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progetti:piero:frontiera2:14

14/ Quattordicesimo Quaderno

Mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia
e che grande questo tempo,
che solitudine, che bella compagnia.

F. De André “Anime salve”

Partenza di Mario. Nuova Solitudine. Inquietudine e Paura. Diario di Frontiera Due. L’angoscia. Le Allucinazioni. La Grande Farfalla. Presagi e Timori. Scossa Violenta. Ritorni e Ripartenze.

Quel giorno Frontiera Due si sentiva molto confusa. Non sapeva decidere se lasciarsi andare alla tristezza o farsi prendere dalla felicità. Eppure le due opposte sensazioni che erano causa della sua indecisione, in quel momento, avevano, ognuna per motivi diversi, le loro buone ragioni d’essere. Sapeva che Mario, all’indomani, se ne sarebbe andato per iniziare un nuovo lavoro. Nonostante le sue promesse, giurate e rigiurate, Frontiera Due aveva la sensazione che non l’avrebbe rivisto più. Forse, quella era davvero l’ultima notte che passava con lui, e quel pensiero la faceva stare male. Al contempo, però, vedendolo tutto contento, non poteva che esserne felice.

Frontiera Due era fermamente convinta che se anche in passato avesse provato a comunicare i suoi pensieri agli uomini, non sarebbe mai riuscita a farsi capire da nessuno. Si trattava di trovare i giusti contatti tra particolari sensibilità che, allora come allora, era quasi impossibile scovare. Per questo non l’aveva fatto prima. C’era riuscita soltanto verso la fine del cammino, grazie all’incontro con una solitudine pari alla sua. E non poteva essere soltanto una semplice questione di casualità, però ci voleva quel Mario e quel Mario era arrivato! E così, grazie alla sua presenza, Frontiera Duesi era liberata anche dei ricordi più penosi. Erano i rimasugli di tinteggiature, foto di famiglia, crocifissi in legno, madonnine di gesso e santini, palme secche, corde, stringhe, piume di fagiano, chiodi, zoccoli e scarpacce, serrature scassate e chiavi che non ci dicevano, cornici tarlate, vetri rotti, pipe, manici spezzati e scope spelacchiate, vecchi catorci e maniglie arrugginite, piccoli resti di cose abbandonate, miseri avanzi che avrebbero potuto esprimere le loro antiche storie, se solo qualcuno, rigirandoli fra le mani, li avesse guardati con gli occhi spalancati dalla meraviglia. Sarebbero stati sufficienti quei semplici gesti per riaprire tutto un mondo, per ripopolare e far rivivere il passato, in ogni momento. Aveva aspettato tanto e poi, finalmente, qualcuno era riuscito a farlo. Inoltre Mario aveva colorato e arricchito, a suo piacere, con riflessioni e fantasie, i pensieri di Frontiera Due ma non ne aveva mai alterato senso e contenuti. Magari a volte, per non aprire il quaderno e scrivere quello che pensava, si mordeva con forza la mano. A volte, invece, bestemmiava senza ritegno, ma riusciva a dire la sua.

“Nella mia lunga esistenza, ho visto e ascoltato di tutto ma nel ricordare il passato sono stata costretta a fare delle scelte, ben sapendo che tutti sarebbero stati ugualmente degni di essere ricordati. Spero di aver ridato almeno un po’ di luce vitale a questa terra dimenticata troppo in fretta. Porterò tutto e tutti nel mio cuore.

Ora nessuno potrà più rinnegare o far finta d’ignorare ciò che è stato rivisitato. Trascorse nel dramma, nella farsa o nella commedia, a volte brillante a volte grottesca, quelle esistenze erano state vissute e come tali andavano raccontate perché avevano, e hanno, il diritto di non essere mai dimenticate”.

