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progetti:piero:frontiera2:13

13/ Tredicesimo Quaderno

- che siamo mossi dall’alba
alla fine del giorno
da un unico cieco cercare -
che ne sappiamo del nostro ostinato
mutare e migrare?

U. Sani “Mutare e Migrare”

Scambi di Piastrelle. Arcàdeo Lupo. Nuove Strategie. Il Sogno Rivelatore e La Tavola Anatomica. Le Dormite e l’Ultima Salita. Pensieri della Falena. Ritorno al Mare. C’è una Fine per Tutti.

Frontiera Due, sul tragitto, apparentemente illogico, scelto da Rosa per andare alla Fila, non aveva niente da dire. Anche Sorbello aveva notato la cosa ma lui, non conoscendone le vere ragioni, continuava ancora a illudersi e a sperare. Si trattava del percorso dalla Fattoria al podere Fuga Uno, percorso che faceva Rosa a giorni alterni, quando si recava dal Finta per le prove musicali. Ogni volta, con il suo bel calesse rosso e nero, invece di entrare dall’ingresso di Sciarti - da qui il tratto sarebbe stato senz’altro più breve – Rosa raggiungeva la Fila percorrendo la strada della Fontalgiunco e passando perciò davanti al Madonna‘Rosario.

Sorbello la guardava nascosto dietro una finestra. Quando arrivava lì, rapidamente e senza alcun imbarazzo, Rosa gettava uno sguardo al podere. Spesso era vestita di bianco e non portava cappelli. A volte Sorbello, vedendola passare, sperava che Rosa si fermasse a salutarlo, a volte invece temeva che questo accadesse sul serio, però, ogni volta, s’illudeva che lei avesse scelto di fare quella strada proprio per farsi vedere da lui. Rimase una speranza vana che alimentò soltanto la guerra nel suo cuore. Frontiera Due, che tutto sapeva, non se la prese più di tanto. Certo, le sarebbe piaciuto che Rosa fosse entrata da Sciarti, passandole di fronte, ma sapeva che quella scelta non le avrebbe permesso di fermarsi al cimitero di Abbadia, a salutare il suo povero nonno con una preghiera o con un fiore deposto sulla tomba. Il corpo del sor Artemio, infatti, riposava ancora in quel piccolo camposanto, in attesa di essere portato nella chiesa di Sciarti, vicino alla sepoltura del nipotino Dario. Da tempo donna Nora aveva ordinato per il marito un sarcofago in marmo bianco di Carrara ma ancora non gliel’avevano consegnato. Al ritorno, invece, Rosa passava da Sciarti, senza voltarsi mai verso Frontiera Due. Succedeva quasi sempre dopo il tramonto e lei andava molto di fretta. Non si fermava neppure per una visita nella sua Chiesa, però, come le passava davanti, si girava e si faceva il segno della croce.

Sorbello, con la fantasia, la seguiva passo passo fino a casa e non sbagliava mai. Sapeva in quale punto esatto del tragitto fosse in ogni momento.

Una notte di novembre, alla luce di un mezzo cero fissato al penultimo piolo di una lunga scala di legno, armato di mazzòlo e di scalpello, Sorbello salì sulla facciata della sua casa. Faceva freddo e la nebbia era fitta e alta fino al tetto. Con calma e precisione riuscì a staccare dalle nicchie dove stavano alloggiate le piastrelle che componevano il nome MADONNA’ROSARIO e a depositarle a terra, facendo attenzione a non sciuparle nessuna. Dopo aver tolto la “I”, soffiò sul cero. Un debole chiarore si stava alzando dalla parte di Valiano e Sorbello cominciava a vederci meglio. Quando scese in fretta dalla scala, a lavoro ultimato, l’alba aveva già colorato di rosa tutta l’aria. La notte successiva, sempre munito degli stessi mezzi, fece il medesimo lavoro ma stavolta al contrario. Rimise tutte le piastrelle a posto, fissandole nelle nicchie con la cera sciolta in un tegame. Portò via la scala, guardò la facciata e restò soddisfatto. Tornato in casa, si sdraiò sul letto. Per la prima volta dopo tanto tempo, sorrise a se stesso. I lati delle labbra s’incurvarono leggermente verso l’alto e sulla sua bocca si stampò una smorfia strana, un misto fra sarcasmo e nostalgia.

Al mattino due contadini, passando di lì, si accorsero che qualcosa era cambiato nella scritta sulla facciata della casa e, pur non sapendo leggere, se ne preoccuparono subito. Andarono di corsa dal Finta a dirgli che qualcuno aveva rubato le vecchie piastrelle del Madonna’Rosario e che poi le aveva sostituite con altre. – Forse sarà meglio dillo a Sorbello - aggiunsero in coro – sennò pole dà la colpa a no’altri e s’incazza di brutto! –

Finta raggiunse il Madonna‘Rosario con la sua mula, controllò velocemente e quando fu di ritorno, riferì che le piastrelle c’erano ancora tutte e che nessuno le aveva rubate. Magari qualcuno le aveva prima tolte e poi rimesse a posto cambiandogli l’ordine.

- Qui ci dev’esse’ proprio lo zampino di Sorbello, altro che avvertirlo! – concluse il Finta - Le lettere so’ sempre le stesime ma il nome del podere è cambiato. Ora si chiama: MARIO, DONNA ROSA. -

I contadini restarono imbambolati. Non si rendevano conto del perché di quel lavoro. - No’altri ci si capisce poco ne le lettere però se so’ sempre le stesime, com’è possibile cambià il nome? – dissero – E che bisogno c’era di spostalle? E poi come si fa a mette’ un altro nome a un podere già battezzato! Oramai tutti sanno chi so’ la Madonna e il Santo Rosario, c’erano anco prima del mi’ poro bisnonno, ma ‘sti nomi moderni di oggi chi li conosce? Tira là per donna Rosa, che è la nostra padrona, ma ‘sto benedetto Mario chi sarebbe? Di Mario ce ne so’ tanti a la Fila! -

Finta intuì tutto ma non disse niente e comunque pensò che sul nome MARIO non potevano esserci tanti dubbi, o era lui, o era Sorbello!

Sorbello prese gusto alla nuova faccenda, sostanzialmente per due motivi. Intanto, senza ricorrere a nessun messaggero, poteva scrivere qualcosa che Rosa avrebbe letto passando da lì e poi, con le parole appese bene in vista, aveva la possibilità di far sapere anche ad altri, magari a puntate, di essere a conoscenza dei fatti che lo riguardavano e che nessuno aveva avuto mai il coraggio di raccontare fino in fondo. Lui, anche se non sapeva parlare, ci vedeva e ci sentiva benissimo!

Sorbello fu capace di modificare, almeno una volta alla settimana, il nome sulla facciata della propria casa, continuando per più di quattro mesi e usando ogni volta tutte e soltanto le lettere delle sue piastrelle. La frase ricostruita aveva sempre un senso compiuto e riguardava soltanto la sua storia. I contadini si fermavano a guardare a bocca aperta e non si raccapezzavano più. Chiedevano ogni volta a Finta le informazioni relative a quei nomi che cambiavano continuamente. Alcuni pensavano che fossero soprannomi, inventati da Sorbello senza consultare l’appioppatore ufficiale, altri, invece, che lui non c’entrava niente e che quella era roba da maghi. Qualcuno, alla fine, sentenziava che il podere, in fin dei conti, era il suo e Sorbello poteva ribattezzarlo quanto e come più gli pareva e piaceva, punto e basta!

