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progetti:piero:frontiera2:3

3/ Terzo Quaderno

“Mario, la domenica arriva sempre in ritardo
pallida e senza fiato
con te spaesato che inciampi negli anni
e affoghi in un fiasco di vino
Chi lo sa forse è giusto, forse è sbagliato
forse sarà destino.

E. Jannacci “Mario”

Pietro Leopoldo di Lorena. Visita in Val di Chiana. Il Granduca e Fossombroni. Il Lanzichenecco Sauro. La Brassica Oleracea. Mario. La Catapulta, l’Orzo, il Cavolo Cappuccio. La Piena. L’Impresa di Sauro.

Frontiera Due si considerò definitivamente completa quando le scolpirono l’anno di nascita su una pietra all’interno della stalla : uno, sette, sei, sette. Era l’epoca del nono Granduca di Toscana, il secondo di casa Lorena, Pietro Leopoldo Primo, grande di animo, lungimirante di pensiero e gran conoscitore di lingue e dialetti. In quel periodo la sua reggenza illuminata viveva il massimo splendore, avendo già dato il via alle riforme dell’industria e del commercio, migliorato le leggi civili e tributarie e favorito la cultura e l’assistenza verso i meno abbienti.

Il Granduca, attivo e battagliero, diminuì il potere ecclesiastico sopprimendo numerosi conventi e certi vincoli feudali come fedecommessi e manimorte. Eliminò il reato di lesa maestà, fece abolire la confisca dei beni, la tortura e, fatto senza precedenti, la pena di morte. Inoltre incrementò la cultura fondando scuole, istituzioni scientifiche, laboratori di chimica e di fisica, un museo di storia naturale ed un osservatorio astronomico, frequentato anche da lui stesso. Insomma operò saggiamente in ogni settore, economico, amministrativo, politico e culturale, seguendo spesso personalmente, e da vicino, l’andamento delle attività. Di sicuro nessuno s’illudeva che le sue riforme fossero il frutto di una precoce costituzione liberale, anche se la preparò ma non la mise mai in atto, – Questo non è pane per i denti dei miei sudditi, – lo avevano sentito esclamare mentre la riponeva decisamente in un cassetto - Troppi masticano ancora con quelli di latte! – però, tali riforme, rappresentarono comunque un bel passo in avanti per allontanare dal suo Granducato, la vecchia e stantia organizzazione medioevale, ancora basata sull’antico privilegio delle corporazioni delle arti e mestieri, ormai diventate vere e proprie caste. Dovette inoltre dimostrare tutto il suo forte carattere tedesco e la sua scaltrezza francese, per puntare decisamente su un grande rilancio dell’agricoltura, sfruttando i vasti territori paludosi strappati all’incuria e all’abbandono. Vi dedicò quindi gran parte della sua attenzione, continuando e perfezionando le opere di risanamento dei terreni in Val di Chiana e nella Maremma, svogliatamente intraprese tempo prima dai Medici. Li rese sani, abitabili e produttivi, frazionò i latifondi, migliorò affitti e concessioni, costruì strade e abitazioni e stabilì il libero commercio dei grani e del legname. Quelle terre diventate più fertili e salubri, crearono nuove ricchezze per i proprietari e migliorarono le condizioni generali di vita della gente. Quei posti si ripopolarono ben presto di padroni dai borselli grassi e di tanti contadini dalle braccia magre, sfruttate quanto la terra che dovevano lavorare. Comunque, alla fine, la fama e la gloria arrivate da quelle grandi imprese di bonifica, non costando niente, furono equamente divise fra ogni partecipante, anche se, per qualche secolo ancora, il pane che se ne ricavò, non fu mai dello stesso colore per tutti.

Frontiera Due era ancora una bambina, quando in una assolata mattina di luglio, all’improvviso come in un’apparizione, lo vide avanzare da lontano lungo il tratto diritto di strada bianca che dalla piccola chiesa appena fuori la tenuta arrivava proprio davanti alla sua grande aia. Quello che vide, in realtà, fu una scia di immagini, uno sfavillio di colori che andavano e venivano, come nel tubo di un caleidoscopio ruotante, ogni volta che il piccolo corteo, avanzando, era colpito dai raggi del sole, sfuggiti al filtro delle foglie fitte dei gelsi, piantati a debita distanza l’uno dall’altro, su ambedue i lati della strada. Sedeva avvolto da un leggero mantello celeste, su un bel calesse rosso e giallo e parlava con un uomo vestito di nero seduto al suo fianco, mentre sul cassero il cocchiere, in una brillante divisa azzurra, comandava con apparente noncuranza una stupenda coppia di cavalli bianchi. Il tutto era molto appariscente ma sicuramente di pessimo gusto. Dietro il calesse, nessuna scorta armata. Lo seguivano solo una carrozza scoperta con tre donne e due uomini a cavallo, i quali non venivano di certo da Firenze, incuranti com’erano del paesaggio intorno. Lo desiderava da tanto tempo, sentiva che stava arrivando ma finché non le giunse davanti non credette ai suoi occhi. Frontiera Due sapeva che lui aveva già visitato quei luoghi altre volte e percorso spesso da solo le strade di campagna in groppa a una mula bianca, ma adesso, la novità di quel semplice corteo, metteva in apprensione coloro che come lei lo aspettavano con ansia. I contadini erano tutti vestiti a festa, pronti fin dal primo mattino. Gli uomini, timorosi, stavano appoggiati al muro con le mani dietro la schiena e le donne, eccitate, portavano sulla testa cesti di vinco con fichi, pere, poponi e pomodori. Il calesse con il suo seguito si fermò sull’aia assolata di fronte alla casa e nessuno si mosse per un tempo che a Frontiera Due parve non finire mai. Non riusciva a stare ferma, sussulti e tremolii la scuotevano dal tetto alle fondamenta. La voce del cuore non mentiva, era proprio lui, l’affascinante Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana, il suo babbo vero. Il Granduca rimase seduto sul calesse al riparo dal sole, a fianco di un nocio ancora troppo giovane per regalare i suoi frutti ma già capace di elargire qua e là qualche piccola ombra. Accanto a lui, l’uomo vestito di nero continuava a parlare, indicando di volta in volta con un dito i tetti, le finestre o gli annessi della casa. Frontiera Due si sentiva penetrata dai loro sguardi e meticolosamente osservata in ogni sua intimità. Era emozionata e vergognosa ma provava una dolce sensazione fin’allora sconosciuta. Forse era ancora troppo giovane e inesperta per superare con tranquillità quell’imbarazzo. Per un attimo Frontiera Due temette che, dai mattoni nuovi, un evidente rossore affiorasse sulla sua facciata e fosse notato anche dai due gentiluomini, ma poi si tranquillizzò ricordando che indossava un vestito in tinta ocra, così pesante da non lasciar trapelare il colore della sua pelle. Allora, in attesa che il Granduca si decidesse a entrare in lei, Frontiera Due si rilassò e ascoltò eccitata e curiosa le loro parole, tanto che urlassero, bisbigliassero o pensassero, per lei non faceva nessuna differenza.