Forse Frontiera Due ha sorriso e, comunque, è stato solo per un attimo. Si era affacciata alle finestre di fronte e aveva guardato fuori. Il vecchio pozzo rotondo, una volta ricco di buona acqua fresca, si stava rapidamente prosciugando e il muretto protettivo, consumato dal tempo e invaso dalle erbacce, era in parte crollato. La carrucola e i suoi sostegni di legno erano distesi per terra. Alla base del muretto si faceva largo una piccola pianta di Ficus carica, il cui fusto, a mo’ di arco teso tra la terra e il cielo, stava completamente piegato da una parte e ricurvo verso il basso, nell’ostinata ricerca di un po’ di sole. I rami frondosi dell’imponente Juglans regiafacevano ombra, per quasi tutto il giorno, su una vasta zona intorno al pozzo e la luce non poteva arrivare sulle foglie del Ficus che solo in quel punto e soltanto quando il sole era basso all’orizzonte.

Alti cespugli di Crataegus monogyna, nati e vissuti in anarchia, si trovavano sparpagliati qua e là per l’aia e una grande macchia odorosa di Sambucus nigra nascondeva ormai quasi completamente i muri decrepiti delle stufe per il tabacco. Le Robinie pseudoacacie gialle, nate vicino alle fondamenta, erano cresciute attaccate ai muri esterni, fino a raggiungere l’altezza delle finestre. In primavera le loro fitte foglioline, mosse dal vento, procuravano a Frontiera Due un fastidioso solletico alla schiena e alla faccia. Ormai il mondo vegetale stava lentamente riconquistando lo spazio vitale che gli era stato tolto con l’arrivo dell’uomo.

L’aia si allargava su tre lati e la sua superficie curata e pulita come un salotto, appariva, una volta, molto ampia. Adesso, quasi completamente invasa da sterpi, gramigna e alte ortiche, sembrava ridotta a un piccolo spazio, inutile e silenzioso. Allora, era popolata da uomini, donne e da animali d’ogni specie: cani, gatti, galline, nane, oche, tacchini, faraone, polli e perfino fagiani, faine, volpi e lepri che, spesso e con molto coraggio, si spingevano fin lì per procurarsi, senza troppa fatica, acqua e cibo.

Erano più di quarantanni che Frontiera Due viveva in solitudine, poi era arrivato Mario e alla fine, dopo un periodo volato troppo in fretta, stava per rimanere di nuovo sola. Sapeva che Mario aveva trovato un buon lavoro, e che presto l’avrebbe lasciata, probabilmente, per sempre. Sapeva anche dove andava ma quello che gli poteva succedere poi, lo avrebbe potuto conoscere soltanto se lui fosse ritornato per raccontarglielo. Era già un po’ di tempo, infatti, che la casa aveva perso la facoltà di captare parole e pensieri che nascevanointorno a lei.

Nel corso di quel pomeriggio, Frontiera Due cominciò a notare degli strani fenomeni. Considerava quei segni come l’inequivocabile approssimarsi della sua fine. La natura sembrava in uno stato confusionale e anche lei non era da meno. Sentiva il suo tetto traballare e come avvolto in una nebbia che in realtà non c’era. Non sapeva darne una spiegazione logica. Alla sera il vento cessò di emettere qualsiasi tipo di suono. Si agitava in un silenzio irreale e così completo che se non avesse avvertito il tremolio delle tegole sul tetto, quando erano investite dalle sue folate, l’aria le sarebbe sembrata immobile. Ogni tanto Frontiera Due pensava a Mario. Era certa che dopo la sua partenza, le sarebbero mancate le battute sarcastiche e le macchiette grottesche, le sue intuizioni o le sue considerazioni scaltre e ironiche. E proprio quella sua ingenua incoscienza, la naturale semplicità e l’immancabile disponibilità l’avevano colpita da subito e stregata per sempre. Il fisico imponente e il suo aspetto rude forse avevano tratto in inganno tante persone ma non lei. Dentro quel corpo da gigante scorbutico, si nascondeva in realtà, un animo sensibile e cordiale. Mario sembrava strutturato per ingannare! Era un contrasto vivente, un’incongruenza fatta persona, un vero e proprio ossimoro di spirito e materia! Frontiera Due non lo riteneva soltanto un semplice trascrittore di pensieri ma interprete e coautore di storie che probabilmente, senza la sua presenza, non sarebbero mai saltate fuori, e comunque non in quel modo. Lui possedeva una chiave, una chiave magica, la sola che poteva aprire lo scrigno arrugginito della sua memoria. Frontiera Due speravafortemente che non andassero perse né chiave né memoria.

