleghi ma, con le sue ostentazioni becere e pettegole, spesso più teatrali che sincere, cercava soltanto di distogliere la loro attenzione dai discorsi troppo noiosi e ampollosi del conte aretino. Quasi tutti lo consideravano un simpatico disturbatore e non gli portavano rancore per questo. Inoltre, pur avendo le sue particolari idee, alla fin fine, Salvetti rispettava sempre le decisioni del Fossombroni. Semmai, la cosa che non riusciva a mandare giù era il fatto che l’ingegnere aretino nei suoi discorsi non perdesse mai l’occasione di attribuire alti meriti scientifici al Torricelli, mentre sistematicamente si dimenticava dei progetti di colmata del fiorentino Ciaccheri e, soprattutto, della proposta di escavazione di un canale Maestro per tutta la vallata, fatta a suo tempo dal castiglionese Gaci.

Dopo il Soprintendente Generale, prese la parola proprio il Salvetti. Si alzò dalla sedia, riempì tre bicchieri con del vino rosso, esattamente alla stessa altezza, e poi, a mo’ di brindisi, ne alzò uno in aria. - Se X è uguale a Y, e Y è uguale a Z, - disse indicando di volta in volta i bicchieri menzionati - allora anche X sarà uguale a Z. –

Poggiò il terzo bicchiere sul tavolo a fianco degli altri due.

- E quando le cose sono uguali, come i nostri bicchieri e i nostri livelli o, più in generale, come le nostre idee, allora ogni singola situazione si consolida in quello stato e tutto diventa immobile. Per sua natura, il mondo in cui viviamo tende a un livellamento globale, diciamo a un pareggio di piani strutturali diversi, che certi fenomeni fisici e chimici governano e decidono. Col tempo, erosioni, alluvioni, frane, eruzioni, rigonfiamenti e terremoti faranno scendere le montagne e salire le pianure fino a quando ogni asperità e ogni avvallamento non s’incontrino a una medesima quota, pareggiando le loro energie potenziali. Soltanto allora, terra, acqua e aria si fermeranno, e probabilmente, per sempre. L’appiattimento della natura decreterà anche il nostro appiattimento e con la fine di ogni movimento tutto tornerà a immergersi nel buio e nel silenzio eterno. - Salvetti si fermò un attimo, solo per guardare l’effetto delle sue parole sulle facce dei presenti. Qualcuno incolpò il vino, altri credettero di aver sognato durante il pisolino ma alcuni, senza capirci niente, pensarono di trovarsi di fronte a un grande filosofo.

- Quindi sta a noi cogliere queste forze e sfruttarle in altri modi perché non si arrestino, sta a noi destabilizzarle e indirizzarle, non assecondando i loro predestinati percorsi che conducono a questa eterna immobilità ma guidandole per una via che continuamente cambi, sprofondi, salga, s’incurvi, scenda e corrompa, o comunque esageri sempre! - Bevve un po’ di vino dai tre bicchieri a sorsate di misura diversa e continuò.

- Se X è diverso da Y, e diverso da Z, allora tale continua disuguaglianza manterrà le nostre acque sempre in movimento e per noi diventerà più facile convogliarle e indirizzarle ovunque si desideri. Potremo sfruttare, così, la loro massa e la loro accelerazione per infondergli più forza e più velocità, conformemente al mai troppo conosciuto Secondo Principio.

Bisogna perciò incrementare le discese, gli spareggiamenti, i dislivelli, le inclinazioni e le pendenze in modo che l’acqua melmosa, che prima correva inarrestabile giù dai declivi e dalle chine e che ora si è fermata in questa valle piatta, torni a muoversi verso il mare. Solo allora si potranno rialzare i nostri campi con le colmate. Dovremo però lasciarli sempre inclinati, altrimenti dopo un po’ saremo di nuovo punto e a capo. Ogni terreno che solleveremo, come ogni collina che abbatteremo sarebbe soltanto un passo pericoloso verso quel livellamento non appropriato di cui ho fatto menzione nella mia premessa logica. Signori, dobbiamo tornare a scavare o a riportare, ma, badate bene, a scavare o a riportare per creare più forti pendenze e non per pianeggiare. La val di Chiana ha bisogno di grandi dislivelli e di discese audaci se si vuole che le acque raggiungano più velocemente l’Arno. –

Il Salvetti, quando voleva, non disdegnava di certo il senso pratico delle teorie, o meglio - avrebbe detto lui - la dimostrazione sperimentale del pensiero che, da più di un secolo, aveva introdotto nella scienza quel Galileo pisano. Così versò una ramaiolata di brodo e pasta dentro un piatto concavo. “Brodo di ocio e tagliatini, pensò, una minestra eccezionale. Chissà perché sarà avanzata?” Poi lo inclinò lentamente e fece spagliare il brodo sulla tovaglia. Ne sembrò dispiaciuto ma non per la tovaglia. Quindi lasciò il piatto in pendenza, calzandolo da una parte con un coltello. Sul piatto adesso si potevano vedere i tagliatini quasi completamente asciutti.

- Questa valle non deve diventare un altopiano ma semplicemente una terra coltivabile, con campi sempre asciutti e perciò obliqui… pendenti verso Firenze, come… come questo piatto. Magari, poi dovremo procurare al brodo spagliato… volevo dire… alle acque sgrondanti, un percorso adatto che le porti via senza allagare la tovaglia… ovvero la campagna. In quanto ai campi siffatti, io dico che potranno essere lavorati ugualmente. Magari non seguendo il verso dell’inclinazione, più faticoso per il continuo saliscendi, ma solcandoli in senso trasversale. Sarà una terra movimentata come il corpo di una bella donna e diventerà ancora più fertile se, sempre come il corpo di una bella donna, sarà solcato a dovere. – Soddisfazione generale!