Finta, per non farsi vedere da Sorbello, evitava accuratamente di passare per il Madonna‘Rosario ma in quel periodo, per le insistenti richieste dei contadini, fu costretto ad andare là, a leggere e poi a diffondere ogni volta il nome modificato. Finta si abituò ben presto al nuovo compito e, alla lunga, quelle continue scocciature diventarono occasioni di riflessione e di qualche sana risata. La sua curiosità prese pian piano il sopravvento sul timore reale d’incontrare Sorbello. Spesso sulla via del ritorno, la mula lo sentiva parlare e ridere da solo. - Quel ragazzo è davvero in gamba, intelligente e bravo come pochi al mondo! -

In realtà lo spunto non fu completamente originale.

Sorbello, quando era studente in Firenze, aveva letto un libro di novelle di un anonimo autore aretino, che trattava di storie e di leggende toscane. Una di queste gli aveva fornito l’idea. Il titolo se l’era dimenticato ma ancora ricordava bene tutto il resto.

Edite nella prima metà dell’ottocento, le novelle erano scritte in dialetto e ambientate nella campagna di Arezzo. Parlavano di preti furbi, di fattori ladri, di padroni ricchi e di contadini ignoranti e astuti. Le solite cose insomma, tutte figlie del Bertoldo croceano1).

Sorbello si rammentava di averle lette in una nottata e di aver sorriso spesso. Le storie, inventate o accadute realmente, erano ironiche, a volte piccanti e più spesso tragicomiche ma sempre molto divertenti, e gli interpreti non erano da meno: anche allora, le vicende della vita plasmavano i caratteri dei loro personaggi.

In quel periodo, chissà come, gli ritornarono in mente le avventure di un uomo che, per un’improvvisa fortuna, era diventato padrone di un grande podere, nella zona di Farneta bonificata da poco. Quel racconto se lo ricordava particolarmente bene, compresi i nomi dei vari personaggi. L’uomo si chiamava Arcàdeo Lupo e nessuno lo chiamava per nome, per la paura di sbagliarne l’accento che lui pretendeva sulla seconda A, e non sulla E, come invece alla maggior parte della gente veniva più facile. Così per tutti diventò soltanto Lupo e mai qualcuno sentì il bisogno di mettergli un soprannome, tanto quel cognome bastava e avanzava per descriverne l’aspetto e il carattere. Aveva i capelli lunghi e spessi, e untuosi come i pici insugati che preparavano certe massaie del posto, ma al contrario di quelle pastasciutte profumate, i capelli di Lupo erano sempre puzzolenti. Era basso e tarchiato. Aveva grandi orecchie a ventaglio e faccia ossuta con grande mento prominente. Ma peggiore del suo aspetto fisico era il suo comportamento. Si mormorava che fosse nato peloso e con i denti e che avesse mangiato mezza mammella della mamma mentre lo allattava. Sembrava proprio un animale selvatico, un lupo di nome e di fatto. Crebbe arrogante e cattivo e ancor più lo diventò all’arrivo dell’inattesa eredità. Se si arrabbiava ululava, se discuteva ringhiava, se litigava mordeva e perciò molti lo ignoravanoe altrettanti gli giravano alla larga, e non solo per il suo caratteraccio.

- Lupo è malnato ‘gnorante e turbolo come il vento di Cortona – dicevano i contadini - ma se c’è nato nessuno ci pole fa niente… ma se ‘un si lava… ovvìa, quella ‘unnè di certo colpa del destino! -

Lupo puzzava sempre e così tanto da far venire il voltastomaco.

Quando si mise a fare l’allevatore di maiali, in poco tempo diventòpiù maiale di loro. Spesso intrufolandosi negli stanzini si sporcava così tanto di fango e di merda suina che non si distingueva più dagli altri animali. Qualcuno diceva che per taccagneria si mettesse a mangiare il pastone nel trogolo insieme a loro, facendosi largo a morsi e spintoni.

Il peggio arrivava dopo, quando si presentava in quelle condizioni schifose all’osteria del paese per dissetarsi. Beveva solo vino e sempre da solo e non pagava mai. Gli avventori scappavano appena lo vedevano entrare e l’oste, subito dopo avergli consegnato un fiasco pieno e un bicchiere vuoto. Lupo, oltretutto, non si lavava mai e, benché da quelle parti di acqua ce ne fosse sempre fin troppa, la gente confidava, per il proprio bene, in qualche improvviso acquazzone che lo cogliesse, senza ombrello, lontano da qualsiasi riparo.

Lupo, non imparò mai neanche a leggere e a scrivere e rimase per sempre un perfetto ignorante. Eppure quando inaspettatamente ereditò il podere Rigobello a Farneta, si sentì un gran saputello, preparato al comando e astuto come nessuno mai. Ostentò verso tutti, paesani e contadini, la superbia e l’arroganza da padroncino, senza mai un ripensamento.

Il podere lo ereditò alla morte del nobile proprietario del luogo, il conte Ferrante Della Grotta. Alla lettura del testamento, tutti seppero che Lupo era un suo figlio naturale, nato dalla relazione – neppure tanto segreta – tra il vecchio nobile e una giovane contadina al suo servizio.

Morta la madre, Lupo fu arruolato tra le guardie personali del Conte, con il compito di scortare l’Esattore di gabelle. Naturalmente nessuno li poteva vedere. Quando arrivavano i due, la gente tremava di paura e si tappava il naso.

Una volta preso possesso dell’eredità, smise di fare la guardia e si dedicò all’allevamento e al commercio dei maiali. Invece per lavorare i campi, ricorse all’aiuto di un mezzadro di nome Pietro, detto ”Pietrino”. Questi era tutto il contrario di Lupo. Buono, paziente, modesto e colto. Per alcuni anni aveva frequentato il seminario vescovile di Arezzo e poi si era ritirato poco prima di prendere i voti sacerdotali. Accettò le proposte di Lupo, per vero bisogno, nonostante sapesse con chi avrebbe avuto a che fare. Il nuovo padrone infatti non si smentì neppure con lui. Trattava il povero Pietrino peggio di una pezza da piedi, ma Pietrino sopportava tutto in devoto silenzio e con religiosa rassegnazione.

Lupo, in uno dei suoi viaggi di lavoro, conobbe una bella contadina di Brolio e se ne innamorò. Fece tante promesse alla ragazza, ringhiò e ululò ai suoi genitori e, alla fine, la sposò.

Neppure lei riuscì a cambiargli il carattere né a migliorargli l’odore. Lupo sembrava davvero duro e immutabile più del sasso di La Verna.

Fu chiaro a tutti, meno che al suo infinito orgoglio, come alla giovane ragazza di Brolio quel matrimonio fosse stato imposto dai genitori. Un po’ per la paura di mettersi contro quell’individuo cattivo e vendicativo e, molto di più, per convenienza. Lupo era considerato un bastardo ma un bastardo con sangue nobile e forse un giorno avrebbe preso parte anche all’eredità dei discendenti dei conti Della Grotta.