“Ogni pensiero, mi procura un’oppressione fastidiosa, che si manifesta con un groppo d’aria bloccato in mezzo alla tromba delle scale. M’impedisce di respirare liberamente e non intende muoversi da lì. Il pesante fardello sembra alimentato da un continuo senso di attesa e per quanto cerchi di sforzarmi, non riesco a mandarlo giù. Mi scuotono improvvisi brividi di freddo, subito sostituiti da vampate di calore. Mi sento impotente e sempre più stanca. Anche la natura intorno pare assecondare la mia ansia. Aspetta indolente e subisce senza reagire.

L’estate è finita da poco e, come di consueto, il sole se ne va di scena in anticipo. Oggi però si decide a farlo con una fretta e un’impazienza inconsuete per la stagione, quasi scappasse da qualcosa che non può impedire - o forse lo potrebbe ma non ne ha semplicemente voglia – e che, comunque, non sembra nemmeno temere particolarmente. Dimostra, soprattutto, il desiderio frenetico di non essere più guardato. E allora saluta il giorno con i medesimi bagliori rossastri e poi sparisce velocemente dietro certi nuvoloni neri, da un po’ di tempo parcheggiati all’orizzonte.

Da lì la luce prende a diffondersi per l’aria e, muovendosi a ondate, riempie tutto il cielo con striature concentriche di tonalità inconsuete, variabili dal rosso sangue, al violaceo, fino al verde acido. E’ uno spettacolo fantasmagorico di orrido gusto! Alla sola vista, un tremore attraversa i miei mattoni, veloce come un lampo a ciel sereno. Gli uccelli, i pochi rimasti ancora in giro, seguono l’esempio del sole. Volano a bassa quota, in qua e in là, e poi, improvvisamente, finiscono per rifugiarsi, rapidi e tremanti, sotto le tegole del mio tetto. Non odo cinguettii né battiti di ali. Avverto invece un odore indefinibile alzarsi dalla terra e penetrarmi attraverso porte e finestre spalancate. Non è dolciastro né acre, non sa di marcio né di pulito, non puzza di morte e non profuma di vita e non ha sentore di nuovo e neppure di antico. Tutta l’aria intorno rimane sbalordita. E’ in attesa, come lui, di decidere il suo definitivo aroma”.

“Ieri notte se n’è andata anche la luna. Eppure l’avevo vista poco prima, rotonda e luminosa, infilarsi dentro il ventre di una densa nuvola nera che le andava incontro. Per un tempo, che mi è sembrato eterno, ho atteso con ansia di vederla sbucare dall’altro lato e, invece, non è più riapparsa. La nuvola, per non farsi superare, ha invertito la rotta e si è messa a seguire la luna di buon passo, mantenendola sempre al coperto, o forse, gelosa del suo splendore, l’ha rinchiusa in un anfratto buio e profondo da dove non è più sfuggito neppure un fioco barlume. Da quel momento si è fatta notte vera e il cielo, privo di stelle, pareva immerso nella pece. Poteva essere un sogno senza sonno, ma adesso non ne sono troppo convinta. Penso che la colpa sia solo dell’inquietudine, fiore e frutto delle mie recenti allucinazioni.”

“Questa mattina, all’alba, sono arrivati i gatti.