I discorsi arditi e piccanti del Salvetti spesso risultavano incomprensibili alla maggior parte dei presenti. A costoro restava ancor più inspiegabile quella strana scienza moderna che sporcava le tovaglie e sprecava il buon brodo. Quel giorno, però, le gloriose teste, per non essere tacciate di incompetenza o di eccessivo tradizionalismo, acconsentirono con decisi movimenti verticali. Forse non si ricordavano bene la storia della val di Chiana o forse, come lo stesso Salvetti, non avevano mai sentito parlare di un lanzichenecco chiamato Sauro.

A quel punto, chiese la parola il giovane matematico Pietro Ferroni, eletto a soli ventuno anni Fisico di Corte del Granducato di Toscana. Aveva l’incarico di occuparsi della suddivisione delle terre bonificate e della progettazione delle vie di comunicazione, o riattivando gli antichi percorsi inghiottiti dalle acque o creandone di nuovi. Aveva una gran testa, in tutti i sensi, e lui lo sapeva. Si alzò dalla sedia e con il fare dell’età, audace e supponente, così parlò:

- Illustri colleghi, queste colmate mi convincono solo in parte ma le ulteriori eccessive escavazioni ancora meno. D’altro canto dite voi, the water è per il mare, but I think, meglio non mandarcela troppo rapidamente e di certo, neppure tutta. Intendiamoci, illustri colleghi, io non son qui per l’acqua, io sono qui for the ground, for the land, per la terra, insomma, che I dovrò sistemare e che you mi dovete procurare. The water non è di mia competenza ma ne sono interessato anch’io. –

Aveva appena detto poche parole e già tutti i presenti guardavano con occhi stralunati ora il collega vicino, ora lui.

- Non dimentichiamoci, che here, per lunghi periodi di tempo, non piove mai. Qui domina la siccità e una troppo rapida fuga delle acque, come mi pare d’aver capito, sarebbe un grosso danno per le colture e for the men. Fate pure come volete, but I think, che si dovranno prevedere e salvaguardare bacini di contenimento o di più lento scorrimento per permettere, poi, un’adeguata irrigazione dei campi assetati. E allora, per impedire che l’Arno ci rubi tutta la nostra acqua, forse dovremo alzare e non abbassare la Chiusa de’ Monaci! – Queste parole le disse con voce altisonante. - Oppure per far bere questa terra bisognerà pensare a certipoco semplici idrici collegamenti, con i vicini e naturali laghi. - Il Ferroni era tornato da poco da Londra, dove aveva soggiornato un paio di anni per studiarne i ponti sul Tamigi e il suo italiano risentiva ancora di frequenti contaminazioni verbali e di certe inglesi costruzioni. - Detto questo, illustri colleghi, ora I want parlare della materia di mia pertinenza. All’inizio, i primi bonificati terreni non dovranno essere usati per le vostre colture, perché saranno destinati alla costruzione di case e di strade. Sarebbe ridicolo approntare i campi da coltivare senza avere la possibilità di raggiungerli facilmente, mancando altresì dei vicini e comodi ripari per bestie, attrezzi e uomini. Ritengo therefore necessario l’approntamento di strade ben disegnate e ben fatte che permetteranno a questa gente personali contatti, facili e rapidi, e ancor altri proficui scambi di lavorative esperienze, here, there and everywhere! – Fissò, uno a uno, gli sguardi inebetiti dei suoi colleghi e continuò. - That’s why, le nuove strade dovranno essere brevi e il più possibile diritte, e non per risparmiare sui tempi e sui costi del lavoro, tanto in questa zona per fortuna non esistono grandi naturali ostacoli da superare, a meno che non vi si creino di nuovi - lanciò a questo punto uno sorriso ironico verso il Salvetti – ma soprattutto per il logico rispetto della geometria piana, geometria da tenere sempre in conto ogni volta che si fanno di questi grandi progetti. I’m a mathematical man! - Stupore generale!

- Then, partendo da abitazioni dislocate ai vertici A-B-C di un triangolo rettangolo con l’angolo retto in B, risulterà essere più breve, secondo Pitagora, il cammino dal podere A al podere C, se seguiremo la via dell’ipotenusa piuttosto che quella dei cateti passanti per B. Of course qualcuno potrebbe obiettare che così tale punto rimarrebbe escluso dal tragitto A-C. Allora, visto che si devono ancora edificare, saranno tutte le abitazioni dei possibili punti B a disporsi sui percorsi ipotenusizzati, e non viceversa. Le case in B si troveranno proiettate sui tratti A-C i quali, una volta uniti, formeranno una lunga e diritta strada maestra che collegherà tutte le abitazioni di A, B e C. In anycase, i poderi in B cambieranno soltanto disposizione ma non perderanno nemmeno un metro quadro di acri, dato che, secondo il primo teorema di Euclide, l’area del quadrato costruito sul cateto equivale al rettangolo che ha per lati l’ipotenusa e la proiezione del cateto stesso sull’ipotenusa. L’area coltivabile rimarrà however la stessa. Inoltre, per quanto concerne il frazionamento della terra in poderi pressoché uguali, propongo una suddivisione in vaste superfici quadrangolari. A questo punto, unendo tutti i triangoli, le ipotenuse diventeranno le diagonali dei quadrilateri, e su queste vi nascerà la nuova strada esattamente centrale e lineare. Lungo di essa saranno costruite, in perfetta fila indiana, tutte le abitazioni coloniche e così ogni famiglia contadina avrà la casa in mezzo al proprio podere e contemporaneamente usufruirà di un’unica e comoda via di comunicazione. – Ferroni si rendeva conto che i suoi vecchi colleghi non riuscivano a seguirlo tanto bene. Comunque non gliene importava proprio niente. Si interruppe solo un attimo, il tempo di bere un sorso d’acqua e poi riprese tranquillamente a parlare. - Qualche anno fa, poco prima di morire, il matematico svizzero Eulero, ha pubblicato un importante teorema sulle diagonali del quadrilatero, ben conosciuto, immagino, da tutti voi, illustri colleghi, teorema che non riguarda il meccanismo degli orologi a cucù ma che sembra fatto apposta per chi s’interessa di bonificate terre. And I, in this case, ne ho approfittato! – Sicuro del contrario Ferroni accennò per la prima volta a un sorriso divertito, che, per rendere la sua battuta più comprensibile, non cercò di nascondere sotto la leggera lanugine rossiccia che le ornava la bocca. Poi tornò serio.

