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progetti:piero:frontiera2:11

11/ Undicesimo Quaderno

Qui, vivo vite parallele:
ciascuna con un centro,
un’avventura.
E qualcuno che mi scalda il cuore.

F. Battiato “Vite parallele”

I Bambini Sorbello e Rosa. Fatalità e Destini. Voce e Violoncello. Una Lettera, Due Uomini. Riserva di Caccia. Cilecca, Manfrina e Burgnacca. Donna Lisa e Mamo. La Ragazza e il Mare. L’Incidente.

Anche per Frontiera Due, la signorina donna Rosa non era, quel che si dice, una venere, ma neppure uno spaventapasseri. Aveva percorso il cammino estetico praticamente al contrario di Sorbello. Partita come bambina stupenda, durante l’adolescenza aveva cominciato a peggiorare e in quel periodo, poco prima dei vent’anni, era già scesa a rango di ragazza normale, né bella né brutta. Tutti però pensavano che se tanto dava tanto, per il futuro non c’era da sperare in niente di buono, almeno da quel punto di vista.

Rosa aveva la bocca stretta e piccoli occhi neri stampati su un viso rotondo come un palloncino. Il naso lungo e magro cercava inutilmente di rendere la sua faccia più affusolata, ma i capelli ricci, che Rosa cercava di stendere e di addomesticare lungo le gote a mo’ di sipario semiaperto sul viso, ritraendosi ogni volta a cespuglio sopra la testa, vanificavano tutti gli sforzi, di Rosa e del suo naso. Anzi, in quei momenti, la secca e appuntita protuberanza sembrava proprio peggiorarne l’aspetto, facendo assomigliare la sua faccia a un cocomero, visto dalla parte del picciolo. Rosa era piccola e grassottella e comunque le rotondità del corpo parevano ben proporzionate alle sue misure totali. La pelle bianca e i capelli biondi le conferivano un’aria delicata e signorile, confermata dai suoi modi di fare e di parlare. Se la natura non era stata troppo magnanima nell’estetica, di certo non aveva badato a spese per le doti interiori. Insomma donna Rosa, grazie alle molte virtù, possedeva ancora del fascino. Non si poteva considerare più una grande bellezza ma neppure una ragazza sleale, stupida o cattiva. Rosa parlava poco e ancor meno si vedeva in giro. Se qualche forestiero chiedeva di lei ai contadini della Fila, si sentiva immancabilmente rispondere, con un certo imbarazzo, che la padroncina era una brava citta, timida e ben educata, però troppo bianca e slavata per essere da marito.

Dopo aver trascorso un’infanzia felice sempre insieme a Rosa, Sorbello l’aveva persa di vista. Anche d’estate, presi da interessi e impegni completamente diversi, i due ragazzi si ritrovavano di rado. Sorbello quando tornava da Firenze studiava nascosto nella biblioteca di famiglia o si recava in giro per la Fila, per stare col babbo o coi suoi amici contadini, mentre Rosa, spesso rinchiusa nello studio del nonno, si dedicava alle sue passioni musicali. Quando frequentava le scuole superiori, Rosa stava in collegio presso le suore del Vultus Christi a Montepulciano e contemporaneamente frequentava i corsi di solfeggio e di canto tenuti dal maestro fiorentino Luciano Bicchierai. In Fattoria tornava solo rare volte. In quel periodo Rosa scoprì la passione per la musica e si dedicò, in particolare, allo studio del violoncello che lo stesso maestro le insegnava privatamente, recandosi, durante le vacanze scolastiche, in fattoria ad Abbadia. Dopo l’infanzia, quindi, Rosa e Sorbello ebbero di fatto poche occasioni d’incontrarsi e ancor meno di comunicare. A volte, per troppa timidezza o per una sorta di vergogna, si salutavano appena. In fondo avevano anche poco da dirsi e quel periodo difficile per la famiglia non li aiutò di certo.

I Balestri sembravano davvero allo sbando. Il nobiluomo Guido non si era mai interessato della tenuta della Fila e, dopo la disgrazia del figlioletto, men che meno della moglie e della bambina. Si diceva che a Firenze convivesse ormai da tempo con una giovane ballerina olandese, la quale gli aveva dato un figlio. Sparì dalla vita dei Balestri, alla mutina, così come vi era entrato. Donna Lisa non aveva mai amato veramente il marito – era stato un matrimonio di comodo per entrambi - e non se la prese più di tanto. Si era sempre dedicata poco alla sua proprietà e anche in quel frangente non cambiò atteggiamento. Si limitò a seguire il volere dei genitori, rispettando sempre le loro scelte organizzative, come quella di affidare le attività sericole della tenuta a Sorbello e a Finta. Il violinista contadino, d’altronde, era l’unico che sapeva ben interpretare le volontà di Sorbello e convenientemente trasmetterle agli altri.

Fu donna Lisa, comunque, a non volere che il Finta interrompesse i suoi concerti in villa, perché sperava ardentemente che la sua musica aiutasse Rosa a uscire dall’isolamento in cui sembrava rinchiudersi ogni giorno di più, dopo il definitivo allontanamento del padre e la tragica morte del nonno. Il sor Artemio, infatti, da anni relegato nella sua camera a fare da tremolante sponda fra il letto e la poltrona, un bel giorno decise di farla finita e si sparò un colpo in gola. Con un ultimo sforzo, era riuscito ad arrivare all’armadietto dei fucili da caccia e a prendere quello che teneva sempre carico. E lì, in piedi, lo aveva sollevato in alto e senza il minimo tremolio, quasi tracannasse un ultimo fiasco di vino, se lo era infilato in bocca e aveva tirato il grilletto. Rosa ritrovò il nonno in un lago di sangue con la bocca squarciata che pareva sorriderle.

Il sor Artemio aveva voluto molto bene anche a Sorbello, considerandolo come il nipotino che gli era venuto a mancare troppo presto. Sorbello rimase scosso dalla sua tragica morte. Non comprese quel gesto e non se ne dette pace. Lo rimpianse a lungo.

Quella lontana sera durante la presentazione della Sericaria in casa Balestri, Sorbello, preso com’era dalla sua grande idea, non s’interessò minimamente di Rosa. A lei, d’altro canto, la cosa non importava più di tanto, rimase come sempre silenziosa in disparte, assorta nei suoi pensieri.

l progetti di Sorbello, la solitudine di Rosa e la forzata lontananza sembravano aver creato fra loro un fossato invalicabile e, morto il nonno, in casa non c’era ormai più nessuno capace di ricostruirne il ponte levatoio. Anche i bei ricordi dell’infanzia parevano dispersi nelle nebbie del presente, forse definitivamente.