La Micia è sbucata dalla forma di un campo vicino. Si è fermata al centro dell’aia e ha iniziato a ronfare debolmente. Ho sperato che fossero fusa perché io la udivo a stento. Sembrava uscita da un lungo letargo, era assonnata e molto magra ma bella come sempre. Avrei voluto abbracciarla e coccolarla, ma non potevo muovermi e lei non si è avvicinata. All’improvviso, numerosi gatti di varie taglie e tinte, apparsi dal nulla, schivando ortiche e arbusti si sono lanciati contro di me come indemoniati. Avevano gli occhi sbarrati e le bocche spalancate da stecchi e chiodi infilati nelle palpebre e nelle gengive. Ridevano beffardamente! Alcuni già sfoderavano le unghie ma, a un deciso miagolio della Micia, si sono bloccati tutti nella posizione in cui si trovavano. Sono rimasti come pietrificati, orribili nei loro ghigni impropri. Poi, quando lei si è girata e ha preso a correre verso i campi, tutti le sono andati dietro a grandi balzi. All’infuori della Micia, non ne ho riconosciuti altri!

Sul far della sera sono comparsi i rospi.

Dai campi, dal pozzo e dai fossi vicini, grossi e piccoli, grassi e magri, tronfi e piatti, saltellando e strisciando, hanno riempito in un baleno tutta l’aia, uno sopra l’altro a formare una voluminosa catasta scura, viscida e ondeggiante, che ben presto ha raggiunto l’altezza dell’androne. Nessun rospo, però, ha avuto l’ardire di posarvi una zampa. Per ossequio o timore, sono rimasti tutti a debita distanza da me. Poi hanno cominciato a cantare a squarciagola e in un attimo il frastuono è diventato assordante. Allora ho preso il primo oggetto che mi è capitato a tiro e l’ho lanciato su di loro. L’attrezzo è salito in alto e poi con un tonfo sordo, ha toccato terra. Mi sono immediatamente affacciata e i rospi non c’erano più, svaniti di colpo nel nulla, non appena il martello di Mario ha fatto la sua miracolosa comparsa dalla finestra.”

“Ieri pomeriggio, mentre osservavo il misterioso tramonto, ho notato che il mio intonaco esterno aveva cambiato colore. Una miriade di sanguisughe, gonfie e lustre, stavano attaccate alle mie pareti, una accanto all’altra, riempiendo quasi tutto lo spazio disponibile. Sembravo una signora vestita in lamé, pronta per il gran ballo della sera. Il mio lungo abito ondeggiava armonicamente e luccicava sotto gli ultimi raggi del sole. Le mignatte si accanivano contro l’intonaco cercando, a fatica, di succhiarne la linfa vitale residua. A quel punto, annunciata da un forte sibilo acuto, è arrivata volando e ronzando, una grande palla densa e scura. Le migliaia e migliaia di zanzare che la formavano si sono subito lanciate, pungiglione in resta, verso di me in cerca di qualcosa da succhiare. In realtà io, vecchia e anemica, avevo ben poco da offrire, sia alle mignatte come alle zanzare, eppure le due razze, per niente convinte, hanno preso a lottare aspramente disputandosi i rari spazi liberi sulle mie pareti. Forse non litigavano soltanto per il mio misero sangue, ma più facilmente, per un odio profondo dovuto ad una sorta di secolare competizione etica che le distingueva: per nutrirsi, le zanzare infettavano e le mignatte depuravano. Le due razze avevano comportamenti simili ma dignità professionali del tutto contrastanti! Avevo sempre considerato le zanzare ottime combattenti e, anche in quell’occasione, non si sono smentite. Per scacciare le nemiche dal territorio occupato, non sono andate a pizzicare i corpi delle mignatte, gonfi solo d’aria, ma hanno diretto i pungiglioni - con precisione millimetrica anche in quella totale confusione - sulle loro ventose aggrappanti. A quel punto le sanguisughe, costrette ad abbandonare la presa, sono cadute a terra, denudando rapidamente le pareti. Cascavano di continuo come acini d’uva centrati dalla grandine e di colpo scomparivano alla vista appena toccavano il suolo, inghiottite dalla terra. Dopo un po’, nonostante tutto lo spazio libero a disposizione, le zanzare sono volate via.”