- Con questo complesso studio, Eulero è giunto, in maniera inequivocabile, alle stesse conclusioni a cui ci hanno condotto i teoremi di Pitagora e di Euclide e perciò oggi sono ancor più convinto della giustezza del mio progetto. E per finire, at last, illustri colleghi, vorrei ricordarvi che per quanto concerne la scelta dei modi e dei metodi di prosciugamento della palude la decisione spetta, in ultima analisi, al nostro Generale Soprintendente conte Fossombroni, mentre sulla programmazione delle vie di comunicazione e della conseguente suddivisione della terre colmate, piane o pendenti che siano, resta inteso che of course, senza un mio chiaro permesso, nobody può mettervi bocca. And now, vi invito a un brindisi, in omaggio a Eulero! – Alzò il suo calice in aria, seguito dalla perplessità dei presenti.

- Eu… chi? - chiese Ximenes al più giovane collega Perelli, fingendo di non aver sentito.

- Eulero! Si tratta di Eulero… uno svizzero – gli rispose il Perelli – forse, un orologiaio, occupatosi di recente anche di terre bonificate. - Bevuta generale!

Il geometra Santopietro però continuò a russare. Tenere a mente le lettere dell’abbecedario, i cateti, le proiezioni, le ipotenuse e le diagonali gli aveva conciliato il sonno, più di una tradizionale conta di pecore.

Frontiera Due osservava le facce dei contadini. La massaia e le altre donne, dopo aver cucinato e servito il pranzo, stavano intorno all’acquaio a pulire piatti e bicchieri, mentre il capoccia seduto su una panchetta del focolare, controllava il fuoco e fumava la pipa, godendosi lo spettacolo.

Quella gente, semplice ma non stupida, aveva imparato che qualsiasi novità, non decisa di comune accordo, non avrebbe migliorato di certo le loro condizioni di vita, come invece si voleva far credere in quelle incomprensibili riunioni. Miseri erano e miseri sarebbero rimasti, e forse più di prima. Per imezzadri cominciavano i tempi dell’insicurezza e del dubbio, della ritrosia e della paura, dell’astio e della micragna, dei sospiri e dei silenzi e forse, quei tempi durarono troppo a lungo.

Fra la meraviglia generale, il vecchio capoccia si fece coraggio, uscì dal focolare e, con la pipa in una mano e il cappello nell’altra, senza chiedere nessun tipo di permesso, disse: - Signori… Reverendissimo - usò questo saluto, come sempre l’aveva sentito esclamare quando qualcuno, entrando nella sacrestia dopo la messa, salutava i presenti e il curato. Tutti si voltarono a guardarlo, prima sorpresi, poi circospetti e infine scocciati da quella interruzione cafona. Il capoccia rimase bloccato per un attimo, fulminato dagli sguardi di disprezzo dei signori cervelloni. Riuscì a malapena a balbettare alcune parole incomprensibili, quindi si girò su sé stesso e, inaspettatamente rapido, infilò le scale senza più voltarsi indietro. Frontiera Due comprese e non lo derise.

“Soltanto pochi, e non sempre i migliori, come invece si crede, possono manifestarli. Alcuni non sono dotati di strutture eloquenti, altri non hanno un linguaggio comprensibile, molti ne ignorano le parole adatte e i più non trovano il coraggio di esprimerli, però tutti gli esseri di questo mondo hanno i loro pensieri”.

Tra mangiate, bevute, battute e litigate, gli incontri-studio in val di Chiana andarono avanti, i lavori un po’ meno, ma si sa che le idee, anche le migliori, senza il concime economico producono poco o finiscono per inaridire. Si cominciò a scavare da una parte e a colmare in un’altra, a costruire le strade e le case e a suddividere la terra in poderi, e dopo s’iniziò a vendere e a comprare. E così arrivarono nuove sovvenzioni, non soltanto da parte dei successori di Pietro Leopoldo ma anche da ordini ecclesiastici, da famiglie nobili, da politici, da banchieri e da altri proprietari terrieri, allettati tutti dalla possibilità di arricchirsi senza fatica con quelle terre da rilanciare definitivamente. Già era disponibile, e tanta ne sarebbe arrivata poi da ogni dove, una mano d’opera numerosa e a buon mercato. Gente misera e affamata, pronta a lavorare sodo e a qualsiasi condizione.

Tanti anni dopo due lunghe strade, a formare una grande T, attraversarono la nuova tenuta. Una, la gamba verticale della lettera, iniziava proprio dal podere Frontiera Due e andava in direzione ovest-est, mentre l’altra, la testa orizzontale che venne chiamata strada della Fila, più lunga e perfettamente diritta, in direzione sud-nord. La strada della Fila teneva unite, come tanti nodi di una corda tesa, le case dei poderi, allineate a debita distanza l’una dall’altra e affacciate sulla via come vasi di gerani rossi ai balconi. Al di qua e al di là della strada, si estendevano i campi e le abitazioni venivano a trovarsi al centro di ogni podere, facilitando il lavoro dei coloni. Le terre coltivate occupavano vaste aree di quadrilateri pressoché regolari, ma per i contadini, ignari dei teoremi greci e svizzeri, la fatica rimase sempre la stessa.

La tenuta della Fila, a cui faceva d’avanguardia Frontiera Due, stava diventando pian piano sempre più grande, più asciutta e più fertile, e, con i suoi numerosi poderi e le relative abitazioni, era considerata una gran bella proprietà. Alcune zone erano state colmate e il canale Maestro, con i suoi Allaccianti di dritta e di manca, portava via le acque degli affluenti e gli sgrondi limacciosi delle colline. Tutti i torrenti, arginati di nuovo, avevano ritrovato le giuste pendenze. Quelli sornioni si erano affrettati lungo alvei riscavati o nuovi e i più impetuosi avevano rallentato la corsa, sfogando le loro furie in dossi o in salti artificiali di legno o di mattoni. L’inossidabile chiusa de’ Monaci continuava coi suoi alti e bassi a regolare il traffico di acque in val di Chiana e in val d’Arno.