In un bel pomeriggio di primavera, Sorbello, lasciati i suoi esperimenti sul Bombix mori al Madonna’Rosario, era rientrato in villa prima del solito per rileggere ancora una volta le recenti pubblicazioni sulle teorie di Mendel. A un tratto giunse alle sue orecchie un canto dolce di donna, accompagnato dal suono melodioso di un violoncello. Non erano i soliti esercizi né le medesime scale musicali che raramente, e sempre senza troppa attenzione, gli era capitato di ascoltare per casa. La musica era bellissima e proveniva da lì vicino. Non l’aveva mai sentita prima ma la voce la riconobbe subito. Sorbello uscì dalla biblioteca e si mise in ascolto dietro la porta chiusa dello studio. Il canto e la musica lo costrinsero a rimanere bloccato in quella posizione. Un’emozione del tutto nuova alterò immediatamente le sue sensazioni e certi colori e suoni di un passato che credeva perduto per sempre, gli tornarono in mente come per incanto.

Lacrime inaspettate si fermarono tra le palpebre ma Sorbello non pianse. In un momento ritornò il bambino spensierato e felice di allora, quando a volte quella voce soave cantava certe arie solo per lui e poi, inascoltata, soltanto a lui chiedeva di ricantare. Era la voce di Rosa - il tempo non l’aveva cambiata – proprio la voce di Rosa, come allora. Si trattava di una semplice ninnananna ma per Sorbello quel genere di cantata restava sempre fra le più belle, come certe languide nenie che ascoltava da piccolo e che un giorno, anche lui avrebbe voluto ricantare.

In quell’attimo magico gli sembrò di nuovo tutto realizzabile. All’improvviso rivide il sorriso di Rosa e avvertì il profumo dei suoi boccoli d’oro, come se li sfiorasse ancora con il viso. Il mondo si era fermato, non sapeva dov’era né quanto tempo fosse passato, ma stava bene e mai avrebbe voluto allontanarsi da lì. L’incanto però non durò a lungo, la porta dello studio si aprì all’improvviso e un distinto signore uscì, lasciandola mezz’accostata. L’uomo sembrava distratto e frettoloso, non disse niente e passò a testa bassa senza salutare, forse non lo notò neppure. Sorbello sbirciò dentro lo studio. Rosa, seduta al centro della stanza, continuava a cantare e a suonare il violoncello e sembrava un angelo. Era vestita di bianco e una nuvola dorata e riccia le faceva da aureola. I raggi del sole, provenienti dalla finestra alle sue spalle, s’infilavano tra i biondi capelli, risplendevano sui contorni del corpo in controluce e poi s’irradiavano per tutta la stanza. Sembravano sorgere proprio da quella figura solare. Suonando lo strumento, le braccia esili si staccavano dai suoi fianchi e svolazzano in aria, sollevate e ripiegate all’altezza del gomito. Rosa spostava le dita su e giù lungo il manico del violoncello, mentre l’altra mano, che stringeva l’archetto, si muoveva leggera in senso orizzontale. I due movimenti perpendicolari facevano volteggiare dolcemente le ampie maniche del vestito. A Sorbello sembrarono ali, ali bianche e delicate, dondolanti come spuma di mare al soffio del vento. Improvvisi, fra tutto quel candore luminoso, risaltarono gli occhietti rotondi e neri che si aprirono solo per un attimo, poi tornarono ad abbassarsi lentamente sullo strumento. La bocca, piccola e quasi priva di labbra, si apriva e si chiudeva delicatamente al canto. Rosa pareva appena uscita dal suo ambrato violoncello che continuava ancora a proteggere fra le gambe, stringendolo con le ginocchia. Per Sorbello la scena aveva un sapore familiare, più sensuale che spirituale. No, Rosa non era un angelo, era una farfalla, una bellissima farfalla bianca. Si sentì perdere in un vortice di emozioni. Lo stomaco si chiuse, il cuore prese a battere velocemente e la sua testa si svuotò del tutto. Si appoggiò alla parete per non cadere.

L’amore aveva centrato il bersaglio!

Dolcissima Donna Rosa,

Vi chiedo perdono per tutto il tempo che ho lasciato trascorrere senza interessarmi di Voi. Non accamperò scuse né giustificazioni, mi sento colpevole e non me ne do pace. Ci sarebbe voluto tanto poco, mi sarebbe bastato pensare alla bambina di allora, quando starVi vicino era tutto il mio mondo. Adesso però Vi chiedo il permesso di riprendere quel rapporto interrotto, perché dal momento che Vi ho sentito cantare e suonare non riesco più a trovar pace. Il giorno penso a Voi e la notte Vi sogno addormentata accanto a me. Quella musica ha evocato nella mia mente lontani ricordi e la Vostra voce ne ha messo a fuoco le immagini. Ricordate quando danzavate con altre bambine in tutù, nel teatrino delle suore? Io ho ancora davanti lo spettacolo di tanti garofani bianchi dondolati dal vento e Voi al centro: una Rosa candida, cullata da una musica che era solo dentro di Voi. Oppure Vi rivedo in giardino con un lungo abito bianco e una corona dorata di riccioli in testa, che salivate sull’altalena, desiderando acchiappare le nuvole. Io, ubbidiente e felice, Vi spingevo sempre più in alto, con tutte le mie forze! Tendevate le mani al cielo, volteggiando per un attimo libera come una farfalla, per poi ricadere delusa fra le mie braccia. Sono passati tanti anni e non so se quel cielo l’avete mai toccato. Adesso sono di nuovo pronto e potremmo riprovarci insieme. Ora però, per librarsi in aria non basterà più la mia spinta potente da uomo né grandi ali di sostegno per Voi, ma occorreranno soprattutto forti denti per spezzare le funi dell’altalena che ci trattiene a terra. Prima non è stato possibile ma, da quando Vi ho rivisto, ho ripreso a crederci. E poi allora ero un bambino brutto e disgraziato, silenzioso e infelice e forse non meritavo davvero le attenzioni di una bella principessa! Vi guardavo volteggiare incantato e quello mi bastava. Adesso faccio parte della Vostra famiglia e molte cose sono cambiate. Sappiate però che il mio cuore è rimasto come allora e mi parla solo di Voi, del fiore delicato che siete e che incarnate, “Rosa fresca aulentissima | ch’apari inver’ la state..”1) e nei miei sogni sbocciate ogni notte più bella, oggi più di ieri e meno di domani! “Un unico giorno abbraccia la vita di una rosa, | in un istante essa unisce gioventù e vecchiaia.”2)Quel momento lusinghiero è arrivato per me e non avrà più fine. Rosa, anche se sono senza voce, il mio amore saprà trovare la strada per parlarVi. Vi scriverò ogni giorno una lettera e userò particolari linguaggi che soltanto Voi capirete. Per ora non posso fare di più. Le vibrazioni della materia sono tutte le voci del mondo che rompono silenzio e solitudine. La mia è mancata da questo coro e Voi ora siete più sola e infelice. Perdonatemi. GuardarVi e desiderarVi non mi basta più. Le forme e i colori esaltano la bellezza di un corpo ma è il profumo, come in un fiore, che esprime le virtù interiori. Io voglio cogliere tutte le espressioni del Vostro animo gentile. Annuserò la soavità della Rosa che siete e allora Vi riconoscerò. Rosa, sarete fra le rose, il più bel fiore. “Per una rosa, per una soave rosa | per una rosa, per una soave rosa | per una Rosa, è la mia canzone.“3) E allora riempirò di rose bianche come l’innocenza, rosse come la passione e muschiate come la bellezza fugace, la strada che percorrerete ogni giorno, illudendomi così di fare un po’ di compagnia alla Vostra solitudine. E poi parleranno al mio posto rose e ancora rose, inneggiando a tutte le doti che riassumete: la Borracina alla bellezza capricciosa, la Cappuccina allo splendore, la Cannella alla maturità precoce, la Bengala alla compostezza, la Multiflora alla fecondità e la Tea alla gentilezza d’animo. Ma lo stradone di Fattoria non vedrà mai rose Variegate né Gialle, evocatrici dell’amore tradito e della vergogna. Siete il fiore prediletto da Venere, la rosa, bella fra le belle, che si è tinta col sangue della Dea per incarnarne l’eterna bellezza. “ …e tu, disse, sarai | il mio fior più gradito | del mio sangue rivestito | de’ fior lo scettro avrai.”4) La nascita di Venere dalle onde del mare fu accompagnata da una pioggia di petali di rose, la stessa pioggia che un giorno, vi prometto, profumerà lo stradone di Fattoria. Quei petali che esaltarono l’amore fra il Cielo e la Terra, celebreranno un amore rinato che darà senso alla nostra vita. Non nascondeteVi più, Rosa, scappate dalla solitudine e venite a vivere in questo mondo. E’ tempo di lasciarsi cogliere dall’amore. “Quando la rosa ogni suo’ foglia spande | quando è più bella, quando è più gradita | allora è buona a mettere in grillande | prima che sua bellezza sia fuggita: | sicché, fanciulle, mentre è più fiorita | cogliàn la bella rosa del giardino.”5)E infine lasciate che la Bella e il Mostro si incontrino, si riconoscano e si amino, per “una rosa, soltanto una rosa.”6) E se non sarò trasformato nel bellissimo principe delle fiabe, io saprò mutarmi in una splendente Farfalla perché possa volare fino a Voi! Mi poserò sui Vostri petali, li accarezzerò, li proteggerò, ne succhierò il nettare e mi ubriacherò della loro fresca rugiada. Rosa, Vi bramo con anima e corpo e Vi imploro di indicare a quest’amore perso, la strada che lo porti fino a Voi. Stavolta la percorrerà senza tentennamenti né nuovi smarrimenti.