Secondo i ricordi non esattissimi di Sorbello, il babbo e la mamma della sposa potevano aver convinto la propria figliola, dicendole pressappoco queste parole: - Alò, Teresa, così una terra e una chésa ce l’avessimo anche noi e la finirebbimo di vive’ da servi. –

- Ma poi, che vòi che sia! – questo doveva averlo aggiunto la mamma – Mi ci so’ abituéta io, co’ piedi del tu’ babbo? E allora anche te, quando vai a letto co’ ‘sto Lupo, metti, che so… i garofali, l’alloro, le lavande, il tramelino o una foglia di tabacco sotto il guanciale e… via! Alò, Teresa, dacci retta, che s’anderà tutti a stére meglio di ora! -

Lupo dichiarava apertamente di amare Teresa, più dei suoi maiali, ma in realtà la trattava come fosse una di loro. Era già egoista di suo e sempre invidioso di tutti ma per lei batté ogni limite. Diventò esageratamente geloso. Evitava il più possibile di allontanarsi troppo da casa per stare vicino a lei, per seguirla o accompagnarla sempre e ovunque andasse, nei campi, come in paese. Le toglieva il respiro e non solo con la puzza.

Teresa doveva essere stata una ragazza bella più del normale. Sorbello non rammentava la sua descrizione - e nemmeno se l’autore l’avesse davvero fatta - ma si ricordava bene che, leggendo il racconto, se l’era comunque immaginata molto carina, con capelli neri, pelle olivastra, occhi scuri e birichini e corpo dalle forme sporgenti e invitanti.

Quando Teresa arrivava in paese per andare al mercato o a Messa, gli uomini, facendo finta di fruzzicare davanti casa, si voltavano a guardarla. Lupo l’accompagnava ogni volta tenendola a braccetto, poi la lasciava da sola all’ingresso della chiesa. Lui si fermava vicino all’acquasantiera mentre lei proseguiva verso le prime panche. Tutti sembravano più contenti di quella soluzione. Teresa respirava liberamente, i fedeli erano molto lontani dalle emanazioni del suo sposo e Lupo da lì riusciva a controllare chi era in chiesa, chi vi entrava e chi ne usciva. Quello però che non poteva vedere erano le occhiate intense e furtive che gli uomini delle panche vicine lanciavano a Teresa. E così, guarda oggi e riguarda domani, anche il prete, che se la ritrovava sempre davanti in prima fila, rimase colpito dalla sua bellezza. Le occhiate appassionate del prete non passarono inosservate a nessuno, neppure a Teresa.

Don Francesco, don “Cecco” per i suoi parrocchiani, era giovane quanto Teresa e… un bel giorno: - … E poi, la giovane contadina Giovanna, bella e coraggiosa – declamòil parroco a conclusione dell’omelia sulla Pulzella d’Orléans, contraccambiando proprio lo sguardo rapito di Teresa, – lasciò che le brucianti fiamme dell’amore divino accarezzassero la sua pelle morbida e profumata! -

In seguito, dopo molti sguardi intensi e insistenti e altrettante mirate e infuocate omelie, la relazione tra i due prese il via nel confessionale situato dietro l’altare maggiore e felicemente proseguì, come il Signore volle, durante i numerosi incontri spirituali che Teresa cominciò a richiedere sempre più spesso. Nel dichiarare le sue angosce familiari e i suoi desideri insoddisfatti, Teresa aspirava con avidità il forte odore d’incenso che le arrivava attraverso la grata del confessionale. Poi accostava ancor di più il viso alla finestrella e aspettava che don Cecco facesse altrettanto. Allora sospirava e s’illanguidiva al buon profumo di lavanda che lui emanava. A quel punto, sentendosi venir meno, Teresa si alzava in fretta con una scusa dall’inginocchiatoio e si appoggiava a una seggiola per non cadere. Premurosamente don Cecco usciva dal confessionale ad aiutarla. Ben presto, però, fra i due non ci furono più ostacoli di nessun genere. Teresa entrava nel confessionale e si sedeva in collo a don Cecco lasciandosi avvolgere dal suo aroma. I loro corpi poterono odorarsi ei loro occhi guardarsi, liberamente, senza nessuna grata di mezzo.

Per confessare i peccati e per recitare le relative penitenze, Teresa ci poteva mettere anche un’oretta, tanto il marito l’aspettava, paziente e guardingo, vicino all’ingresso della chiesa e non si muoveva da lì. Con un lupo a guardia della chiesa, nessuno si sarebbe azzardato a disturbarli.

Dopo un po’ di tempo e dopo tanto chiedere e raccomandarsi, una buona volta Lupo riuscì a ottenere dagli eredi del conte Ferrante il permesso di poter ribattezzare il suo podere – come tutti quelli ritenuti importanti – con un nome adeguato al nuovo blasone. In lui, d’altronde, anche se diluito, scorreva sempre il sangue di un nobile!

In quell’occasione non volle badare a spese e così si recò da un ceramista di Monte San Savino, paese di gran fama, anche in contrade molto lontane, per la sue belle e resistenti maioliche. Ordinò le piastrelle necessarie a formare il nome che aveva scelto per il suo podere, CASA DEL CONTE ARCÀDEO, con lettere rosse su fondo bianco, i colori presenti nello stemma dei Della Grotta.

L’artigiano savinese prese nota di tutto, dall’accento sulla A, allo stile dei caratteri, dal tipo di colorazione, fino alla scelta dei materiali. Stabilì così il prezzo di ogni lettera e fece il conto totale delle diciannove piastrelle occorrenti, pretendendo però, il saldo immediato. Anche la fama di Lupo era arrivata molto lontano. Lupo pagò tutto sull’unghia senza battere ciglio e, soddisfatto, riprese la strada per Farneta. Dopo il tempo stabilito tornò a Monte San Savino per ritirare la merce e insieme al ceramista, prima di ripartire, controllò una per una, tutte le piastrelle. Erano diciannove e, adagiate sulla paglia del carro fermo al sole del tramonto, mandavano intensi bagliori bianchi e rossi manco fosse mezzogiorno.

Naturalmente Lupo, essendo analfabeta,non poteva montare le piastrelle da solo. Così, ricorse all’aiuto del suo ubbidiente mezzadro.

Pietrino, informato del nome da comporre, raggruppò le ceramiche per lettera uguale e le dispose a terra in ordine alfabetico. Lupo, non fidandosi di nessun altro, pensò personalmente al loro fissaggio sulla facciata, “Quelle piastrelle sono costate un occhio della testa, pensava, e qualcuno potrebbe romperle per imperizia o per dispetto!”, mentre Pietrino gliele passava una a una, secondo la sequenza del nome prescelto. Pietrino, da buon seminarista qual’era stato, pur ricordandosi poco di greco e di latino, sulla lingua italiana si sentiva ancora molto forte. Pensò così di sfruttare quella sua dote per vendicarsi finalmente del padrone arrogante, dispotico e, per fortuna, anche molto ignorante.

A lavoro ultimato, Lupo scese dalla lunga scala che il sole era già tramontato. Riguardò con orgoglio il lavoro fatto. Poi lo mostrò a Teresa e, soddisfatto, andò a dormire.

Il giorno dopo, scoppiò un vero e proprio putiferio.

A cascata, gli eventi cominciarono a precipitare e a incalzare rapidamente ogni interprete della storia:

Teresa e don Cecco se ne andarono dal paese nottetempo e di loro non si seppe più niente.

Lupo ritornò ringhiando a Monte San Savino e prese a mordere l’artigiano dalla testa ai piedi, finché il pover’uomo non cadde a terra, esangue.

Lupo finì i suoi giorni in una prigione del castello dei Della Grotta.

Pietrino, per aver tolto di mezzo un possibile erede di troppo, fu lautamente ricompensato dai discendenti del conte. Così diventò lui il proprietario del podere di Lupo e, avanti di entrare nella sua nuova dimora, riguardò la scritta che qualche tempo prima aveva causato tutto quel gran putiferio. Le diciannove piastrelle con le lettere rosse in campo bianco erano ancora là, splendenti sotto la luce del sole.