- Alcune abitazioni ai confini della tenuta sono già terminate ma altre venti saranno costruite appena finirà l’opera di risanamento completo all’interno di questa zona. Come sua Eccellenza avrà notato – diceva l’ingegner Fossombroni, cercando faticosamente di mascherare il suo forte accento aretino – Frontiera Due è il nostro vanto, è la più grande di tutte, presenta alcune soluzioni dal punto di vista estetico e pratico veramente innovative, data anche l’importante posizione in prima fila. -

- Se a mangià la si parte bene, anche la scurreggia l’è migliore! – rispose il Granduca masticando la battuta in fiorentino.

L’ingegnere fece finta di niente, conosceva le ostentazioni linguistiche di Leopoldo, e continuò. - Il piano terra comprende la stalla grande per le vaccine, a sinistra, e a destra una bella cantina. Qui davanti abbiamo questo spazioso androne centrale da cui si accede alla scala interna, mentre sul retro, c’è una stalla più piccola per la monta del toro.

- Ut bona taurus inscendit, mala descendunt 1) -

- Al piano superiore, in corrispondenza della seconda e della terza finestra, c’è la cucina, la vera casa per questa gente, e sulla parete di fondo si trova un grande focolare. -

- Wenn tenerholz da ist, verden sie heizen honnen.2)-

- Dirimpetto a questa, oltre il ballatoio, vi è un altro ambiente, con relativo focolare, che ora funge da granaio ma che in futuro potrebbe diventare una seconda cucina. Da questi stanzoni, si accede alle camere, tre a sinistra e tre a destra, per un totale di circa trentasei posti letto, ma adesso qui, con un po’ di sacrificio, vi dormono più di quaranta persone. -

- Lorsque il n’y a pas d’air, on aurat beaucoup plus de silence.3) -

- Inoltre la scala messa all’interno e al centro, ha permesso un accesso separato fra la zona anteriore e posteriore, dando un po’ più di intimità alle stanze da letto.

- Quando all’anterior s’avrà l’accessoe per il posterior c’è anche il permesso,in stanze e nell’intimità del letto,tutti vi saliran con gran diletto!

Leopoldo declamò questi endecasillabi baciati, canticchiandoli sull’aria di uno stornello toscano. Fossombroni si era accorto che i pensieri del Granduca erano di un altro mondo, come le lingue o le maniere in cui li esprimeva, ma proseguì imperterrito.

- Oltre i quattro annessi, comprendenti gli stanzini per maiali, conigli e pollame vario, ci sono due ambienti per gli erbaggi e le granaglie e una rimessa di attrezzi. Inoltre, dietro alla casa, ma… da qui Sua Altezza non lo può vedere, a… una distanza… diciamo ragionevole, abbiamo costruito un casottino di mattoni intorno a una fossa… di… bottino, scusi la parola Eccellenza, fossa che per logica pendenza, quando è piena, va a scaricarsi nella vicina concimaia e ha la funzione di… latrina. Un… “loco” comodo per tutta la famiglia, e questa è una grande modernità! -

- Quando la scappa, la scappa, caro ingegnere, loco comodo o latrina, quando la scappa la bisogna ‘orrere! - esclamò il Granduca scendendo dal calesse e precipitandosi, con tanta fretta e scarsa dignità regale, verso il retro dell’abitazione.

Uomo serio, deciso nelle sue idee e gran lavoratore a corte, spesso aveva degli atteggiamenti gigioneschi e burloni frequentando altri ambienti. Quel suo modo di parlare a volte fin troppo scurrile, in varie lingue e dialetti, con metafore e modi di dire, forse era solo un espediente per liberarsi di tanto in tanto dal manierismo aristocratico, formale e ampolloso, che sempre doveva rispettare a corte. Desiderava sembrare semplicemente un toscano, un toscano fra i toscani. Ne ammirava la cultura, l’arte, la storia, le tradizioni e quel loro particolare spirito ironico e graffiante che spesso cercò d’imitare senza troppo successo. Frontiera Due allora non lo capì, accettava tutto dai suoi contadini ma non da uno come lui. Ne rimase profondamente delusa. Non ebbe modo di rivederlo, quella fu la sua ultima visita in val di Chiana. Di lì a poco, Pietro Leopoldo ereditò il trono dell’impero austro-ungarico con il nome di Leopoldo II d’Asburgo e Lorena e, suo malgrado, non rimise mai più piede in Toscana. Pochi anni dopo morì a Vienna, dove era nato appena quarantacinque anni prima. Il ricordo che lasciò alla casa rimase poco in lei. Durò il tempo necessario ai contadini per prendere il bottino e spargerlo nei campi come concime. Senza dubbio un concime regale, senza dubbio una buona annata per il grano.

Al Granduca, in fondo, delle case importava ben poco, non doveva di certo abitarci, la terra lo interessava molto di più. Doveva prosciugare, sanificare e vendere al miglior offerente anche i vasti terreni paludosi che si trovavano ancora sommersi da acqua stagnante, rimasta intrappolata come il brodo fra i bordi rialzati di un piatto da minestra. Per mandarla via da lì si poteva o incidere il bordo in un punto preciso o far pendere il piatto da una parte. Oppure dovevi tirarla fuori con un enorme cucchiaio, sempre che si trovasse il cucchiaio adatto.

