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progetti:piero:frontiera2:12

12/ Dodicesimo Quaderno

Rosa temuta rosa violata
ombra immaginata
rosa, sola
rosa pettinata.

I. Fossati “UnicaRosa”

I Balestri e i Pennacchi. Rosa e la Lettera. Non Video Ut Non Videor. Parole e Pensieri. Violoncello e Violino. I Dubbi di Finta e di Sorbello. Scotenna e Canino. La Solitudine di Sorbello. La Fine della FILA.

Per Frontiera Due non sarebbe stato per niente facile, rivivere - perché di questo in fondo si trattava ogni volta che li ricordava - quei momenti infelici. Riprese il racconto decisa. Mario e la notte erano di nuovo pronti. Rosa diventava sempre triste nel vedere gli animali uccisi da sua madre. Quando donna Lisa tornava da una battuta di caccia, si dirigeva subito in cucina e, ancora in tenuta da cavallerizza e con la doppietta a tracolla, baciava rapidamente la bambina e svuotava il carniere sulla grande tavola. Arrivava sempre in compagnia di un guardiacaccia con stampelle che non sorrideva mai. Per non guardare gli animali morti, Rosa tuffava la sua faccia dentro al gonnellone della sora ‘Gnese e piangeva.Odiava i cacciatori e odiava sua madre. Rosa non aveva mai conosciuto i nonni paterni, Lorenzo e Maria Assunta Pennacchi. Si erano sempre opposti al matrimonio del loro Guido con Lisa Balestri e non avevano compreso come mai il proprio figlio, colto e nobile, si fosse confuso con quella ragazza borghese, bella e ricca quanto si vuole ma priva di qualsiasi titolo di studio e, peggio ancora, di nobiltà. D’altronde erano sempre stati convinti che il padre di Lisa, l’ignorante e spilorcio sor Artemio, non fosse altro che un semplice prestatore di denaro nonché un vile strozzino autorizzato. Con la sua banca aveva fatto fortuna approfittando di emergenti personaggi politici e di nobili famiglie fiorentine, come la loro, cadute in disgrazia. A tal proposito si diceva che avesse rilevato un antico palazzo sul Lungarno e una grande fattoria nel Casentino, a saldo di debiti accumulati dal proprietario, il marchese don “Chicco” Manfredini, patito del gioco d’azzardo e di belle donne. Secondo i Pennacchi perciò, il loro Guido non avrebbe mai dovuto mischiarsi a certa gente gretta e arrivista. Ma poi, rimasta incinta Lisa, acconsentirono, giocoforza, al matrimonio riparatore del figlio. In seguito non perdonarono a Lisa e agli altri Balestri di aver abbandonato la bella Firenze, per rifugiarsi in quelle terre lontane e malsane della val di Chiana in cerca di facili profitti. I Pennacchi non vi misero mai piede e non conobbero i loro nipoti. Probabilmente non ne ebbero neppure il tempo, morirono entrambi nel sonno, in una notte d’inverno, avvelenati dall’ossido di carbonio.

Rosa era cresciuta con l’idea che fosse sua madre la responsabile della lontananza del babbo e con lei non ebbe mai un buon rapporto. Aveva un carattere chiuso e amava stare spesso da sola. Affetto e amicizia li divise in parti uguali con i nonni e con la “Tata” Gnese. Con la nonna poi, Rosa riusciva a parlare un po’ di più che con gli altri. Donna Nora era sempre stata l’eminenza grigia dei Balestri e, dopo la morte del sor Artemio, non si nascose più. Impugnò lo scettro del comando con una lucidità e una fermezza così naturali che tolse di colpo ogni dubbio, anche ai più scettici, sul vero ruolo avuto da sempre all’interno della famiglia. Era una donna magra e piccola, con due occhi vivaci e fulminanti.

Dopo la tragica fine del nipotino, nessuno l’aveva più vista sorridere, neanche Rosa. Nonostante fosse così seria e avara nel concedersi a effusioni sentimentali, Rosa le voleva bene e, soprattutto, ne ascoltava i parsimoniosi consigli.

I rapporti con Sorbello, il nipote acquisito in sostituzione del povero Dario, furono variabili e abbastanza strani. Donna Nora, forse per non tradire il fresco ricordo del nipotino morto, non si affezionò subito al piccolo Sorbello. All’inizio, complice la menomazione e la bruttezza di Sorbello, si limitò a un rapporto formale, più per compiacere il marito che per un reale interesse verso il bambino. In seguito riuscì a sopportarlo sempre meglio. Non era nato Balestri ma Sorbello apprendeva bene e bene sapeva comportarsi come un Balestri. Più il ragazzo cresceva e più in famiglia crescevano nei suoi confronti stima e fiducia. Donna Nora fu forse la prima a intuirne le capacità e a dargli compiti sempre più importanti, ma non riuscì mai a considerarlo come uno di loro. L’intelligenza e la cultura del ragazzo non passavano inosservate però, a volte, non riuscivano a mascherare del tutto il suo grave difetto. Donna Nora, nonostante l’impegno non ce la fece ad affezionarsi a Sorbello. Alla fine, però, fu proprio lei ad affidargli la responsabilità delle nuove attività sericole della Fila.