Frontiera Due vide quella terra popolarsi rapidamente di nuova gente che faticando insieme e soffrendo in silenzio, con amore e dedizione, impararono a coltivare campi e ad allevare bestie. Stava nascendo una grande generazione di contadini e di bifolchi, bravi e lavoratori. Fece la conoscenza di inusuali animali domestici e da cortile, da stalla e da stanzino, di nuove piantagioni e di alberi, e poi di fiori, di frutti e di ortaggi. Era l’alba di una nuova vita, si sentiva eccitata e commossa, c’era tanto ancora da sapere e da scoprire. In quel periodo di grande fermento, cambiando l’ambiente, l’organizzazione del lavoro e le condizioni generali di vita, molte cose risultavano completamente sconosciute e si dovevano battezzare adeguatamente. Altre si erano trasformate così profondamente che, per riconoscerle, gli uomini dovevano nominarle di nuovo. Per i vecchi sopravvissuti alla palude la confusione fu tanta e, orgogliosi e ostinati, non si arresero mai ai giovani linguaggi e ai nuovi costumi di vita, lottando a lungo per mantenere le loro antiche usanze. Però quei posti non erano più gli stessi di allora e richiedevano ormai altri tipi di conoscenze. Pian piano la loro saggezza, legata all’esperienza della palude, fu messa da parte e poi dimenticata in fretta, come quella vita passata, umida e malsana. L’era delle colmate aveva appena intrapreso il suo cammino e già mieteva vittime. Anche Frontiera Due cominciò insieme alla sua gente a fare la conoscenza di abitazioni e luoghi, di uomini e animali, di terreni e attrezzi da lavoro, di semine, raccolti, di ritmi lunari e stagionali, di strade e ponti, di fossi e trosce, di piante ed erbe, di grani e di viti. E poi di bestie da lavoro e da commercio, di carne da vendere o da conservare. Ma anche di venti e piogge, di nebbia e grandine e di siccità e alluvioni. E ancora di risate e pianti, di canti e balli, di coraggio e paura, di vittorie e sconfitte. Tutti imparavano, questo e tant’altro ancora, perché quel posto non fosse solo un arrivo o una falsa partenza ma un luogo da cui lanciarsi verso nuovi traguardi. I lavori erano tanti e vari e occorrevano numerose braccia e buone teste per portarli avanti efficacemente. C’era anche da apprendere a far di conto con fattori e padroni, pronti, alla minima incertezza, a spostare l’ago della bilancia dalla loro parte.

La mezzadria era un modo di riorganizzare l’agricoltura, semplice e teoricamente giusto. Mezzo fruttato delle case e delle terre, che sono sue, al padrone, e mezzo a chi le mantiene e le lavora. Frontiera Due però aveva capito alcune cose. Se il podere era piccolo, la metà del ricavato era veramente poca cosa, quasi mai sufficiente al mantenimento della famiglia contadina e se il podere era grande, occorrendo numerose braccia per lavorarlo, con relative bocche da sfamare, la metà di quella più alta resa risultava ai mezzadri ugualmente insufficiente. Insomma, come la giravi la giravi, la frittata ormai era fatta, sbattuta e rifritta e con una sola mezza parte ci dovevano mangiare tanti coloni, mentre un solo padrone poteva farlo con tutte le altre mezze. Così era per il grano e per gli altri raccolti, e per il maiale, le nane, le faraone, i polli, i vitelli, le giovenche o le vacche e il loro latte e poi per i prodotti dei campi e degli orti e per le piante e i loro frutti. Era davvero tanta roba ma, a mezzadria, le uova le facevano le galline e le sbattevano i contadini ma con la frittata, c’ingrassavano i padroni.

- Tanta roba davvero - confermò Mario con l’acquolina in bocca – e per il padrone, davvero una grande frittata e… tanto bòna! -

Gli vennero in mente le mitiche colazioni di quand’era bambino, con la frittata compressa tra due fette di pane raffermo, reso morbido dall’olio di cottura. Lui le fregava spesso al suo compagno di banco delle elementari e, con la solita fame arretrata e la paura di essere scoperto, le divorava in un batter di dente.

Un bel giorno Mario ingoiò, con due sole enormi boccate, senza guardare e soprattutto senza prima assaggiare, il pane farcito con una cosa dello stesso colore di sempre ma che frittata, quella volta, non era. “Mi fregò il sale, ripensò, il sale esagerato e il raffreddore!” Quando Mario realizzò l’inganno schifoso, era ormai troppo tardi. Fu quella mattina che fece il solco per andare al gabinetto. Molte volte a bere e altrettante a eliminare l’acqua che usciva ormai quasi limpida dal suo corpo martoriato, sia dal davanti come dal di dietro. La maestra lo punì esemplarmente per il suo assenteismo ingiustificato.

I coloni faticavano e sudavano giorno dopo giorno senza sosta e i loro pensieri, già fitti e pesanti, non potevano avere altri pensieri. Tutti si arrabattavano per sopravvivere, spesso ricorrendo agli aiuti dei loro simili in una sorta di primitiva solidarietà sociale. Si trattava di una collaborazione semplice, istintiva, di un’intesa legata ai bisogni della razza contadina e la dovettero imparare bene. Si aiutavano nei momenti di grande lavoro, durante i raccolti e le semine, ruotando a turno in ogni podere. Qualche volta, nei momenti più duri, Frontiera Due aveva visto un filone di pane, un ballino di farina o un mezzo secchio di fagioli passare di nascosto da una mano all’altra. Spesso erano le donne a farlo, cercando di non farsi vedere dai capoccia, i quali magari si giravano da un’altra parte, apposta per non guardare e non dover, poi, far finta di brontolare. Gli occhi lucidi di chi chiedeva, con grande dignità, erano ancora delle donne e le donne ringraziavano, poi, con un solo cenno della testa. Stava nascendo la mezzadria e con la mezzadria il contadino, egoista e taccagno, diventava un po’ più disponibile e solidale verso i suoi compagni, quanto scaltro e diffidente verso paesani e fattori e talvolta anche ladro con i padroni. Frontiera Due non li considerava difetti ma importanti virtù.