Effettivamente in tempi molto remoti qualcuno fece anche quel tentativo. Non ottenne un gran risultato però il suo esempio servì comunque a qualcosa. S’intravide, per la prima volta, che la palude non era una calamità eterna e immutabile e che, con le idee giuste e il lavoro, poteva essere migliorata. Fu il capitano di un gruppo di Lanzichenecchi allo sbando, forse stanco delle continue battaglie e più deluso dai magri saccheggi, che durante il passaggio lungo la via Cassia rimase colpito dalla bellezza di quei luoghi e vi si stabilì per sempre. Cosa ci avesse visto di tanto affascinante allora, nessuno lo seppe mai, ma di fatto fu il primo di una lunga serie di alemanni, Lorena compresi, che poi arrivarono in Toscana. Non lavorava la terra ma era un gran cacciatore. A cavallo di un bel morello di nome e di razza Schweiken, e armato di tutto punto con arco, balestra, alabarda, partigiana, pugnale e sciabola, percorreva in lungo e in largo la palude in cerca di prede. Raramente tornava a mani vuote, nel suo grosso sacco mescolavano il loro sangue pesci, uccelli di lago, lepri, conigli selvatici e cinghiali, che spesso e generosamente divideva con i contadini o che barattava per un po’ di pane e qualche verdura. Era organizzato e capace e col tempo diventò anche il maestro di caccia di quei giovani che bramavano diventare come lui. Per dormire si accontentava di una capanna sul greppo del torrente Foenna, usata un tempo da qualcuno come copertura di attrezzi e fieno. Rubò un po’ di terra all’argine del torrente e riportò in piano il pavimento pendente, poi eresse una parete di fango e sassi nella parte di campo più bassa, come diga alle frequenti inondazioni. A volte anche quel muro non serviva a un granché. L’acqua saliva lentamente, superava la barriera e si rovesciava dentro la capanna. Allora si addormentava in sella al cavallo, aggrappato alla sua folta criniera. La solitudine non gli faceva paura. Immerso nel silenzio di boschi, prati e stagni, come dentro il modesto rifugio, non rimpianse mai la sua vita passata, vita militaresca, becera, movimentata e troppo pericolosa. Sentiva un gran bisogno di tranquillità e lì ne trovò in abbondanza. Dal carattere schivo e dall’aspetto burbero, all’inizio non fu ben capito ma in seguito la sua disponibilità verso gli altri gli facilitò i rapporti con i diffidenti contadini. A volte agiva d’istinto, altre volte si fermava a riflettere ma era comunque un uomo infaticabile e di grandi idee. Da soldato di ventura, durante il continuo girovagare per le varie contrade italiane, si era ripromesso di impararne tutti i linguaggi ma quando si accorse che nei piccoli paesi come nelle grandi città, anche se confinanti tra loro, gli abitanti si esprimevano in modi sempre diversi, si stufò di rincominciare ogni volta da capo e non ne fece più di niente. Proprio lì, in quella grande vallata paludosa, dove si era fermato con l’intenzione e la voglia di starci a lungo, ritrovò la forza di cominciare tutto daccapo. Si sentì da subito più abitante che invasore e così, dopo i primi tempi difficili, passati soltanto ad ascoltare e poi a sillabare di tanto in tanto qualche parola imparata altrove, magari aiutandosi con gesti continui del corpo, delle mani e del viso - tanto che all’inizio i contadini lo scambiarono per un bestemmiatore indemoniato, punito dalla Santa Inquisizione con il taglio della lingua - cominciò pian piano a parlare in modo sempre più comprensibile. Si raccontava che un vecchio capoccia, ignorante e bigotto, quando per la prima volta captò in modo chiaro le parole del forestiero, avesse sentenziato: - Per me quell’òmo era stato morso da la tarantola. Si agitava tutto, introglieggiava e pareva posseduto dal Diavolo ma ‘unnera uno che smadonnava! I preti stavolta si so’ sbagliati e mal’hanfatto a tagliargli la lingua. Allora il Signore Onnipotente s’è commosso e gliel’ha riappiccicata una. Siccome ‘unnà ritrovato la sua, gliel’ha rimessa una di ‘ste parti. Così l’ha miracolato du’ volte! La prima è che riparla, e la seconda è che riparla anco bene, proprio come no’altri! - Comunque, tarantolato, bestemmiatore o invasato che fosse, il lanzichenecco riuscì rapidamente a farsi capire da tutti. Nessuno però seppe mai il suo vero nome, probabilmente troppo complicato da pronunciare, ma i contadini impararono a chiamarlo semplicemente Sauro. Forse per via del colore marrone-rossiccio dei peli della barba e dei lunghi capelli, o forse più facilmente, per assonanza con la parola Sauerkraut che ripeteva frequentemente, nella vana ricerca del cavolo cappuccio, mimandone in qualche modo la forma del fiore e delle foglie. Negli orti del contado crescevano molte varietà di cavolo ma Sauro non vi aveva mai trovato il cavolo cappuccio, proprio quello che a lui piaceva più di ogni altro tipo.