Anche la nipote Rosa seguì, più o meno naturalmente, lo stesso comportamento della nonna, però in modo contrario. La simpatia del periodo adolescenziale tra Rosa e Sorbello non si trasformò poi in amicizia né in affetto. Si spense così come era nata, con la leggerezza dell’età. Forse per la mancanza di una reale possibilità di comunicazione - che avrebbe sicuramente arricchito il loro legame di confidenze e complicità - o forse, più probabilmente, per la crescente gelosia di Rosa nei confronti del fratellastro che, più di lei, sembrava diventare, giorno dopo giorno, il centro dell’attenzione di tutti, fuori e dentro la famiglia, manco fosse il suo fratellino redivivo. No, quel loro rapporto, fatto di pochi sguardi e di troppi silenzi, non decollò mai. Rosa a volte ne soffriva addirittura la presenza e anche di questo colpevolizzò sua madre, rea, secondo lei, di aver permesso a quel brutto bambino di entrare nella famiglia per scacciare il ricordo di Dario. Insomma Rosa non provò nemmeno a volergli bene e approfittò poi della sua forzata lontananza e dei suoi diversi interessi per dimenticarlo in fretta.

Rosa sapeva di non essere più bella come una volta, ma tutti quei complimenti, anche se le suonavano inopportuni, stavano procurando in lei una piacevole sensazione. Leggeva la lettera che l’uomo le aveva appena consegnato, a bassa voce, quasi bisbigliando per non farsi sentire. Lui era rimasto nella stanza, in piedi vicino alla porta, in attesa di un suo comando. Ogni volta che Rosa alzava distrattamente gli occhi dalla lettera, notava che l’uomo girava la testa da un’altra parte, di scatto, come fosse stato sorpreso in una situazione imbarazzante. Faceva finta di guardare il soffitto ma in realtà stava spiando ogni piccola reazione e ogni minimo particolare della ragazza. Rosa, temendo che potesse intuire il contenuto della lettera, abbassò gli occhi e ancor di più il tono della voce. Ripensò a quello che le aveva detto una volta la nonna. – Se non vuoi essere vista non guardare mai colui che ti osserva! Invece quando vorrai sentirti ammirata non dovrai fare altro che incrociare il suo sguardo. Lo devi cogliere sul fatto, stanarlo dalla sua ambiguità, dalla sua insicurezza e così tu sarai certa che ti ha guardato mentre lui non potrà più negarlo! – Rosa allora non capì bene e non ne rimase troppo convinta. In quel momento, però, quelle sbirciate furtive le davano gusto. Stava diventando un gioco, come giocare a nascondino con gli occhi. Ripensava che da bambina le era capitato di farlo, e non per divertimento, con il suo fratellastro ma non ne aveva tratto nessun piacere. In quella particolare situazione, quando il mutismo di Sorbello pareva assoluto, non esistevano alternative e gli sguardi erano gioco forza indispensabili alla comunicazione. Lei, però, cercava di evitarli. Lui le sembrava tanto brutto!

“Io guardo se tu vedi che sto guardando ma fingo di non guardare se tu vedi che sto guardando, mentre tu fingi di non vedere che io fingo di non guardare se tu vedi che sto guardando…”

Quel giorno però, anche se cercava di non guardare e di non vedere, Rosa avvertiva comunque, e sempre più distintamente, lo sguardo dell’uomo in attesa. Più che vederlo, se lo sentiva appiccicato sulla pelle, quasi fosse una freccia con tanti minuscoli aghi, scagliata dall’arco dei suoi occhi solo apparentemente distratti. Le pungevano le mani, le guance, il collo e le braccia nude. La solleticavano come brividi di febbre o di paura ma non era tanto sicura che fosse febbre o paura. Dopo un po’ si rese conto che l’uomo stava attirando la sua attenzione più della lettera che stava leggendo. Non ne capiva il motivo, era imbarazzata e forse avrebbe voluto riflettere in solitudine ma non fu capace di dirgli niente né di congedarlo. Sapeva poco di lui, anche se ultimamente l’aveva visto in giro per la Fattoria più spesso del solito, sempre sorridente e sempre gentile con tutti. Salutava lei, come ogni altra persona, con un elegante cenno del capo, quasi un piccolo inchino di ringraziamento. A lei quella naturale galanteria non era sfuggita. “No, - pensava Rosa - mi sembra disponibile, buono e tanto una brava persona, no, non può essere paura. Non è che mi verrà davvero la febbre?” Non riusciva ad andare molto spedita nella lettura, anzi a volte leggeva e rileggeva sempre la stessa frase. Un po’ non ne comprendeva bene il senso – con tutti quei versi e quelle citazioni colte – e un po’, forse inconsciamente, sperava che quel momento, in definitiva piacevole, durasse più a lungo possibile. Pian piano si stava abituando alla sua presenza, i brividi sembravano passati e Rosa cominciò a sentire uno strano calore sulla pelle.