- Ecco arriva il contadino, scarpe grosse e capo fino! -

La cantata in ottava rima era stata una grande passione di Mario e anche allora la intonò su quel proverbio che in origine prevedeva la parola “cervello” al posto di “capo”, però Mario mal sopportava, specialmente durante il canto, l’asimmetria di un verso, zoppo o pregno di una sillaba e così in quel caso si sentì autorizzato a sostituirne una parola. Soddisfatto, cantò i due versi più di una volta. Il senso rimaneva lo stesso e la cantata scorreva piacevolmente.

L’alba di un nuovo giorno occhieggiava dalle finestre socchiuse ma sembrava non proporre niente di nuovo. Mario si lasciò rapire ancora dai suoi ricordi. Ogni tanto gli piaceva staccarsi da quell’impegno strano e faticoso e dedicarsi alle proprie riflessioni. A dire il vero, certe volte, la testa non era neppure d’accordo con quello che scriveva la mano ma non poteva farne a meno. Si sentiva obbligato come uno scolaro sotto dettatura, - O meglio, - disse - come sotto pensatura! -

Chi aveva trasmesso a Mario la passione per gli stornelli in ottavarima, era stato un bravo artigiano di Poggio Saragio, diventato in seguito un suo grande amico. Lo conobbe una sera nell’osteria de La Pieve, durante una sfida fra avventori a suon di cantate e di bicchieri di vino. Mario allora non cantò, ma ascoltò, imparò e bevve tanto. Non ricordava bene tutti i temi trattati in quella gara, però rammentava per filo e per segno il duello finale. L’argomento dell’ultima sfida riguardava le corna e il suo amico l’aveva infine vinta, riuscendo ad ammutolire l’avversario di turno con una pungente conclusione.

Sfidante:Sei artigian’ ma ne la tu’ bottega,te parli più di donne che di pialle,‘un fai du’ soldi manco co’ ‘na sega e,ti vanti di montà tante cavalle.

Amico: Son solo e senza ’l becco d’un quattrino, te hai la moglie bella sempre adorna,ma da la stalla esempia o contadino, se c’è la vacca ci son’ già le corna!

Ancora andava di moda l’endecasillabo alternato, zoppo o pregno che fosse lo decideva al momento la quantità di vino ingurgitato.

Alto, magro, elegante nell’incedere, educato nel parlare e ricercato nel vestire, quando Mario lo conobbe, dimostrava un’età molto inferiore a quella anagrafica. Con i figli già adulti e sistemati, rimasto vedovo, scelse di continuare a vivere da solo, facendo piccoli lavoretti di restauro e dedicandosi, oltreché al canto, ad altre passioni. Gli piacevano il biliardo, il ballo e, di conseguenza, le donne. Del biliardo amava in modo particolare il gioco delle boccette e a tutti ne spiegava il motivo: - ‘Ste mani rimangono pulite e giovani co’ le boccette - le lanciava ogni volta con tre sole dita - e anche col lavoro – non era molto e comunque portava sempre i guanti – ma mi si sciupano quando gioco co’ la stecca, – con una mano la impugnava e con l’altra faceva il ponte – perché mi fa venì’ i calli in tutt’e due! Invece ‘ste mani mi servono a posto, quando stringo le belle signorine… durante e… dopo il ballo. Allora sì che mi giovano lisce e pulite! – Quelle signorine, più propriamente zitelle o vedove, e in ogni caso non per loro scelta, saranno state anche belle ma sicuramente non erano così tanto giovani come raccontava lui. L’amico di Mario bazzicava esclusivamente le numerose balere dei paesi termali della zona, all’epoca frequentate per lo più da dame benestanti, solitarie e di una certa età, arrivate lì da tutte le parti d’Italia per curarsi reumi, calcolosi epatiche e renali, e soprattutto affezioni di cuore, non intese naturalmente come malattie dell’organo. Spesso, quando si trovava più indaffarato del solito, intento a verniciare o a ripulire qualche vecchio mobile nella piccola bottega, lo sentivano dalla strada gorgheggiare delle strofe, rigorosamente in rima.

Lesta mano, lesta mano,ché si fa un po’ di grano,

lesta mano affretta l’ore,ché fra un po’ farai all’amore!

I versi del testo scorrevano bene e soddisfacevano due grandi verità. Uno, viveva con una modesta pensione e quei piccoli lavori gli servivano, anche se a malapena, a soddisfare i propri vizietti, e due, data la sua discreta età e quella delle compagnie che frequentava, spesso non riusciva a mantenere le erezioni di un tempo, e così era costretto a lasciare alle sue mani il piacevole compito di continuare il lavoro interrotto. Con molta autoironia chiamava il proprio organo genitale il mi’ ocio. Diceva che ultimamente gli s’abbassava come il collo di un ocio quando fruga nella melma. - La testa e l’attaccatura terrebbero, ma… nel mezzo… mi si piega! –

Una sera mentre ballava un‘appassionante milonga con una donna formosa e vivace, conosciuta da poco nella balera di Poggiardelli, ebbe l’ardire di sussurrarle in un orecchio: - Signora… se le piace moscio come il mi’ ocio, stasera la farò divertire parecchio! –

La donna si staccò bruscamente da lui. Lo fissò per un attimo imbronciata, quasi offesa dalla volgarità di quell’uomo e poi, forse incuriosita dalla sua franchezza, ridendo a bocca aperta, lo afferrò decisa per una mano e lo trascinò dietro di sé, fuori dalla balera. I due uscirono dalla sala ancheggiando al ritmo di un mambo, sempre più lontano.