Pietrino rilesse il nome a voce alta. - TERESA LA DÀ A DON CECCO - Sorrise e, soddisfatto, entrò in casa sua.

Frontiera Due ricordava ancora tutte le esternazioni piastrellate che Sorbello era riuscito a comporre settimanalmente, e anche le tribolazioni che le avevano dettate. A Rosa, che leggeva le scritte mentre passava davanti al Madonna’Rosario, quelle parole non fecero né caldo né freddo e, anche quelle che la riguardavano più da vicino, la lasciarono indifferente.

Sorbello ebbe a disposizione quindici piastrelle - un po’ meno di Pietrino – delle quali, quattordici avevano lettere azzurre in campo bianco e una invece – sempre con gli stessi colori – riportava uno sbaffo posizionato in alto e al centro. Sorbello sfruttò ogni volta anche quella strana piastrella. Messa per dritto, come accento o apostrofo e, capovolta, come virgola. In partenza, il nome completo di quel podere avrebbe dovuto essere Madonna Del Rosario – uno degli appellativi più lunghi fra quelli in uso alla Fila – e invece poi, al posto delle tre piastrelle formanti il “DEL”, fu deciso per quell’unico segno che le sostituisse senza stravolgerne il senso.

Sorbello, dopo ilsuo esordio con - MARIO, DONNA ROSA – fece, sempre di notte, il secondo cambiamento. Al mattino, sulla facciata del podere si leggeva - MANO DI SORA NORA, -

Sorbello credeva che la nonna avesse influenzato Rosa e che odiasse lui perché era entrato nelle grazie del sor Artemio al posto del nipotino Dario. Così la volta dopo scrisse, - MA NON SARO’ DARIO - a conferma che lui non aveva mai preteso di sostituirlo. Di sicuro donna Nora qualche sospetto sul comportamento della nipote e del violinista contadino l’avrà pure avuto, ma tacendolo, anche lei ne era stata complice.

Così Sorbello scrisse ancora, - MA ORA NON OSA DIR’ -

La quinta e la sesta volta si rivolse ai contadini. Sapevano di lui e ne parlavano con malignità. - ARDO, ORMAI SANNO - e successivamente, - MAI DARAN’ SONORO -

Prima di iniziare la serie di scritte, esplicitamente dedicate a Rosa, volle richiamare proprio la sua attenzione, nel dubbio che lei, pur passando di lì, le ignorasse. Nella facciata si leggeva:

- MIRA, O DONNA ROSA. -

Sorbello stracciò la “Sericaria” e la bruciò nel camino insieme agli inseparabili quaderni dei dialoghi e dei disegni. Non li rilesse né li riguardò, aveva chiuso con il passato. A volte meno triste, a volte più infelice, trovò comunque la forza di andare avanti, fortunatamente preso dalle ricerche e dagli esperimenti sul Bombyx mori. Da allora non lavorò più per la Tenuta e neppure per la Cooperativa, da allora s’impegnò esclusivamente per se stesso. Il percorso sognato e poi intrapreso non s’interruppe in quel frangente, anzi, a un certo punto, la strada da seguire gli sembrò addirittura meno nebbiosa e incerta di prima. Pareva proprio che Sorbello, in quel momento di massima frustrazione, riuscisse a essere, comunque, più lucido e concreto.

“In particolari situazioni, la disperazione stessa corre in aiuto di certe persone ritenute pazze, infondendo una carica insospettabile e particolare alle loro azioni. E’ la forza della disperazione - appunto – che sboccia, come per magia, proprio dalle loro paure e dai loro tormenti. Spesso, ha il potere di tirarle fuori dal fango dello sconforto in cui sembrano irrimediabilmente cadute. E allora i disperati azzardano, azzardano sempre. Corrono qualche rischio in più ma non si arrendono. E non è per come ragionano, ma per il loro comportamento temerario che vengono ogni volta giudicati pazzi”.

In quel periodo triste vissuto in solitudine, Sorbello ebbe modo di ripensare al suo tipo di infermità, l’aguzzina che teneva imprigionati i suoi pensieri e i suoi sentimenti e che non gli aveva permesso di creare rapporti d’amicizia o d’amore veramente duraturi. Tutti i tentativi erano risultati inutili. Li aveva messi in atto per evitare di essere considerato un diverso, ma forse, alla lunga, non avevano fatto altro che accentuare la sua diversità. Sorbello, ricordando il passato, si rese conto di aver vissuto gran parte della vita a cancellare o a mimetizzare ogni traccia della sua menomazione, forse senza mai tentare seriamente di farsi accettare e rispettare da tutti per quello che era, un povero ragazzo muto.

Fu proprio allora cheriprese a dedicarsi con rinnovato slancio, e libero da ogni responsabilità, al suo grande progetto. Forse non l’aveva mai accantonato veramente però spesso ne era stato distolto da altre preoccupazioni. Adesso non si trattava di cercare un nuovo modo di comunicare, adesso desiderava arrivare a gustarsi appieno, e soltanto per sé, tutta la felicità che gli avrebbero procurato certe sensazioni fino ad allora solo agognate: le vibrazioni dell’aria nella gola, i primi gorgoglii controllati del fiato, il rimbombo del suoni contro il palato e i soffi ammaestrati fra le labbra e i denti. E la voce sarebbe stata musica per le sue orecchie, una musica che avrebbe avuto un solo esecutore e un solo ascoltatore! La solitudine lo stava rendendo deciso e ottimista come non mai. Sorbello per un po’ di tempo continuò a modificare le scritte sulla facciata del podere, un modo non banale per giocare coi suoi ricordi.

Così tra un esperimento e l’altro, durante le notti insonni, quando gli saltava in testa un’idea, saliva in vetta alla scala e cambiava disposizione alle piastrelle. Dopo l’ultimo avvertimento a Rosa, compose una serie di frasi tutte dedicate a lei. La passione sembrava scemare sempre di più.

- AMOR NON OSAI DAR’ - NON AMORI DA ROSA, -

- ORA DARMI NON OSA, - AMOR NON DA’ ROSAI -

- NON DARO’ MAI ROSA - AMOR, IO SO DANNAR -

- ORA ROSA NON MI DA’ – AMO ROSA, DIRANNO -

- MAI SARANNO D’ORO - NON D’AMOROSA IRA -

Sorbello con le due ultime frasi volle chiudere il discorso Rosa, però nessuno lo capì mai veramente, nemmeno Rosa. Quando lei passava di lì, girava appena la testa giusto il tempo per leggere la frase e poi proseguiva il suo cammino senza emozionarsi manco un po’. Soltanto una volta, quella del “Mai Saranno D’oro”, le scappò un leggero sorriso. Rosa non aveva bisogno di fare sogni dorati. Alla sua età già possedeva tanto, anzi fin troppo! Solo per puro piacere suonava con Finta in Fattoria ma le vere attività artistiche le svolgeva altrove e le davano molta soddisfazione.

Era diventata il secondo violoncello dell’orchestra del Teatro della Pergola e qualche volta si esibiva, come solista, nei salotti della Firenze bene. Rosa si sentiva appagata. Forse le mancava il vero amore ma aveva tutto il resto. Sapeva quanto fosse ammirata e invidiata da molta gente. La considerava una piccola rivincita sul suo aspetto non proprio incantevole.