L’uomo non era vecchio ma aveva di certo diversi anni più di lei. Il suo bell’aspetto, però, curato nei modi e nel fisico, lo faceva apparire più giovane. Era alto e magro, aveva la faccia scura segnata da due rughe profonde intorno alla bocca, i capelli erano corti e brizzolati. Le sembrava pulito e ben vestito. E poi vederlo impacciato in un angolo, torturare con le mani il suo cappello di feltro, mentre immobile e silenzioso attendeva un suo ordine, la faceva sentire più importante e più matura. Rosa cominciò a rendersi conto, in modo concreto, di non essere una ragazzina. In quel momento stava ricevendo, attraverso parole d’amore scritte e sguardi insistenti, le attenzioni di due uomini. Era fin troppo per lei. Avvertiva un po’ di confusione in testa, ma stava bene. Più che carezze visive, Rosa a un tratto cominciò a percepire piacevoli toccamenti su tutto il corpo e non capiva ancora se fossero dovuti davvero agli sguardi dell’uomo o soltanto ai suoi sensi momentaneamente storditi. Cercava di non pensarci ma, a volte, si sentiva frugare e penetrare dappertutto con intensità e calore. Fino ad allora non aveva mai provato niente di simile, nessuno le aveva mai trasmesso simili intense sensazioni. Lasciò che lui rimanesse fermo dov’era, ubbidiente e docile come un vecchio cane. Con il passare dei minuti, Rosa apparve più sicura. Continuando a leggere la lettera, si alzò dalla scrivania e prese a muoversi su e giù per lo studio e, girando velocemente su se stessa, faceva ruotare il leggero vestito bianco come una giostra. Continuava a tenere gli occhi bassi, evitando pure di voltarsi verso di lui, per renderlo più libero di guardare. Quel gioco le piaceva, eccome! Il cappello dell’uomo sembrava diventato un ridicolo strofinaccio da impiantiti. Rosa ne spiava l’imbarazzo e il nervosismo crescente, mentre quella presenza, alimentata dalle sue piccole provocazioni, - quasi fossero saporiti stuzzichini in attesa di chissà quale pasto - si andava espandendo pian piano per tutta la stanza. A volte avvertiva intense folate di odori acuti, poi altre leggere come seta che profumavano di rose. In quella sorta di magica atmosfera, Rosa si scoprì un po’ meno fanciulla, un po’ più civetta e più di tutto femmina!

Riprese a leggere la lettera alzando il volume e scandendo bene le parole. Sperava di sentirsele ripetere dalla voce grave e carezzevole che poc’anzi le aveva parlato. – Amabilissima donna Rosa – le aveva detto l’uomo quando era arrivato – sono venuto a consegnarvi questa lettera personale. Aspetterò, in disparte, ogni vostro comando. – Ma quel comando lei, non l’aveva ancora dato. A malincuore – il tempo le era volato come non mai -

Rosa arrivò alla fine della lettera e la sua improbabile speranza svanì con le ultime righe. Aveva segretamente desiderato che quelle parole le avesse scritte l’uomo in attesa. Invece il sogno s’interruppe bruscamente alla vista della firma. Ci rimase un po’ male e, non sapendo cosa fare, continuò per un po’ a muoversi in silenzio per la stanza come per darsi un contegno. Poi si sedette sullo sgabello, rivolta verso di lui. Allargò e richiuse lentamente le gambe per tre volte. Tirò a sé il violoncello, se lo piazzò davanti e lo strinse con forza fra le ginocchia.

Una musica bellissima riempì presto tutto lo studio. Sembrava uscire dal corpo di Rosa, attraverso le sue cosce aperte.

“Non sono Rossana, io! – pensava suonando – Né la bellezza di Sorbello né le sue lettere d’amore mi conquistano. Le parole possono esprimere tutta la loro passione, soltanto se vengono declamate direttamente da chi le ha scritte, altrimenti restano solo nero su bianco, come le note musicali sul pentagramma, orfane del loro musicista. Non ci sarà mai la possibilità di sentirle dalla sua voce e perciò queste parole rimarranno ferme sulla carta, per sempre inutili!”

Improvvisamente si diffuse nello studio il suono dolce di un violino, di un violino che lei non riusciva a vedere. Dapprima sommessa e via via sempre più decisa, quella musica s’insinuò fra le note del violoncello e le accompagnò con delicatezza, rendendole ancora più suadenti. Il largo di quella sonata in do minore, commosse Rosa come non mai, fino alle lacrime. Le lunghe mani dell’uomo si muovevano delicate nell’aria, senza toccare nessuno strumento, ma lei ne gustava ugualmente il suono. Rosa rimase affascinata e meravigliata. Di lui sapeva poche cose e aveva sentito dire che era un gran musicista ma mai si sarebbe aspettata che conoscesse perfettamente quella musica né che la rifacesse così bene con la voce. Rosa smise di suonare e per un po’ restò incantata a guardarlo, poi anche lui si fermò. Allora si avvicinò alla porta e sempre a capo chino lo pregò gentilmente di uscire.

– Non ho nessuna risposta da consegnarvi – gli disse piano Rosa – ora potete andare… ma… sarei molto onorata se in futuro potessi ancora duettare con voi! - La voce le tremava, forse più delle gambe. Alzò un attimo la testa e incrociò per la prima volta il suo sguardo. Gli occhi umidi dell’uomo erano verdi e luccicavano come la rugiada sui campi di grano a primavera.

La notte seguente Rosa non dormì mai. Il calore non era ancora svanito dal suo corpo, nonostante le continue giravolte sul letto. I suoi sensi erano impastati di suoni, di colori e di odori. Vedeva rose variopinte per tutta la camera e le sembrava che ne profumasse l’aria. La sonata di Vivaldi alla fine prese il sopravvento sulle altre musiche che le giravano in testa e la dolce melodia del violino scese fin dentro al suo cuore. Nel buio fitto della stanza, la parete di fondo s’illuminò improvvisamente e, da un stradone circondato di rose, le apparve la figura di un uomo che le veniva incontro suonando. Allora si arrese definitivamente al sogno del violinista contadino, a quegli occhi verdi e alle sue lunghe dita. Inarcò e distese il corpo a più riprese, immaginando di essere al posto del violino, accarezzata dal suo archetto. Quelle mani che avevano stritolato il cappello e sfiorato l’aria, le sentì passare decise e lievi su tutta la sua pelle bruciante. Più tardi le tornò ancora in mente il discorso della nonna. - E poi non ti affidare soltanto alle parole degli uomini. Sono sempre le stesse e sempre ugualmente belle! Non farti incantare. Tu ascoltale e fissa sempre i loro occhi! E quando una buona volta avvertirai una improvvisa vampata di calore per tutto il corpo, non avere timori né ripensamenti. Quello che ti sta fronte sarà l’uomo giusto per te! – Rosa si accorse di essere fradicia di sudore. Ne ebbe paura.