“Ora è mattina, una brutta mattina!

Stanotte, in piena notte, un improvviso frullare di ali e un pestare di zampette mi ha fatto sobbalzare sulle fondamenta. A piccoli voli e a brevi saltelli, una marea bianca di insetti indistinti è avanzata per la strada di Sciarti. Poco dopo, al ritmo dei loro svolazzi e dei loro calpestii, è partita una musica bellissima, suonata da un’orchestra di soli organi e violini. Quando sono stati più vicini, ho avvertito distintamente il canto di un coro che si univa al ritmo e alla melodia. Sentivo tutto ma vedevo poco e ci capivo di meno. Quelle che somigliavano a voci, in realtà non avevano nulla di umano, non modulavano sillabe e non cantavano parole. Emettevano soltanto dei suoni, suoni puri e nitidi, come se uscissero da un indefinibile strumento musicale. Uno strumento irreale, sconosciuto anche alle mie sapienti orecchie, che poteva ricordare un impasto di fisarmoniche e trombe ma che esattamente non era né una fisarmonica né una tromba. Se anche Mario l’avesse udito, l’avrebbe potuto definire una “trombonica”! La musica di accompagnamento nasceva invece dai gelsi disposti lungo la strada. Con l’aiuto del vento, i mori piegavano e tendevano di continuo i loro rami spogli come tanti duri nerbi, spingendo l’aria dentro le aperture irregolari dei vecchi tronchi. Il legno stagionato e le cavità scabrose del fusto amplificavano e variavano le vibrazioni dell’aria. Ne venivano fuori suoni armoniosi e melodie stupende. Una musica che sembrava nascere da corde di violino e da canne d’organo insieme, e che arrivava dritta al cuore. La mia commozione ha raggiunto il culmine quando finalmente ho visto il coro. Una moltitudine infinita di farfalle avanzava sulla strada, saltellando, svolazzando e cantando. I loro abiti chiari spiccavano nella notte nero pece. Il mio sguardo non poteva comprenderle tutte, eppure le ho riconosciute. Erano le falene della seta, tutte le candide falene della FILA. Il coro di voci bianche, raggiunta l’aia, ha smesso di cantare e l’orchestra dei gelsi di suonare. Una gigantesca farfalla mi dava le spalle e comandava tutte le altre con movimenti delle sue ali superiori. Quelle inferiori le teneva abbassate lungo i fianchi e, viste da dietro, sembravano le code di un bianco frac. Era lei, l’elegante direttore del coro! A un tratto, ha puntato tutt’e quattro le ali verso il cielo e l’orchestra dei gelsi ha ripreso a suonare. Poi, la grande farfalla, sollevandosi da terra, ha spiccato un salto all’indietro - un Angelo a volo d’angelo capovolto – e, dopo una doppia capriola aerea, è andata a posarsi sul mio tetto. Lì è rimasta eretta e immobile come certe candide statue di marmo, piantate sul cornicione di un tempio. Poi anche le altre falene si sono alzate in aria e, girando alla pari di trottole impazzite, hanno incominciato a volare intorno a me e intorno alla statua. Non si trattava di un vero e proprio volo ma di una danza e, più che una danza classica, ricordava il ballo popolare di una volta, un incontro di gioie liberate e di passioni sfogate a cui in passato avevo assistito tante volte. La spaziosa cucina dei poderi, dove i numerosi ballerini volteggiavano abbracciati senza toccarsi né ostacolarsi, era al momento sostituita dall’aria della notte dentro la quale il turbine bianco ruotava intorno a me. Le falene, sollevate e sospinte dal soffio della musica, sembravano quei fiocchi di neve che non trovano mai posa. Però apparivano felici, felici di essere libere e di volare. A volte, in certi movimenti minimi delle loro piccole teste, mi sembrava di scorgere il cenno di un saluto che non sono riuscita a decifrare bene. Forse poteva essere un benvenuto o un arrivederci o, chissà, una piccola riverenza! Per un attimo, poi, ho provato una sensazione di leggerezza al tetto - come se le tegole fossero improvvisamente volate con le falene – e, di seguito, una forte nausea. Di colpo la mia testa ha preso a ruotare e il mio stomaco a ondeggiare. Ho chiuso gli occhi ma le pareti continuavano a girare con tutte le cose. Però, com’era arrivato, tutto si è fermato e la vertigine è passata. Quando ho riaperto gli occhi le falene erano sparite e le stanze avevano ripreso il loro posto.