Vostro per sempre, Sorbello.

Frontiera Due considerava naturale che, dopo la morte del fratellino, il definitivo allontanamento del padre e il suicidio del nonno, Rosa si fosse isolata ogni giorno di più, cercando nella musica e nel canto un conforto alla sua tristezza. La madre si era sempre dedicata poco alla figlia e, anche in quei dolorosi frangenti, non si smentì. Quando Rosa tornava dal collegio in Fattoria, passava molto più tempo con la servitù e con la nonna, piuttosto che con sua madre. Donna Lisa infatti stava spesso fuori casa, e quasi sempre in giro per la sua tenuta, ma non s’interessò mai dell’attività agricola, non le piaceva e, comunque, non ne avrebbe avuto nemmeno le giuste competenze. I contadini la ritenevano una scansafatiche, una che pensava solo al proprio piacere e che non sapeva fare niente, né la donna di casa né la moglie e neppure la padrona.

A dire il vero però, donna Lisa una cosa la faceva benissimo: sapeva sparare, e sparava bene, come nessun altro. La caccia rappresentava veramente il suo grande amore e fin da piccola, al seguito del padre Artemio, aveva imbracciato armi con passione e naturalezza, manco fossero bambole di stoffa. Ben presto era diventata esperta di polveri da sparo, di piombi, di cartucce, di canne, di grilletti, di doppiette, di cani segugi e di animali selvatici. Inoltre cavalcava a maschio, meglio di un maschio e, cavalcando, le piaceva sparare. La tenuta della Fila era diventata col tempo la sua riserva personale di selvaggina, ricca soprattutto di lepri, di fagiani e di quaglie. La zona veniva controllata giorno e notte da due guardiacaccia che avevano il compito d’impedire l’ingresso a chi non ne fosse autorizzato. I cacciatori dei paesi vicini erano comunque soddisfatti. Battevano il territorio lungo la riserva per braccare la selvaggina che, ignara delle umane suddivisioni, ne superava i confini. Non erano pochi gli animali che, a forza di sentirsi intrappolati da scoppi, urla e latrati, fuggivano impauriti dalla riserva per mettersi in salvo al di fuori. Magari rischiavano di ritrovarsi sotto il tiro di altri cacciatori, forse meno bravi e attrezzati ma spesso molto più affamati. Comunque, era sempre un azzardo da tentare. A volte, lepri, fagiani e compagnia volante avevano più probabilità di farla franca scappando dalla riserva, piuttosto che restare nascosti al suo interno. Donna Lisa, in confronto ad altri colleghi, era un’esperta cacciatrice, spietata, instancabile, attrezzata e infallibile nel tiro e prima o poi li avrebbe sicuramente scovati. Invece i cacciatori di Abbadia, di Torrita o di Valiano restavano spesso col sacco vuoto, anche dopo tanto girellare intorno alla riserva della Fila. A volte alcuni coraggiosi, o forse soltanto più disperati, correndo qualche notevole rischio, s’infiltravano di nascosto dentro la riserva. E allora potevano tornare a casa pedalando in fretta ritti sulle biciclette, raramente affaticati dal peso dei carnieri ma più spesso doloranti per il bruciore del sale o del piombo conficcato nei loro glutei.

- Te lo confermo anch’io! - disse Mario - I cacciatori di allora erano meno attrezzati, più bravie cacciavano per mangià! Questi di oggi, armati fino ai denti, lo fanno solo per divertimento o per sport! E allora, dico io, per fa’ ginnastica e divertirsi un po’ c’è davvero bisogno di sparà agli animali? Questi so’ dei delinquenti e basta, ecco cosa so’! -

Frontiera Due non capiva perché Mario ce l’avesse tanto con i cacciatori, visto che lui era un pescatore accanito e i pesci non erano meno esseri viventi della selvaggina e poi ricordava ancora la vecchia storia dei rospi.

- Questi non sparano, mitragliano! Non dànno nessuna possibilità di scampo ai volatili manco fossero cento volte più furbi e più veloci dei cacciatori. Tirano a tutto quello che si mòve! Sparerebbero anco a le su’ mogli quando so’ in giro peri mercati! Per fortuna ci chiappano poco e così dànno sempre la colpa ai cani da caccia che ‘un sanno fa’ la punta o la ficcata al momento giusto. Al Bar poi so’ sempre a parlà delle loro imprese e ‘un se ne pole più. Ti puntano al bancone e… sparano! Sparano cazzate a più non posso! -

A Frontiera Due venne da ridere, anche fra le bugiarderie dei cacciatori e dei pescatori, non ci trovava nessuna differenza.