Caulus, o cavolo, era il nome comunemente dato a un’erba delle Crocifere, la Brassica oleracea e a più di un centinaio delle sue naturali varianti. Secondo un’antica leggenda, Licurgo, principe di Tracia, mentre stava distruggendo il suo vigneto per vendicarsi delle numerose sbornie che il frutto di quelle piante gli aveva procurato, furioso, accecato dall’odio e forse più ubriaco del solito, scambiò per una vite il proprio figlioletto addormentato all’ombra dei verdi pampini. L’uomo-lupo, come in seguito fu ricordato, uccise il proprio figlio, staccandogli le braccia e le gambe dal corpo. Il dio Dioniso, non per quella morte irato, ma offeso per la devastazione della piantagione a lui sacra, punì Licurgo rendendolo veramente pazzo e lasciandolo legato al ceppo di un albero nello stessocampo dove prima sorgeva il vigneto. Dalle lacrime di Licurgo, cadute a terra, sbocciarono i cavoli. Da allora la vite e il cavolo non si svilupparono più nello stesso posto. Dove maturava l’uva, non nascevano cavoli intorno e viceversa. Sauro, però, non era un credulone e sapeva benissimo che un terreno sempre umido e cretoso è più adatto a coltivare i cavoli, piuttosto che le viti, e comunque del vino non gl’importava niente. Lui, di gran lunga, avrebbe preferito bere il liquido biondo e amarognolo prodotto nella sua terra lontana ma in quei posti non lo sapeva fare nessuno. Lì, d'altronde, si trovava poco di tutto e non per una mera questione di gusti o di odio fra vegetali. Il Caulus dunque, si sviluppò meglio più a nord, molto lontano da lì, e poi pian piano si adattò ovunque. Da tempi immemorabili, veniva sfruttato come alimento invernale, soprattutto per minestroni o semplicemente bollito in acqua. Inoltre il liquido di bollitura delle sue foglie, dall’odore acre e stomachevole e dall’aspetto verdastro e oleoso, fu ritenuto per molto tempo velenoso. Piuttosto che buttarlo via, però, le massaie lo sfruttarono in altre maniere. Gli uomini vennero obbligati ad usarlo come pediluvio, per togliere dai loro piedi quegli effluvi più nauseabondi dello stesso brodo di cavolo, mentre le donne lo utilizzarono di nascosto, per eliminare dalle loro pance certi fardelli non graditi, ricordo di chissà quali inganni o furori amorosi. Puzzo confondeva puzzo, come segreto neutralizzava segreto. Quando però le massaie si accorsero che, nonostante quel trattamento, i figli indesiderati non solo arrivavano lo stesso ma erano ancora più forti e più belli degli altri, capirono che quel brodo, al di là dell’odore, non era affatto nocivo e perciò poteva essere sfruttato anche come alimento. Mai aveva fatto del male ai delicati esseri nelle loro pance, figuriamoci ai robusti omaccioni selvatici di Chiana! Comunque, per maggior sicurezza, lo sperimentarono dapprima puro, con i gatti - che per orgoglio di razza si rifiutarono di fare da cavie - e poi, mischiato ad altre cose, con gli uomini di casa. Anche loro non ne vollero sapere e, voltando sdegnosamente la testa, tornarono nei campi senza assaggiare niente. Alla fine le massaie trovarono la maniera di renderlo irriconoscibile e appetibile, utilizzandolo condito sul pane. Strusciavano una bella steccia di aglio stagionato su una fetta rinseccolita di pane, la immergevano nel brodo caldo di cavolo fino a farla tornare morbida e poi la condivano con olio e aceto, sale e pepe. A volte vi sdraiavano sopra anche qualche pezzetto di foglia, giusto per dare una nota di colore. Le fette erano servite fumanti. La nuova pietanza, economica e commestibile, riscosse un grande successo e fu chiamata Pan Santo. Il suo gusto, come il nome, aveva del miracoloso. Usata in quella maniera, l’acqua di cavolo fu apprezzata da tutti, contadini e padroni. Gli uomini di campagna non conobbero mai il vero motivo del radicale cambio d’impiego. I pediluvi furono presto dimenticati e il Pan Santo trionfò in ogni mensa. I contadini apprezzarono il coraggio e la pazienza delle loro donne che ripresero a sopportare, senza troppe lamentele, l’odore stomachevole dei piedi e il puzzo d’aglio dei fiati.

Sauro invece non amò particolarmente il Pan Santo. Lo assaggiò ma non gli piacque. Sapeva poco di cavolo e men che meno di cavolo Cappuccio. In quelle terre si trovavano allora poche varietà di Brassica: l’Acephala, la Gongylodes e la Botrytis, chiamate cavolo foglia, cavolo rapa e cavolo torso, e cavolfiore e broccoli. Della verza e del cavolo cappuccio, della varietà Capitata, ancora nessuna traccia. Sauro aveva a disposizione carne e pesce in abbondanza ma il suo cavolo preferito gli mancava troppo. Era uno dei magri ricordi di un’infanzia triste e solitaria, acida quanto il sapore di quell’ortaggio introvabile.

- Allora? Dove cavolo è? - disse Mario a voce alta. La domanda rimase senza risposta. Mario non si rese pienamente conto del soggetto di quella frase. Poteva essere il cavolo, il vino o anche la storia o, forse più semplicemente, aveva soltanto fatto uso di un casto eufemismo. D’altronde il cavolo non ce l’aveva, il vino era finito davvero e la storia tardava a decollare. Mario non era più insonnolito ma alcune cose continuavano a essergli poco chiare. Si alzò dal tavolo per sgranchirsi un po’ le gambe indolenzite e si stropicciò le mani doloranti. Mario soffriva nel corpo e nello spirito ma non lo dava a vedere. Alcune sere, quasi per sfuggire ai dolori incalzanti, si appartava in un angolo buio della cucina e pian piano si lasciava scivolare a terra, strusciando la schiena contro il muro. Poi rimaneva in quella posizione a denti stretti, finché le sofferenze non erano passate.

“Le sfortune e le disgrazie lo stanno spingendo dentro un pozzo così buio e scivoloso, che unghie forti e buone occhiate come le sue non sono più capaci di arrestarne la caduta. Mario è un tipo sveglio e intelligente e pur sapendo che la responsabilità di questo sprofondamento non è esclusivamente sua, non colpevolizza nessun altro. Mario è sicuramente corretto, quanto il caffè del Bar Marisa. Comunque ogni pozzo ha una fine, e meglio sarebbe se Mario vi arrivasse presto, così, prima tocca il fondo, prima risale. Ci riuscirà senz’altro perché è un tipo in gamba e poi più giù di lì non potrà andare. Il fondo, in fondo, è un limite estremo e certo. Quelle strane malattie che gli piovono addosso, – quasi scelte una a una col lanternino – come tutte le sue sfortunate vicissitudini, lo hanno debilitato nel fisico e fortificato nello spirito. Ha capito che senza il passaggio del temporale non potrà mai spuntare in cielo un nuovo arcobaleno. La sensibilità di Mario e il suo particolare bisogno di onestà mal lo collocano in un mondo tanto ingiusto. A volte l’inerzia, a volte l’evasione, gli sono sembrate l’unico rimedio, ma non sempre è stata una sua scelta. Qualcuno dice che Mario assomigli a un uccello canterino, capace di stare su un ramo per intere giornate a dar fiato alla voce. Non vola, non mangia né dorme. Eppure canta bene ma canta sempre da solo e non è utile a nessuno. Mario non vuole far parte del coro. Gli piace rischiare e gli piace farlo da solista:

Mario è considerato un selvatico.