Capelli bianchi e ancora numerosi al loro posto, baffetti neri da sparviero, alla Clark Gable – che lui pronunciava proprio come lo vedeva scritto sui manifesti cinematografici - simpatico, a volte sfacciato ma sempre molto divertente, provetto e instancabile ballerino, era un uomo che piaceva ancora a certe donne in cerca, come lui, delle ultime emozioni. A volte gli offrivano la cena o gli facevano qualche regalo e quando il loro soggiorno quindicinale alle terme finiva, durante l’ultimo ballo, le signore in partenza lo stringevano forte e alcune piangevano. E mentre lui prometteva improbabili appuntamenti futuri - una sera propose a una signora di Genova che, facendo magari metà strada ciascuno, avrebbero potuto incontrarsi a Poggibonsi - già lanciava sguardi indagatori verso la nuova quindicina appena arrivata. Il suo nome era Mario ma tutti lo conoscevano come “Miocio”.

- O che si chiamano tutti Mario da ‘ste parti? - domandò Mario a voce alta, rivolgendo lo sguardo verso le travi e le pianelle del sottotetto. Si accorse soltanto allora di non aver mai saputo il cognome di Miocio, come del resto quello di tanti altri amici, ma rammentava benissimo il suo precedente soprannome, poi sostituito dopo l’episodio nella balera di Poggiardelli. Mario aveva appreso della morte improvvisa di Miocio, soltanto a funerale avvenuto. Sul foglio dell’annuncio mortuario, nel rispettare il pudore dei familiari, fu deciso di omettere quel nomignolo imbarazzante. Da quelle parti invece era in uso da sempre riportare il soprannome fra parentesi, sotto il nome e il cognome del morto, così che tutti potessero individuarlo senza ombra di dubbio. Quella volta non andò così. In seguito Mario venne a sapere che Miocio fu trovato senza vita, disteso per terra nella sua bottega, vestito di tutto punto in abito di lino chiaro, camicia bianca, cravatta nera e scarpe lucide. Il tutto era ben protetto da un lungo e lurido spolverino nocciola. Lì accanto, sull’angolo della spalliera di una seggiola, aspettava invano la sua testa, un panama bianco con la fascia di raso nero. Le mani, curatee più bianche dei guanti che indossava, stringevano ancora un pennello e un pezzetto di carta vetrata. Lo incassarono vestito in quel modo e con il panama poggiato sulla pancia. A Mario riferirono che stava molto bene, sembrava proprio un attore.

- Ma almeno il primo soprannome, potevano farcelo scrive’ nei fogli mortuari! - aveva detto Mario dispiaciuto, ricordando che quando si erano conosciuti lo chiamavano ancora “Miniera”.

Nelle balere, quasi ogni sera, Miocio saliva sul palco e, accompagnato dall’orchestra, cantava sempre e soltanto Miniera, una triste canzone sull’emigrazione. Le signore restavano incantate ad ascoltarlo e a mangiarselo con gli occhi, e non passava sera che non l’invitassero a cantare. Lui si lasciava pregare per un po’ e poi si dirigeva lentamente verso il palco, beandosi degli sguardi che lo seguivano mentre attraversava il salone. Tutte le volte - anche se non ce ne sarebbe stato bisogno, dato che ormai era ben conosciuto dalle varie orchestrine della zona, arrivato sopra il palco, ricordava a tutti i musicisti, batterista compreso, come la tonalità giusta per la sua voce fosse il re minore. Poi annunciava la cantata. - Belle signore e gentili signori, di Bixio e Cherubini, ecco a voi Miniera, canta il vostro Mario! – Dopo la presentazione si girava verso il capo orchestra e diceva a bassa voce: - Maestro, per piacere, mi dia un re, ma un re… piccolo piccolo… un re minore. Grazie! – Tutti gli orchestrali sorridevano prima di lasciarsi commuovere dalla tragedia del minatore bruno.

Già, anche lui si chiamava Mario e, compreso se stesso, Mario si rese conto di aver conosciuto una caterva di persone che portavano quel nome. Il ricordo inaspettato di Miniera-Miocio gli fece venire in mente un nuovo pensiero, sempre che il pensiero fosse senz’altro nuovo ed esclusivamente suo. Ormai non era più sicuro di niente e comunque lo scrisse. Quel mistero notturno non voleva svelarsi apertamente e, in un verso o nell’altro, lo lasciava ogni volta dubbioso e impaurito.

Effettivamente in quei posti, accanto a un nome abusato come Mario, si era fatto un largo uso di soprannomi, appellativi, nomignoli e doppi nomi, e un motivo doveva pur esserci stato. Adesso l’usanza sembrava un po’ abbandonata ma nella passata società contadina era così comune che si poteva considerare una vera e propria regola. Mario aveva una sua strampalata teoria che si nutriva al contempo di tante banalità e di alcune certezze. Le famiglie numerose, la poca fantasia, la fretta di chiamarsi, la facilità di capirsi a distanza, il poco tempo per riflettere e, di fondo, sempre la semplicità dell’ignoranza, non permettevano alla povera gente, se non di rado, scelte di nomi ricercati, magari lunghi e difficili, con cui chiamare i propri figli. Alla fin fine i nomi a disposizione, efficaci, semplici e chiari erano ben pochi. Ancora non si usavano i vezzeggiativi o i ridicoli riassuntivi diventati in seguito tanto in voga. I contadini, timorosi di Dio, troppo spesso lasciavano che il curato decidesse per loro. Quindi nomi santi quali Maria e Giuseppe, con tutti i loro derivati, cominciarono a crescere fitti come il prezzemolo e, Mario la fece ovunque da padrone. Così, per distinguersi un po’ di più, si provò con il doppio nome, che si assommò al cognome del capoccia o, al bisogno, della massaia, e poi si aggiunse anche l’appellativo del podere. Niente da fare, le difficoltà di partenza o rimasero intatte o s’ingigantirono a dismisura. Chiamarsi dai dintorni di casa o dal fondo dei campi era diventato per tutti troppo faticoso e poco comprensibile, e inoltre, con l’aumento vertiginoso del numero dei familiari e delle relative omonimie all’interno della stessa famiglia, anche i casati di famiglia e di podere non bastarono più. Alla fine, però, a facilitare le cose arrivò, mai tanto attesa, la moda del soprannome. Il soprannome era semplice, chiaro e mai uguale, e portava con sé due grandi risorse che nessun altro nome - imposto al neonato quando niente faceva prevedere il suo destino – poteva possedere. Il nomignolo, non essendo dettato da una scelta preventiva o da una speranza futura, rappresentava veramente l’unicità della persona: i vizi o le virtù, i mestieri o le passioni, le caratteristiche fisiche o morali, la condizione sociale o la storia personale, il luogo di provenienza o la famiglia di appartenenza, e più veniva cucito addosso a gente in età avanzata e più ne era peculiare. Spesso era ereditato e per più generazioni, oppure poteva essere cambiato e aggiornato più volte nel corso della vita da qualche necessaria modifica. Alcuni vecchi se ne portavano dietro almeno due o tre. I soprannomi non rappresentavano soltanto futilità o stravaganze ma spesso riuscivano a dare concretezza e visibilità anche a certe personalità indefinite o nascoste. E poi, di sicuro, uno non valeva mai l’altro.