- Oggi si pensa solo al proprio tornaconto e non c’è più riguardo per nessuno, òmo o animale che sia. Tira là per un selvatico ma… ovvìa, almeno per un domestico! Ma lo sai che s’è inventato “Manfrina” per ‘un fa’ mangià le su’ ciliegie agli uccelli? – Frontiera Due sapeva tutto, come sempre, ma lo lasciò dire. - Manfrina si mette a cercà i gatti morti nei cigli o ne le forme de le strade. Poi li sbudella e li imbalsama a la meglio con un po’ di paglia. Dopo li fissa ai rami de’ su’ ciliegi, in bell’evidenza e in pose d’attacco, con le code impalate e ritte e le bocche e le pupille, quando ‘un ci stanno da sole, tenute spalancate con chiodi e stecchini infilati nei labbri o ne le palpebre. Tutta ‘sta messinscena spaventa le cecche e i corvi e così girano alla larga da lì. Qualcuno dice che, in questo modo, scaccia anche le persone e nessuno s’avvicina più a’ su’ saragi. Capirai, c’è un puzzo di fradicio che ‘un ci si sta! Perfino le ciliegie sanno di putrefatto e così… se le mangia solo lui! –

Probabilmente, Mario aveva provato più volte a fregare le ciliege di Manfrina, ma non ce l’aveva fatta.Il suo naso era troppo sensibile.

- Al bar, Manfrina racconta sempre che a cercà bene di gatti morti lungo le strade ce ne so’ tanti in quel periodo. Vanno in amore fra aprile e maggio, proprio mentre cominciano a maturà le ciliegie, e la natura, dice lui, ‘un fa mai le cose a caso! In quei giorni i gatti so’ distratti, spericolati e tanto presi dall’amore che le macchine o i motorini li acciaccano più facilmente. Così, da morti, diventano utili a fa’ i guardiani dei su’ ciliegi. Ma che credi, Manfrina… - gli dissi una bòna volta che ‘unne potevo più - che io abbia portato il mi’ cervello all’ammasso e che creda a le tu’ cazzate…come quest’altri tonti che ti stanno a sentì? I tu’ guardiani ‘unnhanno manco un osso rotto ma in compenso so’ pieni di pallini più d’una lepre de la Fila, sparata nel covo! -

Fu la famosa volta del potente cazzottone. Inoltre Mario si era ripromesso che se avesse incontrato Manfrina lungo la strada, l’avrebbe arròtato co’ la bicicletta e poi, lasciato in una forma per la felicità di tutti i gatti, randagi e non.

Quella notte Mario non sembrava troppo stanco e, così, mentre scriveva ripeteva tutto ad alta voce.

- Ma vòi mette’ la correttezza del poro “Burgnacca”? Lui era un famoso pescatore di rane, bravo, rispettoso e disponibile con tutti. Burgnacca non pescava rane ma “chiappava granocchie”, che era tutta un‘altra storia, e senza usà esche di insetti o vermi né “schiacce” coi chiodi. Mezzi troppo sofisticati e tenniche troppo dolorose,- ripeteva sempre - e non solo pe’ le granocchie ma anche per le esche! ‘Sti pescatori de la domenica torturano prede e predatori e tutt’e due pàtono inutilmente le pene dell’inferno! E allora Burgnacca chiappava le granocchie vive, e vive le regalava a le massaie, che potevano mantenerle fresche quanto volevano, o ai compagni de la festa de l’Unità a la Fontalgiunco che ci facevano le corse coi carretti. Era diventato anche il più grosso e il più affidabile fornitore di granocchie per l’annuale sagra a Fontago. Lui era sempre invitato a cena, quale ospite d’onore, però ‘un le assaggiava per niente, né fritte né in umido. Era solo per un fatto di cuore ecosì, si accontentava sempre di una bella cartata di porchetta. Insomma Burgnacca chiappava le granocchie per passione, lo faceva soltanto su ordinazione e il momento bòno lo decideva soltanto lui. Chi non aveva la pazienza di aspettà, si doveva arrangià da solo! L’unico attrezzo che gli serviva, se lo preparava al momento, con un bastone di canna o di pioppo, che si procurava sul posto, e con un pezzo di corda che si portava da casa. Pescava di notte e soltanto con la luna piena. -

Nelle chiare sere d’estate, Burgnaccapartiva in bicicletta, con una balla a tracolla, in direzione delle Ferriere. Vi andava subito dopo cena, sul far del tramonto, e arrivava in quei posti col combrugliume, quando il sole arrossava appena il cielo di Montefollonico. Di solito passava per la Fontalgiunco e raggiungeva la troscia delle Macerine. La troscia era circondata da canne e da alti pioppi e le sue acque, alimentate da una buona vena, si mantenevano sempre chiare e fresche. La strada a tratti s’inoltrava tra i campi di grano mietuti da poco, cosparsi qua e là da alcune mucchie di manne. Le stoppie si alternavano a terreni rigogliosi di erba da fieno agostano. Mentre avanzava, larghe spianate giallo-bruno si sostituivano pian piano a praterie verde-oro. Burgnacca andava a pedalata lenta, fischiettando Bandiera Rossa. Le contadine, in quel periodo e a quell’ora, si trovavano ancora nelle stoppie a raccogliere le spighe cadute durante la mietitura. Allora non si buttava via proprio niente e anche quei pochi acini di grano, diventavano oggetto di competizione con gli uccelli. Burgnacca, se avesse avuto con sé il fucile, gli avrebbe sparato! Agli uccelli, naturalmente! Le donne alzavano la testa quando lo sentivano arrivà. - O Burgnacca - gli berciavano dal campo - quante granocchie v’hanno ordinato stavolta? Guardate di lascialle un pochine anco a noi, mi raccomando! Dove passate voi, nessuno ce le pesca più! Manco i nostri òmini e manco col carburo! Capirete… le granocchie diventano di bocca troppo fina… dopo che hanno assaggiato il vostro baccalà! –

- Voi altre ‘un capite ‘na sega! - rispondeva Burgnacca rallentando ancora di più la pedalata - ‘unnè questione di gusti e nemmeno del sapore de la mi’ esca! E’ la luce che le conquista, la luce de la luna! -

Alla luce della luna le minuscole scaglie del pezzetto di pelle secca di baccalà che Burgnacca legava, a mo’ di esca, a una corda fissata al suo bastone, brillavano nella notte come tante pietruzze argentate. Al momento della pesca, lanciava verso la troscia la guscia di baccalà e poi la lasciava dondolare sopra lo specchio d’acqua, avanti e indietro come fosse la pendola di un orologio. Le rane, affascinate e incantate da quel luccichio, interrompevano il loro gracidare e, forse convinte di poter finalmente toccare con un facile balzo quel cielo sfavillante, si lanciavano felici verso le stelle, cavando le lingue vischiose. Bastava un leggero contatto - colla di pesce contro colla d’anfibio – e le rane rimanevano saldamente aggrappate alla pelle appiccicosa di baccalà e dopo, spensierate e soddisfatte, si lasciavano cullare da quell’altalena. “Questo sì che è un bel dondolare, avranno pensato, e non quello con una punta d’acciaio infilata nel palato!” Dopo una breve oscillazione e prima ancora di capire che il sapore di sale del baccalà mal s’addiceva ai gusti di un anfibio, le rane sognatrici si risvegliavano bruscamente dentro una balla buia.