Sorbello aveva smesso di scrivere, di disegnare e di mimare. Aveva disperso i ricordi come petali di rose, aveva abbandonato l’amicizia e perduto l’amore, eppure la meta agognata non pareva più lontana di prima. Forse l’idea nata a Bologna con le parole del professor Federigo Lodi Marra, e mai dimenticata del tutto, unita alle conoscenze acquisite sul Bombix mori, lo aveva portato inevitabilmente a intraprendere quel percorso. Nel periodo di intensa frustrazione, ritrovò la forza per riprendere in mano il suo progetto. La possibilità della sua realizzazione era stata appena accennata dal professor Lodi Marra. Trovare e provare a innestare, al posto delle corde vocali mancanti, un qualcosa che, attaccandosi nella gola e vibrando come le corde originali, potesse ridargli la voce. Ora la materia esisteva e ora poteva essere sperimentata.

Quella cosa era reale, l’aveva vista coi suoi occhi e toccata con le sue mani. Nasceva dalla bocca di un essere vivente e si chiamava seta. Le sue fibre leggere e appiccicose potevano benissimo funzionare al suo scopo e, resistenti com’erano, durare molto a lungo. Da una gola uscivano e in una gola potevano rientrare. Sorbello non pensò mai che quell’idea fosse una grossa stupidità, Si trattava solo di trovare il modo adatto e il momento giusto per piazzare quei fili tenaci in gola. Poi avrebbe dovuto soltanto attendere fiducioso.

All’inizio provò più volte a mangiare i bozzoli, però questi scendevano troppo in fretta e non si fermavano in gola. Scivolavano o rotolavano fin dentro al suo stomaco, senza arrestarsi un attimo. Allora cambiò strategia. Si fece coraggio e cominciò a ingoiare le larve, larve di tutte l’età e di ogni grandezza. Il loro sapore era sgradevole ma non s’arrese. Si tappava il naso con due dita e le mandava giù con un po’ d’acqua. Spesso vomitava ugualmente, e senza ritegno. Non capiva come facessero gli uccelli a esserne così ghiotti. Forse volevano beccare solo le more bianche del gelso - assai simili ai bachi di Bombix mori e sicuramente più buone - ma sbagliavano e così li mangiavano solo per errore.

Sorbello sperava che almeno un baco gli rimanesse impigliato in gola e che potesse riprendere da lì il suo ciclo vitale, fino alla produzione endogena del bozzolo. Lui l’avrebbe accudito e protetto al tepore del suo sangue. Dopo i bachi, ingurgitava di conseguenza numerose foglie di gelso, masticandole ben bene. La sua voracità sembrava comandata dalle larve sopravvissute e affamate ma a dire il vero, il gusto dolciastro delle tenere foglie di moro cominciava a piacergli e ogni volta lo aiutava ad attenuare lo schifoso sapore che gli rimaneva in bocca. Ben presto si abituò a quel tipo di cibo, non lo nutriva a sufficienza ma lo faceva sentire ben sazio. In certi periodi dell’anno non mangiava altro, solo larve e foglie di moro. Tutti i vari tentativi non portarono ai successi sperati ma lui non si scoraggiò. L’unico effetto evidente fu il cambiamento fisico di Sorbello. Se qualcuno l’avesse visto allora non l’avrebbe riconosciuto.

Il giovane bello dei tempi andati non c’era più. Sorbello diventava ogni giorno più magro e più pallido. Avvertiva una debolezza crescente agli arti e alla schiena ma con grande forza di volontà riusciva comunque a fare l’indispensabile. Teneva la testa piegata in avanti come se il collo non ce la facesse a sostenerla eretta e appariva rimpicciolito. I folti capelli gli cadevano a ciocche e al loro posto rinascevano dei peli corti e bianchi. Gli occhi si erano infossati e ristretti e, più che con la vista - a momenti gli si abbuiava anche in pieno giorno - cominciava a orientarsi meglio con l’olfatto e l’udito. I padiglioni delle orecchie enormemente dilatati ciondolavano come quelli di un cane bastonato. La schiena si era curvata in avanti, forse tirata dal peso della pancia ingrossata come un pallone. Si stava gonfiando a dismisura per effetto dell’aria prodotta dalla fermentazione delle foglie di moro trangugiate. La pelle diventava ogni giorno più bianca e sottile come carta velina e, come carta velina, pareva pronta a lacerarsi a ogni brusco movimento del corpo. Si potevano contare ossa e vene. Assomigliava sempre di più a un nanetto, un nanetto scheletrito. Il bel Sorbello di una volta, desiderato da ogni donna della Fila, stava ritornando il brutto neonato che era stato, quando aveva spaventato sua madre e gli altri parenti.

- Sorbello si dava tanto da fa’ ma ‘un riusciva a ottené la voce - intervenne Mario, tanto per far riposare un po’ la mano ma non il suo spirito sarcastico. – Eppure un sonoro gli dev’esse’ uscito comunque! Se non da la gola, almeno dal culo! E allora sa’ che chiasso doveva fa’… con tutta quell’aria dentro ai budelli! -

Eppure Sorbello, anche in quelle condizioni, riusciva a spostare le piastrelle continuando per un altro po’ di tempo, a salire e a scendere dalla scala. Il significato delle scritte appariva sempre più ermetico e riguardava esclusivamente lui. Aveva smesso di pensare agli altri.

- OR’ ORA SMADONNAI - - SARO’ ORMA DI NANO -

Doveva essere veramente furioso perché Sorbello non aveva mai bestemmiato! Eppure avrebbe potuto farlo, con gesti o pensieri. Quella volta lo pensò e lo segnalò. Si era accorto che stava diventando uno sgorbio, e senza ottenere i risultati sperati.

Forse Sorbello aveva prestato sempre troppa attenzione alle parole del professor Federigo Lodi Marra e molto meno alla tavola anatomica, attaccata alla parete dello studio bolognese. Fece uno sforzo enorme e, scavando tra i ricordi, riuscì a riportare quell’immagine alla mente. Da allora e per diverso tempo ci pensò giorno e notte, riuscendo alla fine a disegnarne una copia identica. Si ricordò anche i colori delle frecce che indicavano i percorsi dell’aria.

Una notte in cui riuscì a dormire – cosa che ormai gli succedeva sempre più di rado – fece un sogno sconvolgente.

“Il neonato giace in una strana culla. La culla è un paniere di vinco fissato con una lunga corda a una trave del tetto. Il paniere penzola vicino al letto e una donna distesa lo fa ondeggiare con una mano. Spera in questo modo di far addormentare il proprio figlio, il quale invece, incurante del dondolio, continua a belare come un agnellino in attesa della macellazione. E’ notte fonda e piove a catinelle ma il rumore della pioggia sul tetto non ce la fa a coprire quel pianto disperato. Nessuno in casa riesce a prendere sonno e dai loro gesti rassegnati, si capisce che non è la prima volta. Un uomo si alza dal letto e va in cucina. Non può più sopportare quei lamenti. Si mette seduto sulla panchetta del focolare e, per distrarsi, cerca di ravvivare il fuoco, scatizzando con la paletta un pezzo di legno quasi del tutto carbonizzato. Sta pensando ancora al bambino.

A un tratto, come gente richiamata in strada dalla musica di una banda inattesa, alcune donne si affacciano in cucina dalle porte delle loro camere, nello stesso istante. Rimangono ferme e perplesse, si guardano senza dire una parola. Anche l’uomo le osserva una a una, e non apre bocca. Non sa nemmeno lui cosa stia realmente accadendo. Sembra aver perso la solita sicurezza e trema, non perché il fuoco non riparte, ma per la paura della nuova situazione. Teme un’altra disgrazia e non si muove dal camino. Dalla camera della donna non giunge alcun rumore.

