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progetti:piero:frontiera2:10

10/ Decimo Quaderno

Una di queste notti
viene a trovarti la tua felicità.
Da dove arriva?Quanto rimane?
Così va il mondo, mai si saprà.
Sì, ma intanto così va il mondo,
c’è un gran bel tempo
stanotte qua.

P. Conte “Una di queste notti”

I Libri di Sorbello. Gnifuli e la Corrada. Riunione nella Stalla. La Mente e il Braccio. Capoccia e Massaie. L’Aritmetica del Finta. Il Baco Prometeo. L’Insalata di Mendel. La Cooperativa con Due O. La FILA. Canino e la Tenia.

Frontiera Due non era rimasta completamente convinta dei ragionamenti di Sorbello. I pensieri che le ronzavano nella testa erano come mosche instancabili intorno alle schiene delle vacche. La coda dei bovini non permetteva di farcele posare ma neanche di scacciarle definitivamente.

Eppure più imparava a conoscerlo e più quel ragazzo le piaceva, e non poco. Lei aveva sempre amato gli appassionati cacciatori di sogni, quanto quelle mosche testarde. Per Frontiera Due, comunque, Sorbello azzardava troppo. Le sue idee risultavano veramente innovative e di non facile comprensione, anche se lui si prodigava con ogni mezzo e instancabilmente per renderle chiare. Ai suoi contadini non nascondeva niente, li considerava come fratelli. - La buona riuscita di questa attività, - fece sapere, tramite la voce del Finta - richiederà a tutti noi, come minimo, tre cose: cambiare la vecchia mentalità, iniziare una nuova collaborazione e affrontare i duri sacrifici di sempre! –

Frontiera Due credeva che non sarebbe stato facile aprire le teste chiuse e solitamente cocciute dei mezzadri. Loro non volevano rischiare niente. Stavano con i piedi per terra, incollati alle vecchie tradizioni e sempre più spesso, e a buona ragione, diffidavano delle novità imposte o scarsamente accessibili. Stavolta però, la cosa si presentava un po’ diversa. Sorbello, infatti, non aveva adottato le solite strategie, stavolta comunicava le sue idee ai contadini in modo onesto ed esplicito, illustrandone rischi e benefici e poi prestava molta attenzione alle loro opinioni. Sapeva ascoltare come pochi e sapeva far tesoro delle proposte di tutti.

Sorbello, in quei momenti, rappresentava la famiglia Balestri ma tutti sapevano che era figlio di gente contadina. E poi era un bel giovane e, soprattutto, non era un ignorante come loro. Anche se non parlava conosceva sempre una parola in più degli altri, padroni compresi, aveva studiato tanto, tanto e bene.

Il primo testo che Sorbello lessesull’allevamento del baco da seta, lo scovò, quasi per caso, frugando nella libreria di Villa Balestri ad Abbadia. Era un poemetto pubblicato in tre libri, intitolato “Il Filugello”, dell’abate Gianfrancesco Giorgetti. L’autore esponeva in versi le proprie erudite conoscenze sul Bombyx mori. Sorbello lo trovò interessante e ne rimase ben impressionato, non tanto per la forma scimmiottante la vera poesia, quanto per i contenuti scientifici e pratici. L’idea di organizzare e di rilanciare l’allevamento del baco da seta in val di Chiana, dunque, ripartì da lui e da lì. In seguito, volendo approfondire la materia, Sorbello cercò, in tutte le biblioteche e le librerie di Firenze, altre pubblicazioni adatte al suo scopo e fra le tante inutili e scontate che rintracciò riuscì a leggere anche qualcosa di buono come “Le dieci giornate della vera agricoltura e i piaceri della villa” dell’agronomo bresciano Agostino Gallo.

Quindi ampliò le conoscenze sulle piante di Morus alba e Morus nigra e non solo dal punto di vista scientifico. Secondo Ovidio, fu il sangue di Piramo a macchiare di rosso le bacche bianche del gelso. Il giovane Piramo si pugnalò sotto un Morus alba credendosi responsabile della morte della sua amata Tisbe. “I frutti di gelso, | spruzzati di sangue, diventano scuri | e l’inzuppata radice a tingere continua | di rosso cupo i grappoli di bacche.” Comunque, le foglie più adatte e più desiderate dal Bombix mori, forse per non voler ricordare la tragedia, furono sempre quelle chiare e lucide del Morus alba e per fortuna s’era in val di Chiana, non a Babilonia, e di gelsi bianchi ce n’erano tanti.

Sorbello lesse anche un altro poemetto, “Del Baco da Seta” di Zaccaria Betti da Verona. Imparava a memoria la gran parte degli endecasillabi che leggeva, con la segreta speranza di poterli un giorno declamare. Per intanto Sorbello si limitava a seguirli con un dito sulla sua “Sericaria”, - dove li aveva trascritti - beandosi al ritmo e al suono della voce dell’occasionale lettore. Il Finta fu il primo di questi. Il violinista contadino spesso stentava nella loro comprensione ma restò uno dei più raffinati dicitori di versi.