L’efficacia e la bontà di quella tecnica - in seguito imitata da tanti ma riuscita solo a pochi - messa in atto con la prontezza dell’esperto pescatore, si faceva apprezzare proprio in quel preciso frangente.

Quando la rana restava incollata alla guscia, Burgnacca non la tirava subito a sé – l’anfibio avrebbe potuto avvertire il brusco cambio di direzione e decidere di staccarsi – ma la lasciava dondolare, assecondandone il movimento d’inerzia. Poi, a piccoli colpetti e sempre lentamente, mandava il bastone sempre più in alto. In quel modo il penzolante carico, senza interrompere il suo ritmato oscillare, si ritrovava ogni volta più vicino a lui. Burgnacca in quegli attimi sembrava il bambino che ha appena dato una spinta al seggiolino di un’altalena e poi resta lì a fissarlo, incantato e impaziente, in attesa del suo ritorno. La lunghezza della corda, calcolata ogni volta in base a quella del bastone, era così precisa che baccalà e rana gli arrivavano addosso proprio all’altezza della bocca aperta della sua balla. A quel punto afferrava con l’altra mano la testa dell’inconsapevole anfibio e, con un deciso strattone, lo faceva cadere dentro il sacco. Dopo quella sosta impercettibile, la guscia si ritrovava ancora a dondolare in mezzo alle canne, sospesa tra la luna e lo specchio d’acqua, pronta per un nuovo giro. Il tutto era fatto con un ritmo così preciso e cadenzato che quell’andirivieni non conosceva soluzione di continuità. Dopo una decina di chiappate, la guscia di baccalà veniva sostituita da un nuovo pezzo. La vecchia finiva nella balla insieme alle rane vive. A forza di essere stata stirata, sbaciucchiata e leccata, aveva perso per sempre la fatale lucentezza e la magnetica attrazione.

In quella terra che ancora portava i segni delle antiche alluvioni, molti uccelli i passo si fermavano per riposare e dissetarsi. Donna Lisa li aspettava nascosta in capanni di paglia e foglie di granturco, armata della sua doppietta. Non sparava mai fin quando non erano ripartiti in volo. Il bersaglio immobile era troppo facile per lei e perciò prima di tirare un colpo faceva rialzare gli uccelli, lanciando i suoi cani verso di loro. Più spesso, però, le piaceva cacciare le lepri e lo faceva sempre in compagnia del suo fedele guardiacaccia. Inutile tacere quello che pensava la gente. Tutti erano convinti che fra la padrona e il giovane guardiacaccia di Gracciano, tale Mario Morelli detto “Mamo”, esistesse una storia d’amore. Però nessuno poteva sapere con certezza se tale relazione fosse nata prima o dopo il definitivo allontanamento del marito, il nobiluomo Guido, e quindi c’erano persone che la consideravano una storia di corna e altre invece che non vi vedevano niente di male. Comunque tutti erano convinti che si trattasse di una grande infatuazione, alimentata - in parte per alcuni, o esclusivamente per la maggioranza - dalla forte passione di entrambi per la caccia. A favore di quest’ultima tesi, si evidenziava il fatto che donna Lisa non si era mai vista insieme a Mamo al di fuori dei momenti dedicati alla caccia. Per Mamo, seguire e servire la padrona durante le battute di caccia, rimase sempre il suo unico impegno, e lo fece sempre con passione e grande dedizione. Continuò a farlo anche dopo quel fatidico giorno, il giorno dell’incidente delle Ferriere che avvenne vicino alla grande quercia del “Moranda”.

Alcuni lamenti, uno scoppio e un forte urlo, attirarono l’attenzione della ragazza che stava ritornando a casa a piedi lungo il grottone del Salarco, dopo aver preso la Messa vespertina nella chiesa di Sciarti. Era una domenica di agosto e il granturco ondeggiava alto intorno alla quercia del Moranda. Il sole si trovava verso occidente, già arancione ma ancora in cielo. Alla ragazza piaceva molto camminare per il viottolo sopra l’argine del torrente. In quella campagna, dove trovare un posto situato più in alto di campi e strade era davvero un’impresa, i grottoni rialzati del Salarco rappresentavano il luogo ideale per vedere le cose in un’altra maniera. A volte, insieme alle figliole del Buracchi, la ragazza saliva sugli alberi per osservare la pianura dall’alto ma per lei non era mai come guardarla da lì. La ragazza vi camminava ogni volta che poteva, da sola e a volte senza uno scopo preciso. Avrebbe potuto farlo nella strada più in basso, affiancata al Salarco, ma lei amava correre, saltare o semplicemente passeggiare in su e giù per il grottone di sinistra, - quello dalla parte del suo podere - una volta per il verso della corrente e una volta al contrario. Sull’argine opposto non ci andava quasi mai. Nei dintorni non c’era nessuna passerella di collegamento e lei, anche se in certe stagioni lo avrebbe potuto tranquillamente fare, non se la sentiva di superare con un balzo il fosso centrale dove l’acqua, poca o parecchia, non mancava mai, estate e inverno. Aveva deciso di non azzardare più, e non per paura di bagnarsi ma per evitare le successive spiacevoli conseguenze. Si ricordava ancora che una volta, rincorrendo il suo cane, vi era caduta dentro e che l’acqua non le aveva causato alcun dispiacere. A casa, invece, la mamma le aveva fatto molto più male.

Camminare là sopra le permetteva di variare continuamente panorama. A sinistra, in direzione di casa, quando alberi o arbusti non le imbrogliavano la vista, poteva vedere campi, colline e tratti della strada che costeggiava il torrente dal puntone di Sciarti fino alla grande quercia del Moranda. In quel punto, le vie di terra e di acqua si dividevano per proseguire ognuna nel proprio percorso solitario, una verso i poderi Aiola e Giovannangelo e l’altra verso il Canale Maestro. L’ultimo breve tratto di strada, prima della separazione, era proprio appiccicato all’argine del Salarco e, alla ragazza, metteva sempre una forte apprensione, solo a vederlo, in qualsiasi momento del giorno come in ogni stagione. Il posto evocava in lei sensazioni spiacevoli. Lo ricordava come un luogo lugubre e pericoloso. Di fatto, non lo aveva mai percorso da sola. Da piccola vi era passata solo poche volte, trascinata dalla mano decisa della mamma, tremante di paura. Quando arrivava in quel punto si sentiva soffocare. Le sembrava di entrare in un cunicolo angusto, privo di luce e di aria, stretto e racchiuso, com’era, tra la sponda del torrente piena di cespugli e di spinaie, e una fitta fila di mori piantati nella proda opposta della strada. Anche visto dall’alto, il posto non migliorava affatto il suo tetro aspetto ma poi, superato quel tratto, l’incubo terminava e la strada riprendeva solarità e certezza, proprio all’altezza della quercia del Moranda.