Il neonato ha smesso di piangere!

– Ha smesso? – dice una ragazza – Speriamo davvero… ‘un se ne pole più… se però non avesse smesso… ci vado a prenderlo un po’ io!-

– No, che ‘unnha smesso per niente, ho guardato da la finestra e ancora piove come Dio comanda! - le risponde una donna molto vecchia – Ma te ‘un ti sta a preoccupà! Il bucato che avevi lasciato fòri, te l’ho già raccattato io! -

- Ma no, zia – sbuffa un’altra ragazzina – la mi’ sorella ‘un parlava della pioggia e del bucato… diceva d’andà a prende’ il cittino che piangeva! -

- Ma se ‘sto figliolo lo tengono tutti i santi giorni in casa perché frigna di continuo, com’è possibile che l’abbino porto fòri proprio ora, co’ tutta ‘st’acqua che viene? – Insiste la vecchia zia.

- Starà succhiando! -

- Avrà la febbre alta! –

- Si sarà morsico la lingua! -

- Sarà casco dal paniere! –

- Avrà sbattuto la bocca! –

- Sarà svenuto! –

- Mica sarà morto? –

Dicono le altre donne con un ritmo incalzante come in un coro da tragedia greca. Poco prima, la donna della camera, esasperata da quella situazione, ha provato a chiudere la bocca del neonato con una mano ma, nonostante il tappo, gli strilli si sono sentiti lo stesso, forse solo un po’ più attenuati. Poi, liberata di nuovo la bocca, gli ha stretto forte il naso con due dita. A quel punto il bambino è diventato rosso in viso, ha gonfiato il collo come un gallo in amore e, sentendosi soffocare, ha lanciato un urlo acutissimo. Dopo, per la prima volta, si è addormentato di botto.

Adesso il neonato non piange più e un silenzio irreale si diffonde in ogni angolo della casa. Un silenzio incredibile e insperato che lascia tutti di stucco. Anche le gocce di pioggia, sorprese, rimangono per un attimo ferme a mezz’aria, poi riprendono a picchiettare sulle tegole del tetto. Ora si possono sentire nitidamente”.

Sorbello si ridestò dal sogno di soprassalto, mettendosi seduto sul letto. Gli mancava l’aria e respirava ancora a fatica. Era tutto sudato e rosso in viso. Provò a piangere ma non ci riuscì. Ecco, ora sapeva… ora sapeva che sua madre aveva tentato di ucciderlo appena nato! Non c’era riuscita però, in quel modo, gli aveva trasformato la vita, procurandogli la grave menomazione!

Sorbello, andò di corsa in cucina e riprese a guardare con attenzione la tavola anatomica che da poco aveva finito di disegnare.

- Come ho fatto a non pensarci prima! – esclamò a un tratto. - Anche il professor Lodi Marra lo aveva segnalato con frecce di diverso colore e più grandi delle altre! Non è la bocca la porta principale del flusso d’aria da e per i polmoni ma il naso! –

Sorbello credette di aver capito tutto. Fino ad allora, aveva confuso gli ingressi, imboccando ogni volta una strada secondaria.

Frontiera Due assistette impotente alle nuove sperimentazioni di Sorbello e alla fine ne restò sconvolta. Anche durante quel terribile anno, lui non rinunciò a comporre gli strani messaggi. Forse consapevole di quello che gli stava accadendo, volle segnalare i suoi disagi in una sorta di saluto al mondo, prima di ritirarsi definitivamente dalla scena.

In quel periodo, con le piastrelle, scrisse:

- ADA SA NON MORIRO’ – - ORMAI SARO’ DONNA –

- ORA MI DARA’ SONNO – DOMANI SARO’ ARNO -

La stessa notte del sogno rivelatore Sorbello riprese gli esperimenti. Il momento era giusto e non perse altro tempo. Corse in cantina, recuperò le ultime uova di Bombyx mori e le distese in due file parallele sul tavolo di cucina. Poi prese un pezzetto di canna lacustre della misura adatta e se lo infilò nel naso. Con il palmo della mano sinistra e con lo stesso pollice, si tappò rispettivamente la bocca e la narice libera. Poi, piegandosi sul tavolo aspirò con forza, attraverso la cannuccia, una fila di uova di baco finché non furono tutte dentro il suo naso. Alzò la testa e continuò a tirare. Di seguito ripeté l’operazione con l’altra mano, l’altra narice e l’altra fila di uova. Oltre a un leggero prurito, non avvertì nessun altro particolare fastidio. Nonostante lo stimolo, si guardò bene da starnutire. Riuscì a non farlo e ne fu soddisfatto. Poi si addormentò sul tavolo di cucina ch’era quasi l’alba. Non fece altri sogni.

Erano gli ultimi giorni di maggio e Sorbello, rintanato al buio caldo umido della stanza, attendeva con trepidazione crescente l’avverarsi del grande evento. Stavolta l’esperimento sembrava riuscito, forse addirittura meglio e prima di quanto lui si aspettasse. Doveva pazientare ancora un po’ ma alla fine tutti avrebbero conosciuto e ammirato l’incredibile scoperta che avrebbe cambiato la sua vita. Anche Beppe ne sarebbe stato orgoglioso!

Sorbello si sentì sicuro già dai primi giorni. I risultati iniziali gli sembrarono incoraggianti e ben presto furono confermati da sensazioni positive.

Il tempo occorrente stava trascorrendo senza particolari problemi e ormai si sentiva prossimo alla fase finale. Dalle uova penetrate all’interno del suo corpo, si erano sviluppate le larve di Bombyx mori, proprio come aveva previsto. Molte avevano incontrato subito la morte, altre erano scappate dal naso nonostante i suoi tentativi di ricacciarle dentro con uno stecco, ma di certo alcune si erano ben adattate al nuovo ambiente. In fondo alla bocca avvertiva un fruscio di zampette e uno sgranocchiare di mandibole. Gli sembrava anche che non puzzassero più. I bachi stavano crescendo bene nutriti dalle tenere foglie di moro che Sorbello s’infilava continuamente su per le narici. Giorno dopo giorno li sentiva sempre più in forze. Ormai poteva starnutire liberamente, tanto i bachi riuscivano a rimanergli ben saldi in gola. Per loro quell’ambiente era ideale, il massimo che potessero desiderare, umido, areato, caldo e protettivo. Tutto sembrava proseguire bene, almeno per le larve, ma per l’ignaro Sorbello, invece, stavano cominciando le sofferenze.

Il prurito nel naso, in bocca e in gola non lo lasciava più, e non si poteva nemmeno grattare. Era una vera e propria tortura. Poi aumentarono anche gli starnuti. Prima li aveva desiderati come un sollievo, adesso, incalzandolo senza tregua giorno e notte, diventavano sempre più insopportabili. La sofferenza si attenuava un po’, solo nel momento in cui s’infilava le foglie fresche di gelso su per il naso, e così lo prese a fare di continuo. Nonostante quei disagi, Sorbello si comportò sempre da brava balia, dedicando tutte le dovute attenzioni alle sue larve. Inevitabilmente trascurò se stesso. Cominciava a sentirsi stanco e ansioso. I dolori aumentavano in ogni parte del corpo ma non pensò di mollare e forse, a quel punto, sarebbe stato davvero troppo tardi.