“E ora – pensò - cosa sta succedendo? Forse è un altro effetto della febbre! O non sarà piuttosto un morbo strano e pericoloso? Domani ne parlerò con la nonna!”

Rosa aveva visto spesso quell’uomo in compagnia di Sorbello ma non conosceva il suo nome. Il nonno lo chiamava con uno strano appellativo e le aveva detto che si trattava di un loro contadino.

– L’è un bravo musicista e usa i’ violino in un modo tutto suo, ma l’è ancor più bravo a raccontà bischerate! –

Il nonno non aveva aggiunto altro. Ora desiderava soltanto rivederlo e suonarci insieme, del resto le importava ben poco. All’evanescente bellezza, come all’inutilità delle parole non dette, lei aveva sempre preferito la certezza di una presenza e la sonorità di una voce vera e rassicurante.

Rosa non rispose mai alle lettere di Sorbello anche se continuò a riceverle per tanto tempo ancora, e a leggerle, ogni volta ad alta voce, di fronte al messaggero dagli occhi verdi.

Quel giorno, appena uscito dallo studio della villa, Finta si sentiva alquanto scombussolato. Ritornando verso il Madonna‘Rosario per riferire della sua missione a Sorbello, ripensava all’incontro con Rosa. – Fa un caldo de la madonna e ora ‘sto cappello mi avrebbe fatto comodo per davvero ma, tutto incicrignito com’è, ‘un fà ombra manco a una mosca! – Si parlava addosso, a voce alta, e non per ripassare i discorsi che avrebbe dovuto fare a Sorbello, ma solo per abitudine. Abitudine, peraltro, acquisita abbastanza di recente. Si meravigliava lui stesso, giovane timido e silenzioso, di come fosse cambiato così profondamente in pochi anni. A rendere il Finta più intraprendente e loquace, non era stata la musica, che anzi tendeva a favorire il suo isolamento, e neppure il concertare in Villa. Anche in quelle situazioni, per ordine del sor Artemio, non poteva parlare con nessuno. Con molta probabilità il cambiamento era dovuto alla continua collaborazione con Sorbello, di cui era diventato il portavoce esclusivo. Aveva tenuto riunioni con i mezzadri della tenuta, relazioni con il padrone e rapporti coi commercianti di seta. Il tutto era servito a renderlo un po’ più socievole.

Dopo la fondazione della FILA, Sorbello dirigeva invece tutte le attività senza spostarsi se non eccezionalmente dal suo podere. Nel frattempo dedicava sempre più tempo agli esperimenti sui bachi, lasciando a lui il resto del lavoro. Finta si muoveva al suo posto. Sembrava un prolungamento del corpo e dei sensi di Sorbello, una specie di tentacolo parlante che andava e veniva, prendeva e portava, ascoltava e riferiva, dal Madonna‘Rosario ai poderi, dalla fattoria al paese, da Sorbello ai contadini e poi di nuovo a Sorbello, che rimaneva il punto di partenza e il capolinea di tutto l’andirivieni. Finta non aveva mai fatto il ruffiano d’amore, eppure in quel periodo gli toccò fare anche quello, trasformandosi non soltanto in postino di Sorbello ma anche in piantatore di rose lungo lo stradone di Fattoria. Insomma il Finta fu costretto a rompere definitivamente con le vecchie abitudini da uomo solitario e imparare a stare e a parlare con la gente, come desideravail suoamico Sorbello.

–Ma che aveva tanto da guardà quella ragazzina? Pensava forse che ‘un me n’accorgessi? Faceva la spiritosa e la civetta ma ‘unnè manco tanto bella. Mi sa che Sorbello stavolta ‘un l’ha proprio azzeccata. E’ una viziata e basta, e le vòle avé tutte vinte. Ma poi… che vòi pretende’ da lei! E’ nata e cresciuta di razza padrona, e… ‘un c’è niente da fa’! Io cercavo solo di capì da i su’ gesti come reagiva alla lettera, e del resto me ne fregava il giusto! Quella è meglio perderla che trovarla! ‘Un capisco che ci trovi Sorbello in una citta così! Mi devo fa’ di coraggio e dirgli che ‘unnè per niente adatta a lui! –

Finta ripassò mentalmente i momenti salienti della mattinata e non ne restò soddisfatto ma, se Sorbello glielo avesse chiesto, avrebbe ubbidientemente continuato a portare lettere a donna Rosa e a piantare rose lungo tutto lo stradone di Fattoria. “In fondo – pensava – potrò sempre fa’ una sònatina con lei, anche se… a occhio e croce, ‘un m’è sembrata granché, nemmeno come musicista! Troppo scolastica e troppo distratta, o forse solo troppo giovane! Però… il suo tocco mi piace! Alle brutte… con donna Rosa potrò provare qualche nuovo pezzo musicalema di lei e delle su’ moine ‘un me ne frega proprio niente! Le donne so’ tutte uguali, la musica no!” E da quel giorno Finta imparò nuove sònate.

Rosa per passare più tempo col Finta, prese a frequentarlo regolarmente con il pretesto di preparare insieme a lui un concerto da tenere in villa. Lo disse alla nonna e non prese più lezioni dal maestro Bicchierai. E allora Rosa caricava il suo violoncello sul calesse e, a giorni alterni, si recava al podere Fuga Uno per fare le prove con Finta.