“..Fama antica è però che fosser vera | cagion di tante, e sì diverse forme | là de l‘Indico mar l’audaci Ninfe | che per ignoto error mutate in Gelsi | fur dal Padre Nettun col suo tridente:..“

Infine Sorbello studiò con infinito piacere il testo da cui apprese, meglio che sui banchi di scuola, le nozioni pratiche dell’agricoltura. Lo lesse in lingua originale: “Le theatre d’agricolture et mesnage des champs” di Olivier De Serres. Il libro, edito nel 1600, era ritenuto da tutti la base per la grande riforma agraria francese del XVII secolo. Da allora, la seta di Lione aveva acquistato fama in tutte le corti d’Europa.

–‘Sta cosa de’ bachi che fa scomodà anco le padrone, mi puzza un po’ di fregatura - disse Mario di Gnifuli posando la mano, quasi a giuramento, sulla spalla della moglie Corrada che sedeva al suo fianco. – Bachi so’ e bachi guastatori rimangono, quanto il baco Gianni e il baco Gigi. Il mi’ poro nonno mi raccontava sempre che so’ anco pericolosi perché fanno venì le brutte malattie. –

Gnifuli proveniva dai poggi pientini e aveva continuato la sua attività di pecoraio, a dire il vero con scarso successo, anche dopo aver rimpoderato il San Francesco a la Fila. Il formaggio non gli veniva granché bene e Gnifuli dava la colpa al mangiare delle pecore. Le erbacce della Chiana non avevano il profumo e il sapore dell’erbetta di collina. Inoltre, il suo latte subiva una spietata concorrenza da quello bovino che costava di meno ed era più dolce. Altri contadini della Fila avevano già da tempo abbandonato quel tipo di allevamento ma Gnifuli non s’arrendeva.

Così, rimasto l’unico pecoraio della zona, riusciva ancora a tirar su qualche soldo, da dividere comunque con il padrone, vendendo una decina di agnelli a Pasqua e a Natale e una dozzina di barrocciate all’anno di lana cardata dalla moglie Corrada. Gnifuli non vedeva di buon occhio l’arrivo della seta e non ascoltava ragioni. Era tempo perso stare a spiegargli che lana e seta avevano utilizzi diversi e che potevano essere entrambe ugualmente utili. Era duro come il suo montone e polemico quanto il suo pastore maremmano.

Quella sera il dibattito cominciò subito dopo che Finta ebbe riletto alcuni passi importanti e significativi della “Sericaria”, compreso il divertente sonetto del conte veronese Alfonso Montanari, come risposta poetica alle parole di Gnifuli. Sorbello ascoltava soddisfatto e sorrideva, annuendo con la testa.

Chi mai lo crederà? La mia Fantesca | mangiò i Bachi da seta, e batte salda | di non voler pagargli alla Gastalda, | che dopo aver sudato ora sta fresca. | Non è Cafra costei, né Barbaresca, | né del Caucaso là nata alla falda, | o in Etiopia, e dove il Sol più scalda, | né Sarmatica è alfin, né men Tedesca: | in Monteforte al Vescovo soggetta | villa nacque, e non è bella né brutta, | e tien più tosto la cucina netta. | Fia quinci a farla esaminar condutta | al Dazio della seta, a cui s’aspetta | frenar tal gusto onde non sia distrutta.

Si trovavano da Mario di Cesarone nel podere Frontiera Due e, prima di quell’incontro, altri dibattiti erano già avvenuti nelle stalle di San Ferdinando, Adele, San Leopoldo, Clementina e Fuga Uno. Quella volta doveva essere la riunione definitiva e tutte le famiglie della Fila erano ben rappresentate.

–Ovvìa Gnifuli ‘un ricominciamo daccapo! - gli rispose Mario di Cesarone, mentre riempiva col buon vino i bicchieri dei capoccia presenti. Anche Gnifuli aveva portato una forma del suo cacio per un assaggio, ma nessuno si azzardava a prenderne una fetta. Frontiera Due non capiva se fosse per una sorta di riguardo o per diffidenza verso il formaggio pecorino. – Sennò vi devo risponde’ sempre a lo stesimo modo. Co’ le vostre pecore appestate anco i campi dei vicini e poi, peffacché? Tanto la lana è sempre gialliccia e ruvida che si potrebbe usà solo per grattacci la schiena a le mi’ giovenche, e poi il formaggio ‘unnè nemmeno tanto bòno! – Era per diffidenza, constatò Frontiera Due. Mario di Cesarone, capoccia e bifolco, gestiva una delle più belle stalle vaccine della Fila e il suo toro Gedeone era famoso in tutta la val di Chiana. - E allora senza sta’ a discute’ un’altra volta tra no’altri, diamo ascolto a ‘sto giovine, che ci avremo da guadagnacci anco noi! Stasera mi pare d’esse’ quasi tutti, vediamo di decide’ a fa’ sul serio! -