Da tanti giorni Sorbello si nutriva con poco o niente. I denti gli caddero uno a uno e la bocca pian piano rientrò in se stessa. Le belle labbra s’infossarono e si appiccicarono l’una all’altra. Muoveva ancora bene le braccia ma le gambe, diventate esili e rattrappite, non gli permettevano di spostarsi se non con grandi difficoltà. Tutto in lui si restringeva tranne il suo addome che anzi, continuava a ingrandirsi ogni giorno di più.

Gli caddero anche le spesse sopracciglia e al loro posto, come in tutto il resto della faccia e del corpo, spuntò velocemente, una fitta lanugine bianca. Eppure gli occhi vispi, se pur rimpiccioliti, risaltavano in quella giungla di peli bianchi, come due corvi neri appollaiati su una cresta di neve. Era rimasto soltanto mente e spirito, nervi e sangue. Raramente pensava a Finta e ancor meno a Rosa.

Sorbello a volte rideva o piangeva senza alcun motivo apparente. Ogni tanto, ma non avrebbe saputo dire nemmeno lui ogni quanto, gli capitava di addormentarsi di botto, colto da un sonno improvviso, profondo e privo di sogni. In qualunque posto e posa si trovasse, piombava in estasi e quando si risvegliava - come se niente fosse stato – aveva addosso la strana sensazione di essere leggermente diverso da prima. Dopo una di quelle strane dormite, una notte uscì di casa, senza alcun motivo evidente. Barcollando come un ubriaco e sostenuto da un nodoso bastone di ciliegio, si ritrovò nell’aia.

Era una notte di primavera, illuminata a giorno da una grande luna bianca che lo aiutava a muoversi senza bisogno di lanterne accese. Sorbello guardava le prime lucciole volteggiare sull’aia e ne contò più di trenta. Quando era bambino amava cercarle e rincorrerle al buio nei campi di stoppie. Non era facile allora, dato che le lucciole gli apparivano davanti agli occhi solo un attimo, giusto il tempo di sparare la loro brevissima scintilla luminosa e poi via, tornavano a confondersi col buio e a riapparire a sorpresa in un altro posto. Quella notte invece, non ebbe bisogno di aspettare che lampeggiassero. Sotto il chiarore lunare, riusciva a vederle e a seguirle anche quando erano spente. Sembravano verniciate di smalto nero. Da piccolo aveva sempre amato e ammirato quegli insetti silenziosi come lui e aveva cercato di comprenderne i messaggi luminosi. Ora però le forme di linguaggio non lo interessavano più, ora doveva pensare ad altre cose. Prese la solita scala, l’appoggiò al solito muro e, con più fatica del solito, vi salì fino in cima. Sorbello era impazzito o forse soltanto malato, di fatto era completamente nudo! Sembrava uno scheletro rivestito di lunghi peli bianchi i quali però non riuscivano a mascherare del tutto l’evidente promontorio della pancia. La luna impietosa rendeva la scena ancora più spettrale. Sorbello penzolava dalla scala come un calzino della prima Comunione appeso a un filo ad asciugare e si sosteneva con le mani strette intorno all’ultimo piolo. Teneva la testa piegata in avanti e, improvvisamente, prese a vomitare dal naso e da un piccolo foro corrispondente a quella che era stata, un tempo, la sua bella bocca.

“Eccomi finalmente arrivato – pensava Sorbello – questo è un momento importante, forse il più bello e il più creativo di tutta l’esistenza. Tra non molto questi meravigliosi fili di seta offuscheranno la luna e io starò al riparo dai perfidi profittatori, finché non si sarà compiuta la trasformazione. Dopo la notte, rivedrò la luce ma sarà come guardarla e amarla per la prima volta. E’ questa vita che cambia e riparte senza soluzione di continuità, senza l’obbligo di quella sosta, ingiusta e definitiva, chiamata morte. Così tutto muta e niente svanisce, si trasforma e non si ferma, come in una giostra: ora passa l’uovo, il baco, la pupa e la farfalla e, terminato il giro, ritornano di nuovo l’uovo, il baco, la pupa e la farfalla e ogni volta c’è una vita da uovo, da baco, da pupa e da farfalla e via di seguito in un girotondo senza fine. Esistenze singole e forme diverse, unite però in un unico grande essere che, per milioni e milioni di anni, ha lottato ed è sopravvissuto con l’aiuto appassionato e disinteressato di ogni suo componente. E qui sta la meraviglia! Anche nelle difficoltà, nessuno si fa ostruzione né mai si comporta in modo prettamente egoistico e autonomo. E allora, altro che invidia, altro che competizione! Di fatto una piccola larva sa che verrà sostituita da un individuo completamente differente, non solo nella forma e nei comportamenti, ma anche nel nome. Eppure allo stesso tempo, la larva lotta e si sacrifica per lasciargli il posto in un ambiente sano e sicuro. Suderà, soffrirà e sarà pronta a immolare il suo corpo, pur di consegnare al successore il testimone giusto, in modo rapido e preciso, come in una staffetta esemplare. Ogni essere partecipa al suo preciso movimento, pur cambiando spesso forma e posizione. Questo è il mistero affascinante che mi ha ispirato, questo è l’amore arcano che avevo sempre sognato! Adesso ne sono certo, anch’io entrerò nel girotondo del mondo e farò parte di questa eterna fratellanza!”

Sorbello continuava a vomitare e a muovere ritmicamente la testa. I fili di seta attorcigliati intorno a lui lo stavano pian piano isolando dalla notte e dai suoi rumori. Riconobbe il canto della civetta che stava sul tetto della sua capanna e gli sembrò provenire da molto lontano. Attraverso l’intreccio della seta, la luna appariva un mosaico di tanti pezzetti di luce bianca, di svariate forme e misure. La crescente tessitura delle fibre rendeva i frammenti sempre più piccoli. Di lì a poco si ridussero a fioche scintille fino a scomparire del tutto alla sua vista. Allora si fermò e non si sentì più solo nel tepore rassicurante della sua tana. Il bozzolo era terminato.

“Ho dismesso l’abito usato, ho lasciato il mio vecchio ambiente e ora sono semplicemente risorto dentro un’altra vita, trapassando la morte! Quando tutti vedranno il mio cambiamento, diranno che sono succube di qualche diavoleria o di chissà quale magia e che la follia mi ha divorato corpo e cervello. Eppure i pazzi sono loro. Loro che si ostinano a negare questa possibilità della vita. Adesso mi rendo conto che le trasformazioni compiute per arrivare fin qui facevano parte di un più vasto ciclo naturale al di sopra di noi. È come essere dentro a un unico immenso organismo che accoglie nel suo grembo le più disparate forme viventi, anche quelle catalogate come deboli o imperfette. È stato questo abbraccio forte, questa lunga catena, questo profondo respiro, che ha sconfitto l’asfissia della Terra! La grande alleanza fra i diversi ci sta conducendo verso l’eternità, senza ricorrere agli artefatti né agli appositi trucchetti escogitati da uomini ignoranti. E poi… le loroanime dopo la morte? La loro rinascita? Un tentativo maldestro e farraginoso di copiare la nostra mutazione!”

Frontiera Due ascoltava incantata i pensieri di Sorbello e li comprendeva. Sorbello era davvero diventato un’altra cosa. Dopo essersi trasformato nel fisico, ora stava lentamente cambiando anche nel modo di pensare. Tra non molto, non avrebbe ricordato nulla e nessuno. Ora anche la voce non gli interessava più, ora stava puntando a qualcosa che superava la vecchia realtà del passato. E comunque, se anche le corde vocali avessero ripreso a vibrare, dalla sua bocca, completamente atrofizzata, non sarebbe uscito più nessun suono.