Quei nomi strani, grandiosi e altisonanti che i signori usavano mettere ai propri familiari o alle loro proprietà, ai contadini non piacevano affatto. Sembravano arrivati da un altro mondo, misteriosi e solenni, utilizzabili soltanto per ostentare ricchezza o per incutere timore e rispetto riverenziale. A loroe ai loro animali non servivano di certo. Invece coi soprannomi, i contadinisi sentivano a proprio agio. Si sentivano liberi di scegliere senza nessun obbligo e la scelta diventava anche occasione per essere divertenti e divertiti.

La designazione del nomignolo era figlia dell’amicizia, della passione, della burla e della scaltrezza, proprie della gente comune, di quella gente che nella sua naturale modestia non aveva mai sentito il bisogno di dimostrare niente a nessuno. E questo,forse, gli poteva bastare perché per una volta almeno, erano proprio i contadini a dare un senso a tante cose senza senso, a un semplice nome come a certe loro vite assurde e alla fine, ricercare e scoprire la storia di un soprannome era pur sempre un modo di conoscere una vita.

Chiunque poteva mettere un soprannome, buono o cattivo che fosse, ma per essere ufficialmente riconosciuto da tutti occorreva l’approvazione di alcune persone qualificate. Queste dovevano possedere intuito, ironia e capacità di fare satira, onesta e pulita, ed essere di comprovata imparzialità. I rarissimi possessori di tutte queste doti diventavano Appioppatori o Affibbiatori. Quando uno di questi girava per i poderi con la scusa di diffondere i nomignoli - in realtà andando a caccia di suggerimenti, di pettegolezzi o di qualsiasi altra informazione utile al suo secondo mestiere – dopo i primi momenti di naturale imbarazzo, la visita finiva sempre con battute e risate per tutti, appioppati o affibbiati compresi. I permalosi non c’erano e, se c’erano, facevano finta di non aver capito bene. Alla fine, con una cerimonia quasi solenne, si sanciva l’approvazione e l’ufficialità del soprannome. Venivano rispettate, con l’adeguato sarcasmo, la forma e la formula del rito: - Ti ribattezziamo, Tizio… o Caio… nel nome del pane, del ciccio e del vostro vin santo! - Mario era stato un buon appioppatore però nessuno gli aveva mai offerto il vin santo.

Essere marchiati da un affibbiatore non era considerato un dramma e nemmeno un disonore, anzi, stava proprio a significare che ancora non si era caduti nel dimenticatoio più completo. E allora, gli appioppatori, per quanto possibile, cercavano di accontentare un po’ tutti. Non fu sempre così facile come poteva sembrare. Alcuni, per loro natura, risultavano completamente refrattari ai nomignoli, altri invece li attiravano come fulmini, manco fossero punte di cipressi sotto un violento temporale. Le donne spesso ne sembravano immuni. Forse non erano degne di appellativi canzonatori perché già lo erano di nomi più seri.

- Il nome non fa il monaco - sbuffò Mario mischiando un paio di proverbi - ma il soprannome dice come mangia! -

“Il nome proprio distingue l’uomo e il soprannome proprio la sua vita!”. Mario rimase sbalordito:

- Proprio quello che volevo di’ io e… proprio in quel modo! -

Allora ripassò a voce alta i soprannomi di tutti i Mario che aveva conosciuto, per far sentire alla casa la forza della sua memoria e forse per riabbracciarli tutti ancora una volta. Gli aspetti fisici, i caratteri, i tic, le manie, i vizi, le virtù, l’arte, i mestieri, le particolarità, le somiglianze, le pazzie e gli svariati comportamenti, sinteticamente espressi in ogni soprannome, gli fecero apparire quelle persone - alcune avevano appena sfiorato la sua vita - in modo ancor più reale di quanto si potesse aspettare. In fondo era la forza del mito, più vera di tante verità. Bastò ripeterli uno ad uno e d’incanto un mondo scomparso si materializzò intorno a lui. Mario elencò a voce alta un po’ di soprannomi. - Scintilla, Vergasù, Bricco, Nocione, Bistino, Pissiri, Baffone, Pedino, Nino, Spazzino, Tribunale, Moma, Pipodoro, Mecio, Porsenna, Saltella, Miniera, Bibo, Orcello, Faccenda, Burgnacca, Giacchino, Sisa, Tacchino, Cannella, Califfo, Pièveloce, Billino, Treggiolo, Ferro, Streghino, Gigi, Pallino, Zinfarosa, Carnera, Zanzi, Lilli, Boscaiolo, Burghiba, Vanloi, Minaccio, Bobina, Pelle, Casalone, Cecchino, Titto, Canapino, Maestro, Verdura, Talci, Mape, Topo, Dindella, Cilabbro, Fiscia, Nando, Botte, Fico, Miro, Quaglia, Spadino, Giella, Talino… – Interruppe l’elenco. Il fiato si fermò in gola e la stanza si riempì di vita. Gli apparvero i maiali i carretti i cavalli le biciclette le bevute le mangiate le sbornie le sfide il biliardo le partite il pallone i motorini le corse le cazzottate i banchi di scuola le ragazze gli specchi le sottane le punizioni gli schiaffi le montagne i trafori il gas la pesca il fiume le bocce le carte e gli accenni. Ripensò al bar e alle discussioni, alla libertà, alla rivolta, alle delusioni, alle barzellette, al podere, all’autostrada, alla musica, ai canti, alle scenette, al teatro, alla televisione, agli alieni, e poi alle speranze e alle sconfitte, tutte, dall’inizio alla fine! –Ma lo sai? – disse – che se Mario morisse ora, ne la su’ vita di cose ne avrebbe già fatte anche troppe! -