L’orchestra dei gelsi si era definitivamente ammutolita.”

“Mentre l’alba arrosava il cielo alle mie spalle, per poco, il mio vecchio cuore non ha ceduto di schianto! Davanti a me, dritta sul davanzale di una finestra, con le ali composte, la testa leggermente inclinata in avanti e il corpo avvolto in un candore spettrale, stava la grande farfalla. Il volto aveva qualcosa di umano ma non mi ricordava nessuno in particolare, e quando poi ha cominciato a parlare, neppure la voce mi è stata d’aiuto. Ben presto però le sue parole hanno scacciato ogni mia perplessità!

– Scappa da qui, Frontiera Due, vattene via prima che sia troppo tardi! Non farti inchiodare per sempre a questa terra, dalle cose e dalle persone che hai visto, sentito e amato. Tutto falso, tutto inventato, tutto costruito. E’ tempo di andare oltre, ora. Gli affetti non ci sono più, e i ricordi? Sempre solo e soltanto bugie del cuore! Ma poi, quale nostalgia? E soprattutto, nostalgia di che cosa? In questi luoghi sei nata e cresciuta tra ingiustizie e miserie, poi ti sei nutrita di ingiustizie e miserie e alla fine rimpiangisoltanto ingiustizie e miserie! Di questo ti ricorderai, delle uniche cose che da qui non se ne andranno mai. E allora? Da dove credi che arrivino le delusioni, le amarezze e le frustrazioni? Il presente è soltanto una scossa, una rapida sensazione, un abbaglio di sole e poi tutto torna a essere risucchiato dal tempo. No, questo presente non può darti altro di più né di meglio, perché altro di più e di meglio non ha! Questi campi incolti, le piante scomparse, gli uccelli volatilizzati, i contadini morenti, i paesi invecchiati, le case abbandonate e i fantasmi… Chi baderà più a Frontiera Due? Chi l’aiuterà? Chi le darà sostegno e parole? E sorrisi? E vita? Da qui sono spariti in un baleno i sogni e i desideri di tutti, bruciati e inariditi come fascine e creta! –

La grande farfalla parlava con voce innaturale. Non vedevo la bocca né gli occhi, muoversi. Sentenziava quasi fosse una coscienza o un angelo custode, e le sue verità mi mettevano in forte disagio. Avrei potuto risponderle, se delusione e tristezza non avessero bloccato la mia voce.