Chiuso dentro al bozzolo, Sorbello sopportava ogni cambiamento in silenzio, come in silenzio aveva sempre vissuto. A un tratto, quasi per incanto, preannunciate da acuti scricchiolii di ossa, gli spuntarono due paia di zampette pelose e munite di piccoli piedi. Dalle inutili spallesi svilupparono invece due escrescenze che presero ad allungarsi e a dilatarsi rapidamente. Poi, anche loro, si riempirono di una leggera peluria. Come esili foglie secche restarono lievi e limpide, mettendo in mostra una fitta rete di capillari, dove il sangue scorreva velocemente. Anche le sue braccia si appiattirono e si stirarono in modo ancor più vistoso. Sorbello cercò di muoverle ma fu del tutto inutile. Nello spazio angusto in cui si trovava, non poté fare altro che tenerle distese lungo il corpo, come un bravo soldatino sull’attenti. Poi piegò la testa in avanti per ammirare meglio le sue bellissime ali bianche. Ne restò commosso. Sembravano veli da sposa.

“Eppure, avrei dovuto scoprirlo molto prima. Mia madre mi costrinse al primo cambiamento e la mia esistenza da allora prese un’altra strada, un nuovo percorso naturale che era partito da molto lontano. Tutti e da sempre ne fanno parte ma soltanto pochi se ne rendono conto. E’ una trasformazione che rasenta la perfezione e che porta un nome ugualmente semplice e complesso. Si chiama Metamorfosi Totale, la metamorfosi di questo grande organismo chiamato Vita!”

Dopo qualche giorno la Falena prese a sputare in un punto preciso del suo bozzolo. Appena il succo corrosivo ebbe scavato un piccolo foro, l’insetto v’infilò la testa e, lacerati i fili di seta, si ritrovò all’aria aperta.

La grande Falena provò a prendere il volo, le ali non la sostennero e cadde a terra. Riuscì in qualche modo a limitare i danni. Si voltò verso il bozzolo rimasto appeso in cima alla scala e poi, a brevi saltelli, si diresse verso un gelso di fronte al podere e vi salì. Ben presto le verdi foglie si popolarono di una moltitudine di falene, maschi e femmine, molto più piccole di lei. La Falena si sentì subito a disagio. Provò alcuni passi della danza d’amore e tutte le altre, al suo mostruoso cospetto, scapparono inorridite. Non si scoraggiò, decise di andarsene da lì per cercare il luogo giusto da cui ripartire. “Se queste ali non mi permettono di volare, potranno almeno aiutarmi a nuotare. La natura non ha mai fatto le cose senza senso. E allora, se non posso iniziare dall’aria, volerò sull’acqua, e poi via, dal Salarco all’Arno, dall’Arno al mare, dal mare al cielo e poi dal cielo di nuovo all’aria e all’acqua.”

All’alba del giorno seguente, l’uomo Falena si diresse deciso, zampettando e svolazzando, verso il vicino torrente. Frontiera Due, trattenendo il fiato per la paura, lo guardò buttarsi a capofitto in quelle acque limacciose. Per un po’ ne seguì affascinata i movimenti, fino all’imbocco del Salarco con l’Allacciante di Sinistra, dopo scomparve al suo sguardo.

Poi non lo vide più.

Dopo un paio di lustri, e a prezzo di saldo, la tenuta della Fila passò definitivamente nelle mani dell’amministratore Loriano Cipriani, detto “Maramao”. Morta donna Nora, Maramao si accompagnò con donna Lisa e licenziò il guardiacaccia zoppo. Non ebbero figli e in vecchiaia vendettero tutte le loro proprietà e attesero la morte in quel di Cortona.

Rosa si sposò, ancora giovane, con il vecchio direttore d’orchestra della Pergola di Firenze. Non ne fu mai veramente innamorata ma lo rispettò sempre. Non rimise più piede in val di Chiana e raramente le capitò di ripensare a Sorbello e a Finta. Si dedicò soltanto alla musica, trascorrendo un’esistenza tranquilla e gratificante. Dopo il marito, la nonna e la mamma, anche Rosa se ne andò, serenamente, all’età di novantotto anni. Prima di morire, chiese di poter vedere ancora una volta il suo violoncello, sorrise, chinò la testa e si accasciò sulla poltrona.

Finta morì improvvisamente durante un concerto in villa. Cadde sul pavimento travolgendo il paravento che lo separava dal pubblico. Tutti accorsero in suo aiuto ma per lui e per il suo strumento non ci fu niente da fare. Il violino si spezzò in due, ma il manico e la cassa rimasero uniti grazie alle resistenti corde di seta che Finta, partita Rosa, aveva montato al posto di quelle di canapa. L’archetto invece schizzò in tanti pezzi per tutto il salone. Qualcuno parlò. - Comunque io mi ero già accorto che qualcosa stasera non andava, già dalla Sonata in do diesis minore, “Chiaro di Luna”. Stonature di quella fatta, dal violinista contadino non me le aspettavo proprio! Vedete – disse invitando gli astanti a guardare i resti dello strumento - la colpa è stata tutta di queste corde di seta! Di certo il maestro, al momento di sostituire le vecchie, trovandosi sprovvisto del ricambio originale, si è dovuto arrangiare con quel che passava il convento. Le corde di seta non sono adatte, non possono tenere l’intonazione! Però, che spirito d’iniziativa, che classe e… che peccato! -

Finta venne sepolto nel cimitero di Abbadia con gli avanzi del suo violino. Sulla lapide fu scritto:

A futura memoria

del violinista contadino che,

non con l’asprezza della canapa

non con la burbanza del budello

ma con la soavità della seta,

a tutti cantò.

E i contadini che dicevano? – chiese forte Mario.

– Sorbello dev’esse’ divento proprio matto, matto più d’un cavallo matto! – commentavano i contadini passando davanti al suo podere. – Se fosse stato sano di mente, ‘unnavrebbe fatto mai sfarfallà quel baco! Ma l‘avete visto il bozzolo? Grande e lungo che pole avé chilometri e chilometri di seta! Co’ su’ ‘sperimenti l’aveva finalmente trovato il baco bòno! Quel bozzolo è grosso quasi quanto un òmo! Chissà perché l’ha lasciatolì! Sorbello ha perso il capo del tutto! Eh…il Sorbello d’una volta è sparito e ‘un tornerà mai più! -

Nella scritta della casasi leggeva: - AD MAIORA OR SO’ NN -

Finta non andò a leggerla e nessuno comprese mai il messaggio finale. Forse non l’avrebbe capito nemmeno lui.

Negli anni a venire, qualcuno si azzardò a riappiccicare il vecchio nome sulla facciata del podere Madonna‘Rosario, ma quelle piastrelle, che avevano subìto oramai troppi trapianti, ressero solo pochi giorni. Con le prime piogge autunnali, caddero a terra e si ruppero definitivamente.

L’ultimo podere della Fila sopravvisse a tanti cambiamenti ma non fu più rinominato da nessuno. Nel ricordo dei contadini, però, che delle scritte continuarono a fregarsene altamente, rimase per sempre: - MARIO, DONNA ROSA -

1) Giulio Cesare Croce
progetti/piero/frontiera2/13.txt · Ultima modifica: 09/04/2019 19:07 da cesiano