Effettivamente, nella stalla di Frontiera Due c’erano tanti contadini e, in via eccezionale come lo pretendeva il momento e l’oggetto della questione, molti capoccia avevano portato anche le loro massaie. Per fare posto a tutti, le vacche di Cesarone furono costrette a stringersi in un angolino della stalla. Gedeone dormiva da solo in un’altra stalla vicina. I contadini, anche quelli arrivati dai poderi più lontani, avevano portato le panchette per sedere, ma le panchette non bastarono per tutti. Molti rimasero in piedi o appoggiati alla mangiatoia. Nelle riunioni precedenti, le discussioni erano state vivaci e a volte aspre, ma i vari ostacoli, Gnifuli a parte, stavano ormai scomparendo man mano che la situazione si faceva più chiara. Fino ad allora però avevano parlato soltanto dell’allevamento e della sua organizzazione pratica e invece, nell’incontro di quella sera, avrebbero dovuto affrontare la questione commerciale ed economica. Frontiera Due ne era molto contenta. Ancora una volta le cose importanti venivano discusse tra le sue mura.

In un continuo brusio di fondo, Finta, il braccio, parlava a voce alta e molto lentamente per farsi udire e capire da tutti. I contadini lo ascoltavano ma non lo guardavano. I loro occhi erano sempre puntati verso Sorbello, la mente. Avevano ormai capito che le proposte partivano e ritornavano, eventualmente modificate, soltanto da lui. Tutti spiavano ogni espressione della sua faccia, ogni movenza del suo corpo. Il Finta comunque era sempre lo stesso. Parlava e spiegava ma le parole sembravano uscire da un’altra bocca, proprio come i suoni del suo violino! Sorbello aveva fissato sul muro della stalla, appena al di sopra della mangiatoia, dei grandi fogli di carta disegnati da lui stesso. In uno, stavolta, aveva scritto anche i nomi in stampatello e, seppure la gran parte dei mezzadri presenti non sapesse leggere, tutti, per quei segni arcani, mostravano curiosità e ammirazione. I mezzadri si sentivano finalmente considerati. I loro nomi o soprannomi erano insieme a quello del padrone.Sul foglio si riconosceva la figura di una casa, identica a una qualsiasi “leopoldina” della Fila, con tanto di colombaio, tetto e facciata. Quando Sorbello indicò i nomi con una canna e Finta li lesse con voce altisonante, un brivido misterioso percorse la schiena dei personaggi chiamati in causa e ogni chiacchiericcio anarchico cessò di colpo.

Sor Artemio

Sorbello - Finta

Mario di Cesarone - Mario del Fossatello

Liso - Bastrigola – Momo – Scotenna

Caporala - Moranda – Bista – Zoppa

Orcello - Solferino - Buracchi – Batto

Neno - Ottolengo - Gnifuli - Pasticcia

Nella lista, quelli della Fila c’erano proprio tutti, comprese due donne, la vedova di Bistarino, la “Zoppa”, che sapeva camminare benissimo anche da sola, e la moglie del Falciani, la “Caporala”, che in casa era lei a portare i calzoni. I nomi erano piazzati a formare quella sagoma, non tanto per importanza, ma secondo un ordine funzionale: il colombaio controllava, il tetto pensava e riparava e il muro sosteneva.

Dopo quel momento di emozione silenziosa, Finta riprese la parola.

- Come si pole vedé, nel primo foglio ci so’ i nomi di du’ massaie e degli altri capoccia e così so’ rappresentati venti poderi de la Fila, compreso il mio e la parte del Madonna’Rosario, dove una volta stavano i Sorbelli e dove oggi ci s’è accasato Sorbello. – Finta tralasciò di dire, tanto lo sapevano tutti, che Sorbello era nato lì.

- Stasera ‘un manca proprio nessuno e se non si perde troppo tempo in chiacchiere, s’andrà a letto magari un po’ più presto. – Un brusio di consenso si levò nell’aria densa di afrori umani e vaccini.

- Premetto che l’unica persona autorizzata dalle padrone a trattà ‘ste cose è il qui presente Sorbello e solo con lui, anche voi, potete parlà. Poi, se tutto andrà come deve, di quello che verrà deciso stasera ‘un dovete assolutamente farne parola con nessuno, e dico forte nes-su-no… capito? Né con altri compagni né coi paesani e nemmeno coi fattori e le padrone, intesi? Meno si saprà in giro e meglio sarà per tutti. A qualunque domanda di gente forestiera, dovete fa’ gli gnorri o i finti tonti, come sempre avete fatto, e risponde’ che voi ‘un sapete niente e che a tutto ci pensa Sorbello e il Finta. Da qui stasera si esce tutti con l’acqua in bocca, avete capito? – Un sìììì… prolungato risuonò per tutta la stalla. Qualcuno pensò che era, comunque, un gran peccato andare via da lì, senza poter tenere in bocca il bòn sapore del vino di Cesarone.