La ragazza, ritornandoin direzione di casa, giunta in quei paraggi, volgeva quasi sempre la testa verso destra, dove lo sguardo aveva meno impedimenti o, forse, perché era solo un modo per evitare la vista del tunnel buio e, nei suoi ricordi, spaventoso. Anche al di là dell’altro argine si distendevano vasti campi lavorati. Parevano sollevarsi e scappare da qualche misterioso incubo. Forse cercavano di sfuggire agli avanzi di palude per non soffocarvi di nuovo. La fuga sembrava cessare bruscamente sulla sponda del Canale Maestro ma poi i campi riprendevano a correre al di là, come se l’interruzione non ci fosse stata, come se quel profondo taglio di escavazione non esistesse o fosse già cicatrizzato. Alla fine terminavano la loro corsa affannata aggrappandosi alle colline di Cortona. Altre volte, con il bel tempo, la ragazza si sdraiava per terra a guardare l’alveo erboso del torrente, da cui, durante le stagioni asciutte, spuntavano qua e là esili fiori solitari, gialli o azzurri, e qualche cespuglio scuro. Il largo manto verde smeraldo degradava dolcemente verso il centro del letto, dove si addensavano ortiche, canne e alte fruste di scérpolo. Delimitavano, piegandosi verso l’esterno, come i capelli intorno a una scriminatura, un canale stretto e più profondo. Lì scorreva sempre l’acqua. Non riusciva a vederla neppure dall’alto ma la sentiva mormorare. Sapeva che c’era e che si muoveva con lei al ritmo dei suoi passi, e allora, e ogni volta ad occhi aperti, la ragazza sognava il mare. I nonni le avevano raccontato che nei tempi antichi l’acqua caduta dal cielo o scesa dalle colline vicine si era fermata nella loro valle a marcire, aspettando la morte. Dicevano che in fondo quell’acqua assomigliava un poco a loro. Erano arrivati lì e lì erano rimasti da sempre, piovuti da una cicogna in volo o spuntati dalla terra sotto un cavolo. Le avevano pure detto che, grazie al continuo lavoro degli uomini, adesso le acque stagnanti della valle avevano ripreso pian piano a muoversi verso il mare. La sua gente, invece, era ancora lì. La ragazza sperava ardentemente di non restarci per sempre. Sognava di lasciare quel posto e andarsene lontano. Lei, come l’acqua che le scorreva accanto, mai aveva visto il mare. “E così sarà anche più facile andarsene da qui, pensava, non si dovranno attraversare strade pericolose e montagne impervie né tenebrose gallerie. Basterà semplicemente seguire lo scorrere continuo dell’acqua e poi, finalmente, il mare!” La ragazza era figlia del Moranda e tutti la chiamavano “Morandina”.

Fu in mezzo ai suoi soliti pensieri che quel pomeriggio, d’improvviso, la Morandina, sentì dei lamenti, poi un forte scoppio e ancora urla concitate. Si fermò spaventata e cercò di guardare in basso verso i suoi campi ma non vide altro che le foglie verdi di un fitto arbusto. Riprese a camminare e, quando fu prossima alla grande quercia, udì uno scalpitare di zoccoli proveniente dalla strada sottostante. Da uno spazio tra i biancospini, riuscì a intravedere due cavalli lanciati al galoppo. Fu un attimo e già erano spariti, ingoiati dalla galleria vegetale. Non poté riconoscere i cavalieri ma le sembrarono due uomini che montavano sullo stesso cavallo. L’altro cavallo correva scosso dietro di loro. Allora, per vedere meglio, si fece coraggio e scese dal grottone, sostenendosi ai cespugli. Pian piano raggiunse la strada e guardò timorosa verso la galleria. Dei cavalieri nessuna traccia. Dopo che la polvere sollevata dagli zoccoli si fu posata, la Morandina si accorse che la terra era segnata da alcune macchie scure, non grandi però ben evidenti. In un primo momento pensò che fossero pozzanghere d’acqua ma poi scartò subito quell’idea. Da tanto tempo non pioveva e le macchie erano ancora troppo umide. Incuriosita le seguì a testa bassa, per un breve tratto di strada e poi, oltre il fossetto, fin sotto la quercia. La scarpa, sicuramente maschile, si trovava sul ciglio del campo, proprio ai piedi della pianta. Non le sembrò una delle solite vecchie scarpacce, mosce e bucate che, insieme a persici e lucci, tiravano su i pescatori dai burroni del Salarco e che poi buttavano via con qualche bestemmia di troppo. Le parve, al contrario, seminuova e turgida, scura e quasi viva. La Morandina si avvicinò ancora di più. Era uno scarpone fradicio, con la stringa sempre allacciata. Guardò meglio piegandosi in avanti e rimase inorridita. La scarpa era zuppa di sangue e un pezzo d’osso, mezzo bruciacchiato, spuntava fuori dal collo. Dentro ci stava ancora il piede del suo proprietario. La Morandina cacciò un urlo e, quando le sembrò che la scarpa si muovesse verso di lei, fece un gran balzo all’indietro. Il pensiero che fosse successo come alla coda di una povera lucertola alle prese con un gatto, non la calmò affatto, anzi, pensando che poco più in là poteva esserci anche il resto del corpo, si mise a correre verso casa senza più voltarsi indietro.

Mamo quella volta se la vide davvero brutta. Gli amputarono la gamba sinistra fino al ginocchio ma la scampò. In seguito raccontò di essersi ferito per un colpo partito accidentalmente dal suo fucile mentre saltava un fosso. Ciò che invece pensavano i contadini era molto diverso. Forse non possedevano prove concrete ma non erano nemmeno così tontoloni da credere alle parole di Mamo. Del fatto se ne parlò per molto tempo ancora, in tante veglie.