E allora Mario si difende con voce di testa o di petto ma spesso, prima di essere sbeffeggiato, attacca con potenti do di mano. Forse la miccia della sua sopportazione è nata corta o forse brucia troppo in fretta, fatto sta che Mario, in certe discussioni, scoppia alla svelta per un niente. La gente non sa o non vuole capire ma queste esplosioni difficilmente scalfiscono il suo cuore. Le fiammate si fermano in superficie, in certi rossori paonazzi del suo faccione, senza covare braci interiori. Poi passato il bagliore, passa anche il rancore:

Mario è considerato un attaccabrighe.

Per Mario è stato tutto sempre precario, la nascita, le amicizie, il lavoro, l’amore e la salute. Spera, però, che almeno la morte sia definitiva. Non gli piace l’idea di un’altra vita migliore, Mario si accontenterebbe di stare bene in questa. I grossi problemi invece si accasano volentieri in lui. Arrivano in fretta ma non ripartono appena compiuta la funzione. Le sue pene si fermano e cronicizzano sempre. Si vede che con Mario ci stanno proprio bene! Si dice che se tutti portassero la loro croce in piazza, ognuno poi riprenderebbe la propria. Mario sarebbe sempre pronto a fare questo tipo di scambio, di corsa e a scatola chiusa, ma ormai in piazza non ci va più nessuno, e lui aspetta invano:

Mario è considerato un inaffidabile.

Mario, tempo addietro era stato di buona compagnia. Aveva simpatia da vendere e le sue battute, pronte e acute, divertivano sempre. Anche lui, allora, si divertiva e stava con tutti. Su ogni argomento diceva il suo pensiero con ironia e arguzia. Sapeva scherzare come pochi sui suoi difetti che non nascondeva a nessuno. Ora li tace a se stesso e li esalta con gli altri. Gli piace stare al centro dell’attenzione e raccontare fandonie. Più le spara grosse e più la gente lo sta ad ascoltare, e ogni volta gli legge in faccia la verità:

Mario è considerato un bugiardo.

Alto e robusto com’è, spesso gli viene facile sfruttare il fisico vigoroso per ottenere da tutti una giusta considerazione. Non è un ladro, non è un farabutto né una spia e almeno il rispetto dovuto, come a ogni persona normale, crede di meritarselo. E allora fa la voce grossa e quando Mario fa davvero la voce grossa, molti si affrettano a dargli ragione e altri restano in silenzio fingendo di non aver sentito:

Mario è considerato un violento.

Al momento del bisogno, però, tutti possono contare su di lui al completo, sulle mani, sulla testa e sul cuore. Su tutto meno che sulle sue tasche perché quelle, dice, sono faccende che non lo riguardano. È di animo buono e generoso e ancor più lo sarebbe verso se stesso, se solo se lo potesse permettere. Tante compagnie e mai un amico, tanti sudori e mai un lavoro, tante occasioni e mai un vantaggio, tanto sesso e mai un amore. Benché non l’abbia mai desiderata, questa solitudine l’ha seguito sempre come un’ombra, confusa con le prime nebbie del mattino, decisa sotto il sole del giorno e dilatata negli ultimi bagliori del tramonto:

Mario è considerato un egoista.

A Mario piace mostrarsi agli altri senza vergogna e spesso si diverte a chiacchierare in maniera sboccata. Dice le cose come stanno e, dice, che solo in quel modo si possono dire. Ostenta le sue volgari verità di fronte a tutti. Quando vuole sa parlare bene e sa essere di modi gentili ma le due cose non sembrano convivere in lui tanto facilmente. Forse il suo corpo possente, rude e grossolano, come scolpito in un tronco di quercia da un maldestro intagliatore, forse la pancia da gravido, le mani piagate e i denti, quelli rimasti, gialli e neri, o forse la voce da orco, appesantita dai continui colpi di tosse impastati di catarro polmonare che velocemente deglutisce per non espellere con le parole, non l’aiutano minimamente, per quanto si sforzi, a procurargli una fisionomia che nel suo insieme possa somigliare a quella di una di persona sensibile e raffinata. In realtà, i modi bruschi, le battute sul sesso e le parolacce, altro non sono che le maschere indossate da Mario per camuffare certe sue ingenuità e timidezze. Lui sa che in questi posti e con questa gente, la gentilezza è sprecata, e spesso viene facilmente scambiata per servilismo o debolezza e Mario non vuol passare da ruffiano:

Mario è considerato volgare.

Mario tratta ogni persona allo stesso modo e poi a tutti, paesani e campagnoli, dice sempre in faccia il suo pensiero sul lavoro e la politica, con grande spavalderia e con l’ironia di sempre. Non ne cerca per forza il consenso o la complicità, anche se a volte gli tornerebbe molto utile, e comunque va sempre a finire che è solo lui a interessarsi dei problemi degli altri. Ha girato il mondo e ha fatto tesoro di tante esperienze. E’ stato anche sindacalista, un sindacalista onesto e battagliero e ha combattuto sempre in difesa dei più deboli. Forse un po’ troppo onesto, dice lui, e forse per questo nessuno gli offre più un lavoro:

Mario è considerato un fannullone.

Mario sa tenere la scena che è un piacere vederlo e sentirlo. Recita come un vecchio attore e come un vecchio attore crede che il mondo sia solo teatro:

Mario è considerato un illuso.”

- E alla fine da un selvatico, attaccabrighe, inaffidabile, bugiardo, violento, egoista, volgare, fannullone e illuso, ma che cazzo pretendete? - urlò Mario.