Intanto Sorbello continuava a occuparsi di bachi, di rose da far piantare, di lettere d’amoreda scrivere e di risposte da attendereinvano. Non si stancò né si scoraggiò mai, e le notti per lui diventarono uguali ai giorni.

Finta, invece, resistette, magari soffrendo in silenzio, ma non si arrese alle lusinghe sempre più esplicite di Rosa. Lui era uno scapolone – gli avevano fatto il befano per due anni di seguito - e non aveva ancora conosciuto né amicizie femminili né amori. Il violino rimase l’unica cosa che strinse fra le braccia con vera passione. Rosa era giovane, vogliosa di amore e, come lui, amante della musica. Eppure tutto questo al Finta non bastò, gli sembrò sempre troppo ragazzina, nel corpo e nella testa.

Il sentimento nei confronti di Rosa non andò mai oltre un affetto quasi paterno. Lei aveva tanti anni di meno e rimaneva pur sempre la sua padrona e dunque, per principio, le doveva portare rispetto. “E’ solo un incosciente momento di passione giovanile - pensava il Finta – e presto si dimenticherà di me e della mia musica!”

In realtà lui si sentiva molto legato a Sorbello e mai avrebbe tradito la sua fiducia. La loro grande amicizia non doveva essere distrutta da quella ragazzina capricciosa! Finta cercava in ogni modo di dissuadere Sorbello da quell’amore ostinato e dolente, ma non trovò mai il coraggio di dirgli in faccia come stavano veramente le cose. Non gli disse nemmeno che Rosa andava a trovarlo spesso al Fuga Uno. Temeva di essere frainteso o non creduto. Sperava in cuor suo che il tempo e il lavoro lenissero le pene amorose di Sorbello e che, nel frattempo, certe voci maligne dei contadini si placassero da sole.

- Guarda che da vicino quella citta è piuttosto bruttina. – gli diceva spesso – Un giovanotto intelligente e bello come te, sa’ quante donne pole trovà meglio di lei! Ma lo sai che all’infòri di strimpellà il violoncello ‘un sa fa’ altro? Che poi anche su quello ci sarebbe da ridì! Senza le partiture davanti ‘un ci cava un ragno dal buco! Non ha memoria né esperienza musicale e tanto vòle avé sempre ragione! E’ testarda quanto il mulo di Ottolengo e se ‘un fosse nata in Villa, sarebbe stata una contadina nata e sputata! –

Per Finta, suonare con Rosa rappresentava, invece, una piacevole opportunità. Diceva certe cose senza esserne troppo convinto, e solo per sminuirla ai propri occhi e a quelli di Sorbello. A volte cercava addirittura di renderla ridicola sperando che Sorbello ne rimanesse schifato e la dimenticasse in fretta. Non ce la faceva più a vedere il suo amico in quello stato, apatico nel lavoro e sofferente per amore.

Quel giorno Sorbello si trovava in piedi davanti a un canniccio di bachi, chiuso in un silenzio totale. Non gesticolava, non faceva smorfie, non mugolava e nemmeno scriveva niente per rispondergli. Sembrava diventato anche sordo.

Il Finta intanto continuava a parlare.

- Se ‘un fosse la figliola della padrona, sarebbe una perdigiornata peggio di me! A ‘sto punto posso di’ che è anche maleducata! E’ già la decima lettera che scrivi e lei non t’ha mandato manco un biglietto di ringraziamento. Bisogna che tu reagisca a questa situazione. Devi riprende’ a lavorà pe’ la FILA, quanto e più di prima. Ora invece mi pari distratto e svogliato, come se tu avessi perso l’entusiasmo di una volta! Devi ricomincià a dedicarti alla nostra seta sennò, senza la tu’ testa, qui va a finì tutto a ballodole. Mi sembra anche… che gli ultimi bachi siano andati in crisi, quanto te… perdono la salute e producono poco. ‘Un saranno mica innamorati anche loro? Ovvia su… amico, sto scherzando… però cerca di metterci una pezza… e anche a la svelta! Ma lo sai che gli altri contadini cominciano a pensà male? Per esempio, lo Gnifuli, ora ch’è morta la Corrada, è ritornato a la carica co’ le su’ pecore. Dice che te ‘un prendi più capo a le nostre faccende e così metti in crisi la cooperativa con due “o”! - Sorbello non si mosse. Rimase zitto, chiuso in un mutismo totale che forse voleva esprimere molte più cose del solito. Finta, a quel punto avrebbe voluto aggiungere che Rosa andava periodicamente a casa sua ma non ne trovò la forza. Tacque inoltre su quelle malevoci che circolavano già per la Fila - tanto erano solo cattiverie e falsità – e su ciò che pensava la gran parte dei mezzadri, Scotenna in testa, riguardo ai suoi duetti con Rosa.

Il Finta sperava che non giungessero mai alle orecchie di Sorbello.

- Insomma… il Finta ‘un compicciava niente di bòno! - s’intromise Mario - Riferiva mezze cose e ne nascondeva altrettante. Faceva ugualmente un gran casino. Anche se ‘un se la sentiva di di’ tutto, poteva almeno fa’ qualcosa: o dava a Rosa du’ belle manate nel muso, o gli dava quattro colpi a… novanta… gradi… come dico io! E poi… poi doveva starsene zitto con tutti! Morale, nessuno ci avrebbe rimesso niente! – Frontiera Due si agitò nervosamente e con lei, tremarono i suoi pavimenti.