- Per prima cosa – diceva “Menelicco”, un fortunato ragazzo del ‘76, esperto di vita e di armi - un solo colpo di fucile ‘un pole avé fatto tutto quel popò di macello, dico io. E’ sempre una cartuccia a pallini, ovvìa, mica ‘na mitragliera! Per seconda, la nostra Morandina ci dice, un po’ confusa ma senza bugiarderie, di avé sentito prima… i lamenti, che sicuramente, dico io, ‘un potevano esse’ di dolore, poi… lo sparo e, alla fine… altri berci ancora. E… dico io, che di berci e di botti me ne intendo! Troppi ne ho sentiti quando s’era in Abissinia da quei mambrucchi! Comunque, racconta la Morandina, il tonfo è stato così forte che ’un sembrava manco un colpo di fucile! Poi ha visto scappà du’ òmini a cavallo ma, dico io, chi ci pol’esse’ stato assieme a quel drugolone di Mamo? Lo Spiritossanto? Che l’ha messo sul cavallo e l’ha porto a l’Ospitale di Torrita prima che finisse scolato? Da ‘ste parti c’è anco una donna che si veste da òmo e, dico io, ‘unnè di certo la Caporala! Quella cavalca altri tipi di bestie, dico io, mica i cavalli! Ma, ovvìa, ‘un mi fate parlà troppo, sinnò… dico io per davvero! - Insomma tutti erano convinti che la versione di Mamo zoppicasse almeno quanto lui. Nessuno però se la sentiva di azzardare ipotesi alternative e in realtà neppure la persona più fantasiosa o più maligna di tutta la Fila avrebbe potuto immaginare cosa fosse accaduto veramente. Anche la Morandina - all’epoca ancora ragazza innocente e sognatrice - forse per ingenuità o forse per lo spavento, non si era resa ben conto di tutti i particolari del caso. Dopo qualche anno e dopo aver preso marito, cominciò invece a capirci un po’ di più. Ciò nonostante restò sempre un po’ confusa e, nel ricordare quei fatti, non ostentò mai eccessiva sicurezza. Di una cosa, però, rimase fermamente convinta. I primi lamenti uditi quel giorno erano certamente di una donna e non esprimevano né un avvertimento né uno sfogo doloroso. Assomigliavano piuttosto a gemiti di piacere. Ora lo poteva ben dire, ora non era più la ragazza che andava per grottoni a sognare il mare.

Solo Frontiera Due, come sempre, sapeva tutta la verità e Mario, stavolta più di sempre, sembrava ansioso di conoscerla. Intuiva che la storia avesse anche dei risvolti piccanti.

- Ovvìa ‘un mi tené più su le spine. Io l’ho capito che te sei una casa educata e che le storie sconce ‘un le vòi raccontà. Ma tanto oramai che te ne frega, tutto è già passato e tra non molto tutto passerà anche per noi due! E poi meglio di una bella trombata che cancella ogni tristezza, di che vòi parlà? De le solite miserie de la gente? M’è mancato sempre di tutto ne la vita ma le tristezze m’hanno sempre pienato le… tasche! Ora basta, fammi sfogà un pochino! Io sarò ‘gnorante e sboccato, però voglio scrive le cose come stanno, senza allusioni né mezze parole! Ma insomma, che vòi che facessero Mamo e la Lisa sotto la quercia del Moranda? Cercavano i limoni? Raccattavano le ghiande? No di certo, cara bella! A meno che… lui ‘un fosse stato come il verre di Pacchiacucco che quando gli portavano le troie metteva ‘l capo sotto la paglia! –

Mario rideva, contento di poter parlare finalmente senza freni.

- Lo sai che si fa? Stanotte io e te si fa un bel gioco. Te stai zitta e… ‘sto finale cerco di raccontarlo io da solo! Tanto Mario per certe cose è bravo! ‘Un gli manca la fantasia né la faccia tosta! E te, che sai tutto, devi solo controllà che non sbagli. Quando va fòri dal seminato, lo correggerai sbatacchiando la finestra di sinistra, se invece sta nel solco ma ‘un semina niente, farai sbatte’ la destra e, se ci azzecca, toccherà a quella del centro. Va bene, Frontiera Due? –

La finestra di mezzo sbatacchiò tre volte. Mario sedette sul divano e incavallò le gambe.

“Scriverò dopo, pensò, prima vediamo di ricostruì l’accaduto.”

- Allora cominciamo! – disse sfregandosi le mani. - Dopo avé fatto una girata lungo le prode del campo di granturco per vedé di qualche lepre, Lisa e Mamo si fermarono all’ombra de la quercia del Moranda a riposassi un pochino. Faceva un gran caldo. Scesero dai cavalli e si sdraiarono per terra, appoggiando le teste al tronco. Mamo, con tanta frenesia addosso, cominciò a baciarla e a rimuginarla dappertutto co’ le mani. E allora, incaloriti tutt’e due dall’afa e da le palpate, si gnudarono completamente. Lisa, che aveva sempre voglia di galoppà, gli saltò sopra e iniziò a montallo come fosse il su’ puledro! –

La finestra di sinistra sbatacchiò forte. Mario era partito a tutta randa. Frontiera Due pensò che forse, continuando di quel passo, la finestra di destra sarebbe rimasta piuttosto inoperosa.

- Ovvìa… se così ‘un ti va bene, diciamo che invece… la Lisa si alzò e si piegò in avanti, appoggiandosi con le mani alla quercia. Mamo, in piedi, la infilò da dietro. – La sinistra battè ancora un altro colpo.

- Mah! - pensò Mario - credevo fosse più facile… forse mi lascio prende’ un po’ troppo dall’entusiasmo e non valuto bene i particolari dell’incidente. Dunque… ricapitoliamo! Cosa potrebbe esse’ successo? Di sicuro loro trombavano alla grande, su questo ‘un ci piove, e difatti i lamenti di piacere sentiti da la Morandina lo confermano. Poi però… lo scoppio… il piede… come potrebbe… Ah, ecco, forse ci sono! I due dovevano tené sempre i fucili a tracolla, sennò come facevano a sparà? Quindi ‘unnerano gnudi del tutto ma avevano calato solo i calzoni… sì, perché anche la Lisa, quando andava a caccia, portava i calzoni! -

Per la prima volta si agitò la finestra di mezzo.

- Bene! Allora… mentre Mamo, coi pantaloni a cacarella, sbatteva la donna da dietro, nella foga gli partì un colpo e… un colpo? Ma… quale colpo del cazzo! No, no! ‘Unnè possibile. E come avrebbe fatto a chiappassi in un piede? Tutt’al più, col fucile ne la schiena, avrebbe potuto scrollà un po’ di ghianda e basta! E comunque Menelicco aveva sempre detto che per quel danno ci sarebbe voluta una bella mitragliata! Altro che un colpo! – Mario si alzò dal divano e prese a camminare nervosamente su e giù per la stanza.

Frontiera Due cominciava a divertirsi. Era davvero un bel gioco. Mario non barava, di quella storia non sapeva niente. Voleva risolvere l’enigma con i pochi indizi appena ricevuti, senza l’aiuto di nessuno. Mario si avvicinò al tavolo di marmo dove mangiava, stirava e scriveva, per fare alcune prove pratiche. Piazzò le sue lunghe leve, leggermente divaricate, fra le gambe del tavolo e lo immaginò una donna. Poi, come fossero i suoi fianchi, afferrò con le mani i lati del piano di marmo e cominciò a muovere il bacino avanti e indietro, imitando una monta taurina. Sentiva che si stava eccitando ma non si arrestò, semmai cercò di non pensare alla Bionda. Poi, per rendersi conto della posizione dei fucili, si tolse la cinghia dai pantaloni, la riallacciò e se la infilò di traverso al torace, tra il collo e l’ascella, come portasse uno schioppo. Continuando a muoversi con la foga del toro che copre la vacca, i calzoni gli calarono fino ai ginocchi e lo lasciarono in mutande. La scena stava diventando veramente comica. Mario non smetteva di stantuffare contro il tavolo e, ormai immedesimato nel ruolo dell’amante, gli parve di vedere nelle venature del marmo i capelli della Bionda scendere sciolti lungo la schiena. In quel momento, perfino le zampe quadrate e scure del tavolo si trasformarono nelle sue belle cosce tornite e bianche. L’erezione di Mario non sfuggì a Frontiera Due che, solo per distrarlo, dette un colpo alla finestra di mezzo. Mario a quel punto si fermò. Si asciugò la fronte sudata, si tolse la cintura dal collo e la posò sul tavolo. Poi dette uno sguardo ai piedi. Continuò a guardare in alto e in basso, ora la cintura e i calzoni calati, ora la schiena della Bionda-Lisa e le gambe di Mario-Mamo.