Anche a Mario il cavolo ricordava gli stessi sapori amari dell’infanzia, prigioniera nell’orfanatrofio di Montepulciano. - Testa di cavolo, non conti un cavolo, fatti i cavoli tuoi! - Provò di nuovo a parlare in modo più controllato. Gli piacque anche se non gli sembrò così efficace come il suo dire consueto, comunque continuò. - Non m’importa un cavolo, non capisci un cavolo! - E alzando ancor più la voce, - Qui non si salvano né capre né cavoli, e ci si sta come il cavolo a merenda! - Tacque un attimo. Si rese conto che stava esagerando. - Ma poi, cosa c’entrano le capre e le merende, co’ ‘sto cazzo di cavolo? - disse piano, mentre infilava la giacca delle grandi occasioni. Approfittò del momento per stirarsi le braccia, sbadigliando e mugolando forte. La giubba era una vecchia pilorre toppata sui gomiti, screziata di giallo e marrone ma forse in origine il colore marrone non c’era. Si sentiva rintronato, la notte era stata dura e quel cavolo di Pan Santo gli aveva risvegliato l’appetito, e quando l’appetito si risvegliava in lui, non era annunciato da un trillo di campanello ma dal boato violento di un’eruzione vulcanica. Doveva andare subito dalla Bionda, pensò, che qualcosa da mettere sotto i denti poteva ancora rimediarlo e forse anche dell’altro. Era già mattina e il sole filtrava a squarci fra gli scuri delle finestre che non chiudevano bene. La luce metteva in evidenza qualche oggetto recuperato in altre case abbandonate e i tanti granelli di polvere galleggianti nell’aria. Lasciò il tavolo così com’era, tanto aveva da lavorarci per chissà quante notti ancora. In paese lo deridevano di continuo per i suoi lavori insicuri, strani, effimeri e mal pagati.

- Se sapessero di questo… - disse e gli venne da ridere mentre scendeva le scale a due a due. Nell’androne inforcò di rincorsa la Legnano ancora in buono stato e pedalò lungo la strada bianca assolata. Un luccichio intermittente era riflesso dai raggi delle ruote in movimento, colpiti dalla luce del mattino. La bicicletta andava veloce, accompagnata da una leggera nuvola di polvere assomigliante a una coda. Sembrava che stesse in sella a una cometa. Frontiera Due ne seguì la scia fino al Salarco e poi al di là del ponte, finché tutto scomparve. Anche se quel gioco biancastro fra pulviscolo e luce ne dava una certa suggestione, la bicicletta non poteva essere una cometa. La sua orbita fudavvero troppo breve e infatti, di lì a poco, Mario ricomparve sull’aia. Si era dimenticato di prendere le cartine e il tabacco sbriciolato. Doveva sbrigarsi, a mezzogiorno sonante sarebbe rientrato il figlio della Bionda per il pranzo e lei non avrebbe più potuto dargli udienza. Era già sudato e bestemmiava mentre affannato risaliva le scale.

Il lanzichenecco Sauro si adattò comunque bene al nuovo ambiente e finalmente visse in pace, in mezzo a quelle persone alle quali rimase sempre grato. All’inizio i contadini ne avevano paura e non solo per il suo strano modo di comunicare. Il curato,poi, ne parlava come di uno sbandato senza fede e senza bandiera, di un barbaro sanguinario, di un mercenario bestemmiatore che aveva osato alzare la sua spada anche contro il dio romano in terra. Al soldo di signori sempre diversi, aveva terrorizzato e ucciso uomini, violentato donne, saccheggiato e bruciato paesi e città. Insomma, un diavolo travestito da uomo. A dire il vero, le ragioni di tali infamie ci potevano anche essere, però ai contadini importava ben poco del passato e men che meno di quello di uno straniero. Non gliene chiesero mai spiegazioni. Dopo il tempo necessario alla reciproca conoscenza, lo trattarono come uno di loro e in seguito diventò esempio di saggezza e laboriosità per tutti.

Sauro sapeva affilare lame, riparare attrezzi, lavorare il pellame e cacciare e pescare con particolare maestria. Non sapeva coltivare la terra ma la sua successiva impresa, geniale quanto maledetta, non passò inosservata e non fu mai dimenticata. Un bel giorno la fortuna sembrò schierarsi dalla parte di Sauro, quando, cavalcando nei pressi della via Cassia vicino al bosco di Bettolle all’inseguimento di un grosso cinghiale maschio, fu costretto a infilarsi, con grande disapprovazione del suo morello, dentro una fitta spinaia di “rovi canterini”, così detti per il ritmato lamento che le persone o gli animali emettevano quando erano costretti a passarvi in mezzo. Sauro si commosse al primo acuto di Schweiken. Smontò di sella e strisciando come un serpente, infilò la testa in un piccolo spazio tra i rovi. Ciò che vide da quella bassa posizione non gli permise di capire bene di cosa si trattasse ma intuì che poteva essere comunque qualcosa di importante. Per intanto il cinghiale era fermo lì con la testa incastrata in uno spacco di una grande ruota di legno, incapace di andare avanti e indietro. Con una lunga corda, Sauro lo legò facilmente per le zampe posteriori. Poi uscì fuori dal buco e fissò l’altro capo al collo di Schweiken. Il cavallo capì quel che doveva fare e provò a muoversi in direzione opposta alla spinaia. Per un breve attimo la corda rimase tesa e immobile, alla pari del cavallo. Schweiken tirava ma non riusciva a prendere il via. Allora fece qualche passo indietro e poi ripartì di slancio. Di lì a poco, preceduto da un forte schianto e da uno strillo acuto, apparve fuori dalla macchia un grosso bestione, nero e peloso. Legato e trascinato in quel modo, il cinghiale si dibatteva più che poteva. Nonostante avesse la bocca impastata di terra e di bava, ringhiava come un cane rabbioso, mentre con le zampe anteriori cercava inutilmente un qualunque appiglio frenante. Tutto il percorso dell’animale era segnato con due strisciate parallele, scavate nel terreno dai suoi unghioni, non di certo adatti per quella innaturale funzione. Dopo diversi metri il cavallo si fermò, ubbidendo al fischio del suo padrone. Sauro si avvicinò al cinghiale con cautela e gli gettò addosso una robusta rete da combattimento. Poi lo immobilizzò definitivamente, legandogli le altre due zampe e stringendogli un laccio intorno alla bocca. Il cinghiale continuò per un po’ a mugolare e a dibattersi, quindi si zittì e si fermò definitivamente. Il suo sangue, uscito a fiotti dalla gola tagliata, aveva ormai allagato tutto il terreno intorno. Sauro strofinò il coltello sulla groppa dell’animale morente e poi lo ripose nel fodero. Senza altro indugio si diresse verso la spinaia, impugnando la sciabola. Durante il lungo lavoro non cantò mai, era proprio stonato e se ne vergognava. Finalmente, sul far della sera, riuscì a liberare dall’abbraccio dei rovi canterini la cosa che aveva fermato l’indemoniato cinghiale. In verità, man mano che il lavoro andava avanti, Sauro si stava rendendo conto di cosa poteva trattarsi, ma alla fine ne restò ugualmente meravigliato. La catapulta era in buono stato e sembrava munita di meccanismi più innovativi e più potenti di quelli da lui conosciuti quand’era soldato e poi, era veramente grande. La sorpresa comunque non terminò lì, anzi aumentò quando Sauro si avvide di due casse di legno, di grandezza diversa, poggiate dietro alle ruote. Mentalmente ringraziò quei soldati che, forse, per sfuggire più velocemente al nemico, avevano abbandonato in quel posto i fardelli più pesanti. Il sole era già scomparso dietro all’orizzonte ma la sua diffrazione permetteva di vedere ancora abbastanza bene. Allorché tolse il coperchio alla prima cassa, il cuore gli balzò in gola. C’erano corde, ferri, chiodi e diversi attrezzi, utili per tanti lavori, ma quando aprì la più piccola, non riuscì a contenere la sua felicità. Cacciò un urlaccio e fece un gran salto in aria, alzando le braccia verso il cielo. Il cavallo lo imitò con un nitrito, più per fedeltà che per tornaconto personale. A Schweiken non erano mai piaciuti né l’orzo né il cavolo cappuccio. Lui aveva trascorso serenamente la sua vita da puledro.