“Mario continua a confondere tutto, emozioni, istinti, piaceri, passioni, bisogni, e così prova a dare un ordine a questo primordiale marasma di sentimenti e sensazionimanon ci riesce. Allora cerca di trovarci una regola nascosta, una sorta di formula sinottica, buona per tutte le stagioni e capace di giustificare in qualsiasi modo tutti i suoi variopinti modi di essere. Un gran lavoro che alla fine non porta a niente. Mario non lo sa, ma le regole esistono per quello che si fa e non per come si è!”

- Ovvìa, ho capito! - bisbigliò Mario sentendosi tremare le gambe – Comunque, a ‘sto proposito, voglio dirti un‘ultima cosa… e poi… basta! Dunque… il Finta, tanto a sentì lui ‘un faceva niente di male, doveva di’ tutta la verità a Sorbello. Ma… secondo te, che era più importante in quel momento? Dire la verità o mantenere l’amicizia? La sincerità deve esse’ parte di una grande amicizia… sì, lo so anch’io, ma… solo parte… perché se la verità diventa troppa rischia di guastare l’amicizia per sempre!-

Quello che il Finta temeva, alla fine successe, e quando Sorbello venne a conoscenza che la sua amata si recava spesso a fare le prove musicali dal Finta, non se la prese in particolare né con Rosa né col Finta, si adirò col mondo intero, compresi Rosa e Finta.

Fu Canino a spifferarglielo, malignamente, come faceva d’abitudine per ogni cosa. Il fattore odiava i mezzadri e soprattutto quelli che, con l’avvento della seta, erano riusciti a migliorare le loro condizioni economiche. Non capiva come avessero fatto ma sapeva che alcuni di loro erano riusciti a mettere da parte un bel gruzzoletto. Se continuavano di quel passo, avrebbero potuto ben presto lasciare la mezzadria, acquistare un poderetto e lavorarlo in proprio. Lui sarebbe rimasto, invece, il solito leccaculo di sempre. Il fattore però, più di tutti, invidiava Sorbello, il figliolo del contadino socialista. Era un giovane disgraziato ma stava diventando sempre più importante, anche delle padrone. Non lo riteneva giusto.

Canino, quasi per caso,era venuto a sapere da Scotenna che Sorbello si era innamorato di donna Rosa ma che lei non lo voleva, forse perché se la intendeva con un altro, o forse perché di un muto, anche se giovane e bello, non sapeva che farci.

–Unnè bòno manco il Finta, vai! Col sapé strimpellà quelle quattro corde di violino, ha risolto ogni problema, ‘conomico e ‘moroso! – aveva concluso quel giorno Scotenna.

I due si erano incontrati per la strada della Fila e dopo i primi convenevoli, avevano preso a chiacchierare del più e del meno. Scotenna cominciò col dire che stava portando la vacca per la monta taurina al podere di Cesarone. Il toro “Nerbo”, della Torre, non li aveva soddisfatti, né lui e nemmeno la sua vacca.

–È vero – gli confermò Canino – Nerboè ancora troppo giovine per fa’ bene il su’ lavoro. Parecchia foga ma pochi risultati, come si dice… tanto fumo e niente arrosto! Fai meglio a mandarla dal toro di Cesarone… perché “Gedeone”è forte, è sicuro, è esperto e… e poi è sempre un toro de la nostra tenuta! -

Dopo un po’ Scotenna, senza una ragione precisa, si mise a bisbigliare all’orecchio della suavacca. Gli parlava a bassa voce, quasi in segreto, come per non farsi sentire da nessuno. Canino, invece, sorpreso da quello strano comportamento, drizzava le orecchie come rami di gelso, verso il cielo.

- O “Bella” – diceva Scotenna alla sua vacca che si chiamava Bella – dicono che Nerbo s’è innamorato di te! Da dopo che ci sei stata, quel toro ‘un fa altro che scalcià tutte le altre vacche che gli portano. ‘Un mangia niente e mugola di continuo. Dicono che vòle solo la mi’ Bella! Io però a la Torre ‘un ti ci porto più. Nerbo sbava e ti si arrucina tanto, dà capate e leccate e poi prova a saltarti addosso ma… ‘un riesce a compiccià niente di bòno. L’altra volta… t’ha lasciato vergine! E allora io ti fò montà dal vecchio Gedeone, il toro di Cesarone, ch’è più esperto e sicuro, e poi… mi so’ accorto… che anco te ci vai parecchio volentieri. Oggi corri e sculetti contenta… come… come quella troietta di donna Rosa, quando va a sònà in casa del Finta! – Scotenna continuava a parlare a la vacca e intanto lanciava occhiate furtive verso Canino. Il fattore ascoltava inebetito. - Il toro Nerbosenza di te è diventato più moscio e più triste… proprio… come Sorbello che, dicono, abbi’ perso il capo per donna Rosa. Anche lei di uno che fa tutti quei versi e che mugola e basta ‘un sa che farci e preferisce un òmo più vecchio e più esperto!E intanto il poro Sorbello la cerca ‘vano e ‘unnè più quello di prima. Così anche la nostra FILA è in crisi e la Coperativa – quella condue “o”… come… ‘ste du’ palle grosse così… che ha fatto venì a tutti noi - la vedo proprio messa male! E quel bugiardo del Finta che fa? Fa tutto per donna Rosa. Fa il postino, il piantatoredi rose e anco il musicante con lei, così… gliele canta e gliele sòna proprio a modino! ‘Unnè bòno manco il Finta, vai! Col sapé strimpellà quelle quattro corde di violino, ha risolto ogni problema ‘conomico e ‘moroso. –