Mario pensava che quei soprannomi, elencati semplicemente così, non avessero senso soltanto per lui, ma che, in realtà, anche snocciolati uno dietro all’altro come tanti grani di mais, sarebbero bastati a far rivivere, magari per un solo attimo, tutta l’epopea di un mondo scomparso, mal considerato e troppo ignorato, del mondo di quella pianura dai cieli lontani, violentata dal sole e dall’acqua, spazzata dal vento e soffocata dalla polvere e dalla nebbia. Era stata davvero una terra estrema, dura e a volte pericolosa, ma anche il semplice ricordo di Mario poteva ridargli smalto e aggiungere ancora qualcosaalla sua storia: la bellezza della natura e la ricchezza delle esistenze che l’avevano calpestata.

Mario, da giovane si era appassionato al mondo avventuroso del selvaggio West, conosciuto attraverso il cinema e i fumetti. Si ricordava sempre degli eroi invincibili come Capitan Miki, il Grande Blek Macigno, Tex Willer e Buffalo Bill, degli Sceriffi con la stella, delle cariche dei Soldati Blu e dei Bisonti, della Prateria e della Ferrovia, della Colt e del Winchester e soprattutto degli Indiani che in groppa ai Mustang lottavano, senza speranza di vittoria, contro i Visi Pallidi invasori. Anche Mario in paese veniva considerato selvaggio e perdente, quanto i suoi amici indiani che difendeva apertamente in ogni occasione. Allora era uno dei pochi e probabilmente il primo.

Per Mario i vecchi contadini della Chiana potevano essere accostati con facilità agli indiani d’America. Erano uomini selvatici e forti anche loro, attaccati alla terra e alle tradizioni, sottomessi da padroni stranieri e imbrogliati da certi avventurieri che spadroneggiavano in quei posti. Inoltre i nomi dei pellerossa e i soprannomi dei contadini, per buffi che potessero sembrare, partecipavano a far sì che la convergenza tra due razze, geograficamente così distanti, fosse ancora più decisa. - In fondo – diceva Mario – che differenza c’è tra Torello del Bisti e Grand’Orso dei Sioux, o tra Leprino di Valiano e Falchetto del Montana, oppure tra Gervasio l’Angori e Geronimo l’Apache? Proprio nessuna! E tra un uccello padulo e un corvo texano, o tra una spianata de la Fratta e una prateria dell’Oklaoma? Niente, proprio nessuna differenza! -

Inoltre Mario pensava che la derivazione di quegli appellativi fosse all’incirca la stessa. I nomi indiani e i soprannomi chianini erano generalmente molto simili perché prendevano ispirazione da ambienti naturali, da luoghi particolari, da utensili, da animali e da usi e tradizioni del posto. A volte si differenziavano nella forma, a volte per i contenuti ma le radici ispiratrici sembravano le stesse. Con la sua sagacia – se fosse nato indiano si sarebbe auto nominato il Volpone d’America – aveva notato che spesso la maniera di vivere di un pellerossa non risultava coerente con il nome che portava. Invece, quella del contadino era sempre adeguata al suo soprannome. A volte però, anche tra le femmine indiane si poteva trovare una certa concordanza tra il comportamento e il nome. Mario si era accorto, o solo immaginato, che le romantiche Squaws spesso avevano chiamato le loro figlie con un nome che ricordava, in qualche modo, gli intensi attimi d’amore vissuti. In quei casi, certi appellativi erano in accordo, se non proprio con la vita, almeno con i momenti della sua generazione. Per Mario, sempre attento agli affari di sesso, diventarono, alla fine, fonti di ironia e di divertenti battute. A volte gli strappavano sorrisi e più spesso sospiri. I nomi delle piccole indiane, li aveva suddivisi per categorie, legate al momento amoroso delle loro madri. In base alla posizione femminile: Nuvola Bianca o Formica Nell’Erba, alla stagione: Fiocco Di Neve o Cielo Azzurro, al posto: Prateria Bagnata o Spina Nel Fianco, e al loro uomo: Freccia Lunga, Saetta Fugace, Lama Rovente, e poi ad altre non classificabili come Dolce Mano o Bocca Di Fuoco. Tale usanza non l’aveva mai riscontrata fra le contadine della val di Chiana. Invece, i nomi eclatanti e impegnativi dei pellerossa, dati dai padri ai figli con tanto orgoglio maschile e tanta fierezza guerriera, non sempre erano riusciti a mantenere le clamorose promesse. E allora certe situazioni potevano diventare ridicole e divertenti - quanto i soprannomi chianini – se negli indiani adulti quelle belle speranze di nome venivano disattese di fatto. Così anche i pellerossa, tra un assalto alla diligenza e un assedio a Fort Kansas, avrebbero potuto scherzare con i loro nomi e riderci un po’ su, nell’eventualità in cui Grande Alce fosse stato basso e magro, Occhio di Falco un po’ miope, Cavallo Pazzo un cavaliere normale, Bisonte Infuriato un giovane esile e mite, Lupo Ringhiante un silenzioso cacciatore e Orso Bruno un gentile guerriero biondo.

– E comunque – disse Mario a voce alta – il gran capo Toro Seduto, fosse come fosse, non avrebbe mai potuto passare tutte le sue giornate con le corna in testa e il culo per terra! -

1) V. Fossombroni, Memorie idraulico-storiche sopra la Val di Chiana
progetti/piero/frontiera2/4.txt · Ultima modifica: 09/04/2019 19:02 da cesiano