Il campo incolto davanti alla capanna di Sauro, avrebbe sicuramente accolto e cresciuto, come un ventre materno, le piantine amarognole del cavolo e i dolciastri semi di orzo che un magnanimo dio alemanno gli aveva mandato in sorte. Ma di tutto il campo a disposizione, soltanto una piccola zona si trovava all’asciutto, mentre la maggior parte del terreno era ricoperta da un ampio acquitrino. Sauro, per farvi nascere qualcosa, come in ogni parto che si rispetti ne doveva rompere le acque. In questo, pensò che gli sarebbe stato molto utile l’altro regalo, la vecchia catapulta. Con l’aiuto di due forti giovenche prese in prestito da un contadino in cambio del cinghiale, Sauro riuscì a portarla nel suo campo e poi vi lavorò instancabilmente per alcune settimane. Dimezzò la lunghezza del braccio di lancio e sostituì il piatto di caricamento con un grande trogolo per maiali. Aggiustò la ruota spaccata, ricostruì una parte della base, cambiò le funi sfilacciate e ingrassò gli assi e gli altri perni di scorrimento. Poi, aiutato dal suo incredulo cavallo, piazzò la catapulta in modo che pendesse dalla parte dell’argine e che avesse la bocca di lancio rivolta verso la zona di campo non sommersa. Le ruote posteriori erano quasi completamente affondate nel fango, mentre quelle anteriori poggiavano sul terreno più asciutto. Per mantenere questa inclinazione ed evitare un ulteriore sprofondamento del carro, Sauro ne utilizzò il lungo timone da traino, diventato a quel punto del tutto inutile. Lo segò, gli fece una punta e lo fissò al telaio. Alla fine, il timone trapassava la catapulta dal davanti al dietro come fosse uno enorme spiedo, andando poi a conficcarsi nell’argine del torrente. Una volta bloccata in quella posizione, poteva raccogliere con più facilità l’acqua e la melma dal fondo del campo e gettarla via col trogolo di lancio. Da buon soldato qual’era stato, calibrò spinta e direzione del braccio, in modo che il fango cadesse sulla parte di terreno che gli interessava rialzare. Più aumentava i lanci e più saliva il livello del campo, mentre il posto in cui il trogolo pescava la melma si trasformava in una troscia non molto profonda ma sempre più larga, che richiamava parte dell’acqua impaludata. Giorno dopo giorno il campo si alzava in mezzo all’acquitrino, mettendo in mostra una superficie grigiastra e lucente come la groppa di una nutria bagnata. Sauro lo guardava crescere orgoglioso e pieno di speranza. Quando considerò la parte risanata sufficiente alla coltivazione dell’orzo e del cavolo, smise di effettuare i lanci.

Il torrente Foenna ammirò l’ingegno e il coraggio dello straniero silenzioso e lo lasciò fare senza mai ostacolarne la fatica. Non si offese neppure quando fu trafitto nel fianco dal fastidioso palo di sostegno. Non gli dava nessun dolore, semmai indeboliva un po’ l’argine sinistro ma quello era un problema che non lo riguardava. Il terreno risanato pendeva visibilmente verso la sponda del torrente ma almeno non era allagato del tutto. Più di tre parti stavano sollevate e bene all’asciutto. Dopo qualche tempo, dal campo di Sauro, reso ancor più fertile dalla terra riportata, cominciarono a spuntare le prime pianticelle di orzo e di cavolo cappuccio. Quei giovani virgulti crescevano bene, vicini gli uni agli altri, senza mai un litigio. In seguito i contadini apprezzarono, non senza un po’ d’ipocrisia, i nuovi prodotti coltivati da Sauro, però non vedevano l’ora che tornasse a dedicarsi alla caccia e alla pesca. Il cavolo, senza cappuccio, ce l’avevano in abbondanza e anche una varietà di orzo. Lo davano in pasto agli animali o, a volte, ne utilizzavano la farina per farci il pane, un pane scuro che faceva veramente schifo. Ai contadini non piaceva nemmeno il liquido biondo e amarognolo che Sauro cominciò a ricavare dai semi d’orzo fermentati. Per bere, meglio il loro vino scuro, più dolce e più inebriante della bier.