Così parlò Scotenna all’orecchio della vacca e non aggiunse altro. Poi salutò e ripartì. Canino, da par suo, ci mise qualche giorno prima di capire quel discorso e altrettanto tempo lo sprecò, inutilmente, per cercare di capacitarsi del perché Scotenna l’avesse fatto all’orecchio della Bella. “Ma di donna Rosa, di Sorbello e del Finta, che gliene fregava mai a la su’ vacca? – si chiedeva il fattore – Boh, ‘sta gente di campagna sta diventando sempre più stramba! E di ‘st’ultimi tempi, anche più misteriosa! Dunque… intanto so’ proprio contento per quel disgraziato di Sorbello. Co’ le su’ solite moine, pensava forse di conquistà anchedonna Rosa? A lei gli garba sònà col su’ amico… e a Sorbello gli sta proprio bene! Poi… m’è parso d’avé sentito qualcos’altro a proposito di postini… e piantatori di rose… ma ‘un ci ho capitoniente. E comunque, alla fin fine, secondo me Scotenna faceva il furbo… ‘un diceva la verità… lui non voleva più portà la su’ Bella alle nostre monte, né da Nerbo e nemmeno da Gedeone! Parlava, invece, di quella società d’allevatori… che non fa parte de la Fila ma è di una tenuta al di là del Fosso. Difatti, con quelle du’ palle grosse così, - e rifece il gesto che aveva fatto Scotenna, unendo le punte degli indici e dei pollici a formare due bei cerchi – si poteva riferì solo al toro “Mongolfiera” de la Fratta di Cortona! Forse me lo voleva tené nascosto ma io ho capito tutto! Ma a me… poi… che me ne frega? Vòle portà la Bella al di là del Fosso e ce la porti pure! Vedrai che quella monta forestiera gli toccherà pagalla salata e di tasca sua. E allora… contento lui, contenti tutti!”

Frontiera Due purtroppo non poteva intervenire in nessuna vicenda umana e men che meno in tutto ciò che avveniva fuori dalle sue mura. Si rese subito conto che ben presto tutte quelle avverse concomitanze non avrebbero portato a niente di buono.

Allorché Canino gli riferì le voci che circolavano per la Fila, più come certezze che come dicerie di popolo, precisandone la fonte e aggiungendovi anche del suo - forse per essere più credibile o forse per fargli ancor più dispetto - Sorbello ci rimase male, ne soffrì molto e colpevolizzò se stesso e tutto il genere umano. Sorbello era veramente innamorato di Rosa e sebbene lei non gli avesse mai risposto nemmeno con un biglietto, dentro di sé cullava ancora l’illusione di poter ottenere un giorno il suo amore. Di fronte alle parole di Canino, però, quella speranza sfumò come nebbia di collina all’apparir del sole. Sentì, in quell’attimo, di essere veramente solo e che niente e nessuno lo avrebbe potuto consolare. Si convinse sempre di più che la sua infermità, nonostante il grande impegno profuso per non farla avvertire, era in realtà l’unica responsabile di quell’amara sconfitta. Non riusciva a darsene pace. Rosa non credeva alle parole d’amore scritte, e lui non avrebbe mai potuto dargli una voce. Sorbello pensava continuamente a Rosa, giorno e notte. Di giorno cercava di distrarsi con i suoi bachi ma i sospiri gli affollavano il petto e gli pesavano sullo stomaco. Di notte un pianto soffocato lo teneva quasi sempre sveglio e, quando la stanchezza lo faceva assopire, sognava di lei. Ogni volta era vestita di bianco e le sue leggiadre movenze sopra all’altalena o sul violoncello avevano la grazia inimitabile di una falena in amore. Col tempo imparò pian piano a sopportare meglio il nuovo dolore e, benché la sua menomazione lo avesse già ben temprato ai dispiaceri della vita, quel momento non gli risultò per niente facile. Non gli mancavano le idee, e i pensieri poi non gli stavano manco in testa, eppure non riuscì più a trasformarli in suoni artefatti né in gesti precisi.

Smise di scrivere a Rosa. La notte stessa si recò in Fattoria e vicino al cancello dell’ingresso secondario piantò, personalmente, due rose. Aveva preso le due pianticelle sul grottone del Canale Maestro, una di rose gialle e una di rose variegate. Furono gli ultimi messaggi floreali, la gelosia e l’amor tradito, che lo Stradone delle Rose - tutti ormai lo chiamavano così - vide piantare ai suoi fianchi.

Sorbello non accusò mai il Finta di ciò che era successo, né allora né poi, anzi, in cuor suo lo scusò e lo difese sempre dalle malignità serpeggianti fra le bocche dei contadini. Lui non ci aveva creduto. Certo lì per lì, alle parole infamanti di Scotenna-Canino, la sua fiducia vacillò pericolosamente ma in seguito, ricordando da quale pulpito erano venute tali insinuazioni, non ci pensò più di tanto. Quello che non comprese e non riuscì mai a digerire, fu il silenzio omertoso del Finta il quale, in nessuna occasione, gli aveva accennato alle prove musicali con Rosa. Sorbello, fortemente deluso, venne colto da un gran bisogno di solitudine che andò crescendo sempre più. Cominciò pian piano a trascurare, fino all’abbandono, le relazioni con tutti, coi mezzadri, con le padrone e naturalmente col Finta. Di quest’ultimo allontanamento ne soffrirono molto tutt’e due. Entrambi sfogarono il loro dispiacere esclusivamente con lo studio, l’uno, delle potenzialità della seta e l’altro, dei nuovi pezzi musicali.