- Porca puttana! - disse a un tratto – Vòi scommette che a sparà è stata la doppietta de la Lisa! -

La finestra di centro riprese a sbattere più forte.

- Ovvìa! Allora il colpo dev’esse’ partito dal fucile della donna belante che, per non sta’ a perde’ tempo a levarsela di dosso, aveva solo rigirato la su’ doppietta, portandola da la schiena al petto. Così facendo le canne si trovarono puntate verso il basso e, viste le posizioni dei due, proprio verso i piedi di Mamo. –

La finestra continuò a vibrare e Mario riprese la cronaca.

- La Lisa godeva e gemeva ch’era un piacere sentirla. Mamo si scòteva e sbuffava, arrapato come il toro di Cesarone… - Ormai convinto di aver imbroccato il verso giusto della storia, Mario riprese a sbizzarrirsi tranquillamente sui particolari sessuali. In fondo era quello che più gli piaceva fare. Si rimise a posto i pantaloni e si sedette.

- Mentre la nostra Morandina si avvicinava, i lamenti de la Lisa e le soffiate di Mamo aumentavano d’intensità e frequenza. E… proprio allora… da la doppietta de la donna partì… Eh… no, no e poi no! Porca… maiala! ‘Un pole tornà, manco così! E mi so’ distratto un’altra volta e ho subito scordato lo scoppio! Si, lo scoppio ci dev’esse’ stato proprio allora, e non un semplice sparo… ovvìa! A meno che… ne la foga… la Lisa, presa dal gusto, stringendo tra le pocce la su’ doppietta come fosse la canna dura che sentiva di dietro, non abbia tirato più volte il grilletto e… -

Dalla finestra di centro partì uno scricchiolio d’incitamento.

- Macché, ‘un ci siamo… – disse Mario scoraggiato - ‘unnè proprio possibile! Ma te casa che smòvi a fa ‘sta finestra? Ovvìa… lasciala perde’. Mi vòi per caso confonde ancora di più? Ma dai… ma che vorreste fammi crede’? Che magari la Lisa, mentre godeva e gemeva, abbia sparato anche tutta la cartucciera nel piede di Mamo? Sempre poi che le portassero le cartucciere! Via, via, ‘unnè proprio aria! Mi pare piuttosto che anche te, cara casa, cominci a perde’ qualche colpo! - Mario guardava incredulo i movimenti della finestra di mezzo. Si sentiva in totale confusione, sudava ma non s’arrendeva.

- Ovvìa, stammi bene a sentì. Lo scoppio e il danno so’ dovuti di sicuro a più cartucce esplose, e fin qui ‘un ci piove! Però… com’è possibile sparalle tante in quella posizione? E magari tutte assieme? Ma poi, dopo il primo colpo, come avrebbe fatto Mamo a continuà a sta’ in piedi? Con che si sarebbe appoggiato? Co’ la gamba di mezzo?…Eh no, cara bella! Con quella proprio no! Quella era già occupata in un altro posto! Ovvìa… ‘un mi ci raccapezzo più! - La stessa finestra però, fregandosene delle incertezze di Mario, continuava a battere lentamente.

- Ma te, insomma, che mi vòi significà co’ ‘sto sbateccolìo? Forse che io so’ sulla strada giusta? Va bene… ma… ovvìa, le cartucce per procurà quel grande scoppio… dov’erano? Forse essendo òmo e guardiacaccia, toccava a Mamo portalle! Sì, ma poi? Mentre lui stava a fa’ il su’ lavoretto, ‘ndo’ cazzo le aveva messe le maledette cartucce? - gridò Mario infuriato. Quest’ultima domanda, urlata a squarciagola, rimase per un attimo sospesa nell’aria immobile, impaurita e indecisa sul da farsi, poi, d’improvviso, riprese a volare. Rimbalzò più volte contro le sorde pareti della stanza e ritornò rapida verso chi l’aveva fatta, verso l’unico che le avrebbe potuto dare una risposta. Quando rimbombarono di nuovo nella testa di Mario, quelle parole gli parvero più accomodanti e più chiare di quando avevano preso il volo. Improvvisamente si sentì sicuro di aver capito tutto e Mario cominciò a ridere. Si sentiva soddisfatto come se avesse scoperto un tesoro! Andò di corsa a ripetere la scena madre. Tolse ancora la cintura dai pantaloni e ricominciò a muoversi contro il tavolo. Anche questa volta tenne le gambe appena divaricate, come, secondo lui, aveva fatto Mamo per stare un po’ più comodo e, anche questa volta, i calzoni gli scivolarono fino ai ginocchi. “Così ‘un pesano niente! – pensò – Le mi’ tasche, come sempre, so’ sempre troppo vòte!”

A quel punto gli bastò zavorrarle con un paio di pinze e due chiavi inglesi ripescate nella sua cassetta degli attrezzi, perché i pantaloni gli scendessero di colpo fino ai piedi.

- Ecco… proprio così! Poi – disse forte con gran soddisfazione - fu sufficiente uno sparo, uno solo! Lo sparo che, partito per caso da la doppietta de la Lisa, andò a centrà in pieno la tasca sinistra dei calzoni di Mamo! Così fece gran botto e così procurò gran danno! - La finestra di mezzo sbatacchiava piacevolmente.

Mario riprese a scrivere di buona lena. Il divertimento era finito ma rideva ancora. Pensava che all’indomani sarebbe andato a trovare la Bionda. Anche in quella cucina c’era un tavolo di marmo e Mario ce l’avrebbe potuta appoggiare in tutta tranquillità, tanto, anche se la Bionda si fosse munita di doppietta, le tasche di Mario non portavano cartucce!Lui era contro la caccia e ne andava fiero!

1) C. D’Alcamo, Rosa fresca aulentissima.
2) Ausonio, Idilli, XIV, 40.
3) Canzone Francese del XIII.
4) G. Marino, La rosa, 85-88.
5) Poliziano, Rime, CII.
6) JM.L. de Beaumont, Magasin des Infants, 1756
progetti/piero/frontiera2/11.txt · Ultima modifica: 09/04/2019 19:06 da cesiano