In quei posti, le disgrazie naturali di solito non si facevano attendere troppo e i contadini lo sapevano. Quella volta però la tragedia colse tutti di sorpresa e per l’ignaro lanzichenecco - erano passati appena nove anni dal suo arrivo in val di Chiana – fu oltremodo violenta e spietata.

Nella prima metà del sedicesimo secolo, durante un triste autunno, in val di Chiana piovve così tanto e così violentemente che anche i terreni storicamente molto assetati e ben provvisti di grandi arterie o di piccoli e validi capillari drenanti, non poterono più assorbire né convogliare altrove le acque limpide cadute dal cielo né quelle torbide discese dalle colline.

Sembrava la fine del mondo ma non fu così, anche se la terra di quella piccola parte di mondo rimase soffocata dagli acquitrini per centinaia di anni ancora. Dopo tanto viaggiare tutte le acque si erano ritrovate lì, in un abbraccio difficile da sciogliere.

- Questo posto fa sempre conca - disse Mario - e non solo per l’acqua! -

Le frequenti alluvioni cambiavano spesso i connotati alla valle ma il ricordo di quella volta rimase fisso perfino nei nomi di luoghi e di località dei dintorni. Quello che Sauro non poteva sapere era il fatto che la sua troscia artificiale si trovava, comunque, a un livello più alto del letto della Foenna. L’acqua, non potendo scaricarsi altrove, si adoperava a corrodere la base dell’ostacolo che le impediva di entrare nel torrente, premendo con forza dall’esterno verso l’interno e l’argine non era propriamente allenato a sopportare le forti pressioni provenienti da quella parte. Pian piano, la spinta continua dell’acqua vinse la resistenza della scarpata, già da tempo fiaccata dall’erosione e dalla lesione subita dal timone della catapulta, e così, in una notte di burrasca, il fianco sinistro cedette di schianto verso l’interno del torrente, portandosi dietro tutto quello che aveva con sé, terra e catapulta comprese. I legni s’incastrarono nell’alveo del Foenna e con arbusti e sassi, andarono a formare uno sbarramento alto e resistente.

Quella medesima notte, un’ondata di piena enorme partita dai poggi di Santa Cecilia si mise a correre verso valle, prima dispersa lungo le chine, poi suddivisa in piccoli rigagnoli e infine riunita in turbolenti ròcchi che imboccarono decisi l’unica strada disponibile, il torrente Foenna. La sua cresta d’avanguardia, gonfia e spumosa, dove galleggiavano tronchi, rami e foglie di alberi strappati ai boschi delle colline di San Gemignanello, scendeva giù a grande velocità, tirandosi dietro una densa massa melmosa. La trascinava come a guinzaglio e senza farne cadere fuori dal suo ventre nemmeno una piccola goccia, nonostante viaggiasse al di sopra degli argini. Per la prima volta un fluido sembrava aver assunto una forma autonoma, stabile e non condizionata dal suo contenitore. La testa della piena, giunta nei pressi del campo di Sauro, si trovò di fronte all’improvviso un ostacolo inaspettatamente robusto. Allora, mugliando e contorcendosi come una bestia in trappola, rizzò furiosa la sua cresta e salì in alto spinta dalla forza della retroguardia melmosa che nel frattempo le era piombata addosso a tutta velocità. Per un attimo restò ferma in aria, come stordita dal contraccolpo ricevuto, poi perse stabilità e ricadde su se stessa con tutta l’energia potenziale accumulata nella salita, dirigendosi verso il punto di minor resistenza. Senza perdere altro tempo né velocità, s’insinuò facilmente nello squarcio del suo fianco sinistro, aprendolo come fosse burro. Tutta l’acqua e il fango che si tirava dietro la seguì in silenzio. La piena si rovesciò sulla capanna inerme di Sauro e poi proseguì la sua corsa devastatrice fino al campo coltivato. Finalmente, sbollite le furie e la corsa frenetica, la piena si fermò. Stanca e bagnata ristette sulle sponde dell’acquitrino che lei stessa aveva appena creato. Il lungo viaggio era davvero finito. Lo schiaffo con cui spazzò via la capanna, piuttosto che una sberla violenta, sembrò un bonario puffetto sulla guancia innocente di un bambino, tanto fu inesistente la resistenza opposta dai quattro assi tarlati e dalle pareti di paglia e fango. Anche i pezzi della catapulta si dispersero lontano, sbattuti e trascinati via dalle acque impetuose. L’ondata della piena era passata in un attimo e in quell’attimo aveva affondato per sempre le idee, le speranze e il coraggio di una vita.

Dopo alcuni giorni, quando il finimondo sembrò placarsi, un contadino, spintosi fin là in barca alla disperata ricerca dei propri animali, vide sbucare dall’acqua ancora torbida un’enorme zucca luccicante. Immobile sotto il primo sole del mattino, la pancia nuda e gonfia di Sauro apparve in superficie. Poi spuntò il resto del corpo. Le mani stringevano ancora la criniera del suo cavallo. I biondi steli di orzo e i cavoli in fiore galleggiavano intorno a lui quasi a fargli da corona. Alcune foglie di cavolo erano rimaste intrecciate fra i suoi capelli e gli fasciavano la testa come un cappuccio. Vicino a Sauro, Schweiken sembrava dormire su un fianco a occhi aperti.

Una piccola parte del campo ricolmato da Sauro si salvò da quella catastrofe e rimase all’asciutto. Per la gente di quei posti rappresentò il simbolo di una battaglia vinta contro la palude, grazie all’ingegno e al lavoro di un uomo. I contadini dovettero però attendere tanti e tanti anni ancora, prima della definitiva affermazione delle colmate.

1) Quando il toro sale sulle cose buone, le disgrazie scendono.
2) Quando ci sarà legna, si potranno riscaldare.
3) Quando mancherà l’aria, ci sarà molto più silenzio.
progetti/piero/frontiera2/3.txt · Ultima modifica: 09/04/2019 19:02 da cesiano