Frontiera Due si rendeva conto come l’amicizia fra Sorbello e Finta fosse in realtà dovuta a un forte senso di complicità, scaturito da un’intensa e continua collaborazione di lavoro. Le aspettative di entrambi erano comunque diverse e distanti, quanto e forse più delle loro età. Così, in quei momenti di totale disimpegno, si ritrovarono tutt’e due compresi in altri pensieri e affaccendati in altre passioni. La logica conseguenza fu la loro separazione, prima fisica e poi sentimentale. Finta non mosse un dito per riattivare i contatti – forse la sua naturale timidezza, unita a certi sensi di colpa, lo rese fin troppo indeciso - mentre Sorbello, deluso dall’amore e completamente perso dietro al suo sogno mai sopito, fu ancor meno intraprendente di lui. I due amici non si rividero più, e tutto il seguito diventò prevedibile. Sorbello perseanche la voglia di organizzare e di dirigere le attività della FILA, sia per la proprietà che per la Cooperativa. Come prima cosa, riconsegnò attrezzature, bozzoli e semenze in Fattoria, scusandosi con donna Nora. Non pretese nulla per sé, né accennò minimamente al motivo della sua scelta e di certo non ce ne sarebbe stato bisogno. Donna Nora doveva essere già al corrente di tutto. In verità, Sorbello le aveva chiesto anche due piaceri, ma l’unico che gli fu accordato fu il licenziamento in tronco di Canino. Dell’altro, quello di incaricare il Finta come unico responsabile delle attività sericole, - che almeno l’avrebbe fatta finita di fare solo il finto musicista - donna Nora non volle sentir ragioni.

In seguito Sorbello, alla presenza di tutti i soci della Cooperativa FILA, senza l’ausilio di tanti disegni né pantomime, senza presentare scritture o calcoli complicati e senza bisogno di alcun collaboratore parlante, prima suddivise in parti uguali, uova, bozzoli e guadagni della seta venduta e poi lasciò tutte le responsabilità organizzative nelle mani dei contadini. Per sé tenne solo alcune uova del baco Prometeo.

Dopo poco più di un anno, l’allevamento del baco da seta cessò e Sorbello non se ne dispiacque per niente. Ormai a lui importava ben poco di tutti. Non si era mai sentito un Balestri né i mezzadri l’avevano mai considerato uno di loro. Quella fine rappresentò contemporaneamente, sia una sua piccola rivincita - verso le padrone poco interessate e molto viziate, verso gli amministratori incapaci e truffaldini e verso i mezzadri diffidenti e pettegoli – sia una sconfitta personale. Si rese conto di non essere riuscito a trasmettere il suo sapere e la sua esperienza a coloro che in quei momenti ne avrebbero avuto molto bisogno. La considerò una grave colpa, con un’unica responsabile, la sua menomazione.

Gli era successo, pari pari, anche in amore, quando i pensieri e i sentimenti, espressi soltanto con parole scritte, non gli avevano dato la soddisfazione desiderata. A Sorbello era mancata la viva voce, la voce sincera e sanguinante del suo cuore.

La Cooperativa FILA, orfana della mente e conseguentemente del braccio, non riuscì più a piazzare convenientemente la propria seta e i contadini, soli e scoraggiati, non trovarono di meglio che mettersi a litigare, rinfacciandosene le colpe. Tra accuse reciproche di vagabondaggine, di assenteismo, di imbrogli, di ruberie e di spiate, finirono per mandare tutto all’aria. Alla fine, scoperti e ricattati - sotto pena di severe sanzioni economiche – furono costretti a riconsegnare, senza ricompensa alcuna, tutti i bozzoli e le uova prodotte anche con la Cooperativa.

S’interessò del recupero ilnuovo contabile della tenuta – un omaccione con perenne testa fra i numeri, cuore nel portafoglio, stecchino in bocca e cavallo sotto al culo – tale Loriano Cespiani, detto “Maramao”, che donna Nora aveva nel frattempo nominato fattore ed estimatore unico della proprietà. Lo scaltro Maramao conoscendo la situazione della famiglia Balestri – solo donne, disinteressate e distratte - approfittò rapidamente della crisi dell’allevamento dei bachi per cominciare, proprio da lì, la sua rapida e splendida carriera amministrativa. Dopo qualche anno e molti più imbrogli, si ritrovò padrone della Fattoria e di tutta la tenuta. Maramao diventò anche il nuovo accompagnatore di donna Lisa.

Quando la cooperativa FILA, priva di Sorbello e di Finta, chiuse definitivamente i battenti, senza tirar troppo per le lunghe e con la paura incombente di una visita sgradita di Maramao, i mezzadri conclusero il tutto in una nottata dentro la stalla di Frontiera Due. Non ci furono relazioni, dibattiti, vino, formaggio né dormite o applausi ma solo millantate promesse di sonore cannicciate reciproche e niente più. Stavolta, però, almeno le vacche, rimasero tranquille. All’alba Mario di Cesarone pianse quanto un vitellino abbandonato dalla mamma.

Il Bombix mori tornò a vivere, impaurito e triste e non senza difficoltà, fra i vicini gelsi bianchi rimasti ancora produttivi. Meravigliati e felici ne furono invece gli stormi di passeri. Ripresero a posarsi da quelle parti con più frequenza, sfidando pure i pallini brucianti di donna Lisa.

progetti/piero/frontiera2/12.txt · Ultima modifica: 09/04/2019 19:06 da cesiano