- Perché tu, Frontiera Due, sei soltanto il frutto dell’uomo, un artefatto al suo completo servizio o più semplicemente, una schiava di terra. Hai creduto di possedere coscienza e pensiero, ma in fondo è stata tutta un’illusione! Sei solo terra e acqua e, ben presto polvere, polvere arida e indistinta! Ma forse la colpa non è soltanto tua. E’ un posto maledetto questo, un posto dove il tempo ristagna in un presente vuoto e inutile che non aspetta futuro. Solo passato, passato e passato! E tu, aprendo lo scrigno della memoria, hai creduto di rileggere la storia e di ridare a tutti la vita perduta! Ma il ricordo non fa rivivere niente e nessuno. Serve solo ad alimentare speranze vane e a farti piangere di nostalgia. Qualunque passato, se evocato, non sarà mai lo stesso di allora, perché noi non siamo più quelli di allora! Ti hanno fregato Frontiera Due, ti hanno sfruttato e ti hanno ingannato proprio come è successo a me. Il passato come tu lo rammenti, non esiste più e i tuoi ricordi altro non sono che granelli di questa terra. Giorno dopo giorno, il vento li ha soffiati nelle tue stanze, sparpagliati nell’aia e dispersi sui tetti. Poi gli uomini li hanno impastati nei tuoi muri con rena e calcina. Loro li hanno scelti, lucidati e adattati alle tue stanze. E tu non sei stata accorta, Frontiera Due! Tu, sempre persa dietro ai grandi ideali, hai creduto nello spirito, tuo e delle cose, e l’hai sempre seguito e inseguito. L’uomo ti ha usato non per ridare smalto a personaggi e storie che solo tu potevi conoscere ma soltanto per non sentirsi una nullità. E tu? Tu hai sperato di essere come loro e sei diventata come loro. Doppiamente illusa! -

Non sapevo cosa dire, temevo le sue parole.

- E poi i fantasmi… già, tutti quei ricordi rivisitati attraverso le tue emozioni, nella realtà non esistono. Tutte elucubrazioni della mente, tutte alterazioni dei sensi! Forse le storie di allora si sono svolte veramente in una maniera unica ma di sicuro oggi, per i tanti modi con cui ognuno di noi può ricordarle, diventano quasi sempre improbabili! Credi davvero che i rospi abbiano paura di un martello, che le falene danzino alla luce, che i gelsi facciano musica con i rami e che Mario ritorni con un buon lavoro in tasca? Illusioni, Frontiera Due, che per il tuo grande amore, trasformi in verità, mentre gli altri continuano a vederle come le allucinazioni o le farneticazioni di quattro muri e un tetto. Con i sentimenti, Frontiera Due, tu travisi realtà! Se vuoi evitare le falsità della nostalgia non c’è da fare che una cosa: cambiare pelle, far finta di morire e poi risorgere completamente nuova, magari in un altro luogo. Dammi retta Frontiera Due, distruggi questi quaderni, abbandona tutto e poi rinnovati. Non restare qui, fai come me, vattene! Tanto molto presto in questi posti la palude si riprenderà quello che le è stato tolto. E allora permetti all’acqua di scollare i tuoi mattoni, al fango di ingoiare le fondamenta e al vento di far volare le tue tegole. Abbandonati al tempo che sta arrivando e fa’ che la morte ti prenda ancora viva! –

Mi sembrava un sogno ma mi sentivo ben sveglia. Continuavo ad ascoltare in silenzio, affascinata dalle parole della farfalla.

- Presto ci sarà un grande sconvolgimento. Ci saranno giravolte, qualche sobbalzo, un bel po’ di lacerazioni, grosse fratture e tanti dolori ma tu lasciati andare, non opporti al cambiamento. Forse non ci sarà un’altra occasione, approfittane ora! Buttati a terra o lanciati in aria, ma falla finita! Dopo finalmente potrai rinascere a vita nuova, con un altro corpo, con una faccia diversa e, soprattutto, con una mente libera! –

Finito di parlare, la Grande Farfalla ha disteso le quattro ali e con un unico grande balzo in avanti si è tuffata nelle acque melmose del Salarco.”

“Ancora è mattina, sempre una brutta mattina.

Adesso tremo e sono sconvolta. Mi sento meno sicura. In cielo vedo un chiarore strano e nient’altro. Sì, è proprio mattina, anche se il sole non si sta mostrando, lo intuisco dal tepore dell’aria. La luce è nascosta da altre nuvole nere che a partire dall’orizzonte si sono sparpagliate per tutto il cielo. Credo di non sbagliarmi. Il senso di attesa che mi ha attanagliato per tanti giorni, sembra davvero giunto al capolinea. Non è che non sento più i suoni dei movimenti, ora non c’è proprio nessun tipo di movimento. La natura si è fermata, sta immobile, come pietrificata! Inaspettatamente tutto riparte. Non so cosa ma sta succedendo qualcosa! La grande farfalla non ha mentito, l’attesa sembra veramente terminata!

Le nuvole si mettono a correre, impazzite, come a voler fuggire da questo posto. Anche l’aria prova a scappare ma appare zavorrata e non riesce ad alzarsi in volo. Gira su se stessa formando vortici che si ergono come dense colonne di fumo. Ripartono anche i rumori e man mano si fanno sempre più forti. Non aumentano di intensità, si avvicinano! Il cielo s’incupisce ancora di più in una tonalità violacea. Non si vede una luce e avverto un puzzo di marcio e di zolfo bruciato. L’aria ha deciso finalmente il suo odore. Potrebbe essere l’Inferno, se ci fossero le fiamme e se solo ci credessi. Vapori densi si alzano dal letto del Salarco. Le piogge autunnali quest’anno sono in netto ritardo, eppure il torrente ha scovato tanta acqua e ora sta ribollendo. Viene dal sottosuolo, dove è sempre rimasta ad aspettare il momento propizio per fuggire. Quel momento, atteso e temuto, è arrivato! Anche la terra tenta di staccarsi dalle sue radici per salire in cielo. Si scuote quanto un toro ferito, a balzi improvvisi e irregolari, come per liberarsi dalle potenti forze di attrazione che la tengono giù. Si solleva e s’inabissa, salta e striscia e trema continuamente, ma sta sempre lì. I suoi lamenti diventano urli che sferzano l’aria. Ora ha preso a venire avanti. Un’onda gigantesca di terra avanza dal campo di fronte alta e rapida, come la cresta della piena. Piante, arbusti, sassi, zolle e tuttele cose che incontra, si sollevano al suo passaggio e poi ricadono in una nuvola densa di polveri e detriti. Tra un attimo sarà sopra di me. Il fico, il sambuco, i cespugli di spino e ciuffi di erbacce dell’aia volano in alto leggeri, quasi non avessero peso, sollevati dall’onda. Solo il grande nocio si mantiene orgogliosamente in piedi. Si scuote, si stira e s’inchina, e si copre quasi tutto di terra. Sacrifica soltanto qualche ramo più vecchio ma non cede. Lungo la strada soltanto alcuni gelsi hanno mantenuto la posizione. I due alti cipressi lacustri sono crollati a terra e mostrano senza alcun pudore le loro segrete intimità. Tra un attimo toccherà anche a me e spero ancora che qualcuno abbia cura dei miei resti. Sobbalzo già, ma… sono salti di gioia. Ripenso alle parole della grande Farfalla e non ho più paura.

Ecco, un potente scossone mi fa volare in aria come un fuscello e un boato tremendo copre definitivamente il suono delle campane della chiesa di Sciarti. Tutto si muove e gira in tondo, poi si ferma, riparte e si ferma di nuovo. In un attimo rivedo tutta la mia vita e poi più niente. Non percepisco grossi cambiamenti, mi sento solo un po’ più leggera. Un’altra cosa avverto, il tempo ha ripreso a correre. Tra la polvere e i calcinacci si aggira un’ombra. Forse è qualcuno che ho già visto. Non ricordo il suo nome. Sarà uno dei miei fantasmi o un’altra allucinazione. Provo a rientrare in me stessa. Busso a un portone disteso al mio fianco.

Bum… bum… bum… silenzio, nessuno risponde né viene ad aprirmi.”

progetti/piero/frontiera2/14.txt · Ultima modifica: 09/04/2019 19:07 da cesiano