–Bene – continuò Finta – Di òvi, bachi, foglie di moro, dormite, salite al bosco e malattie, abbiamo già detto quasi tutto, così come dei bozzoli, de le falene e de la seta. –

Sorbello stava indicando il disegno riassuntivo con cannicci, foglie, larve, farfalle e bozzoli interi, bucati o disfatti, tirati fuori da un paiolo o da una stufa. Se avete ancora qualche dubbio ditelo ora, ché poi si passa a parlà di soldi! – Stavolta fu un nooo… generale a rimbombare nella stalla. Lo disse anche la Corrada, tappando con una mano svelta la bocca del suo Gnifuli.

– Incominciate a guardà il terzo foglio, dove si vede la nòva organizzazione. – Il silenzio si fece quasi irreale e per un attimo non si sentì neppure un respiro. Alcune vacche alzarono la testa dalla mangiatoia per controllare se, rimaste sole, c’era modo di ritornare al proprio posto. Poi seguitarono a ruminare deluse.

- Già stasera, prima d’andà via, ci verranno consegnati l’òvi del baco, giusti e bastanti per tutti, che il padrone ha comprato in quel di Lucca. Un ditale a famiglia, e terrà, sì e no, un centinaio di semenze. Noi le lasceremo ingruppate, al tepore delle nostre cantine. Ah, a proposito… presto avremo bisogno anche del nostro Gnifuli. - Quando sentì il suo nome, Gnifuli si alzò di scatto dalla panchetta. La Corrada lo agguantò per un pinzo della giubba e lo rimise a sedere.

- Si, è proprio con la lana di Gnifuli che ci verrà meglio la seta, e lui sarà ricompensato! Ne basterà una manciata per famiglia, anche non cardata, per mantenerci ben calde le semenze del baco durante l’inverno. Dunque… una volta finito anche il ciclo larvale, al momento giusto consegneremo tutti i bozzoli a Sorbello. Mi raccomando di non perde’ né di mandà a male neanche un òvo. Proprio per questo, stasera riceveremo anche una bòna dose di zolfo per disimpestà le stanze. Datelo senza migragna, tanto ‘un farà male manco a vo’altri. – Finta fece un sorriso e poi tornò di colpo serio.

– Diciamo subito la cosa più importante. Come v’ho fatto presente nelle altre riunioni, Sorbello ha ottenuto da le padrone che per noi ci sia almeno la terza parte del profitto, che è, lo so, peggio de la metà, ma parecchio meglio di come vorrebbe la legge della mezzadria riguardante il baco da seta, e cioè… niente! Eppoi… c’è anche un’altra cosa…Per ‘sta prima volta, il guadagno del nostro lavoro andrà tutto a le padrone. Unguanno, loro ci vogliono prima rientrà co’ le spese de la compera dell’òvi, de le stufe, de paioli e de lo zolfo e poi gli anni successivi cominceranno a darci la terza parte stabilita. – Si levò un leggero brusio ma nessuno sembrava distrarsi. Anche Gnifuli rimase seduto a testa bassa. Guardava la mano della Corrada che batteva leggera la sua gamba, senza far rumore, ma con una decisione che minacciava ben più sonore battute. La Corrada si era veramente stufata di lavare e di pettinare, per pochi centesimi, quella lana grezza e puzzolente. Aveva sentito dire dalla sarta del Callone che ora la seta la pagavano dieci volte più della lana e che non c’era manco bisogno di cardalla. Finta continuò spedito.

- I Balestri, o meglio le donne rimaste a comandà, a parte unguanno, negli anni successivi ci daranno ogni volta un centinaio di òvi per capoccia, e intendono ricavacci per loro, almeno settanta bozzoli di seta a famiglia e gli altri trenta lasciarli ai contadini. E noi, senza sta’ più a discute’, le accontenteremo, perchè loro ‘un lo sanno ma il bello deve ancora venì. Per noi, in futuro, il numero dell’òvi, e di conseguenza, dei bozzoli di seta, aumenteràsicuramente di parecchio! -

- Dunque… se ho capito bene, per unguànno… manco a parlanne, e in futuro… ci toccherà solo la terza parte di òvi. - Lo interruppe bruscamente il vecchio Bastrigola che di conto ci sapeva ben fare. - E allora, che ci si farà con quella trentina di bozzoli a testa? ‘Un si possono mica vende’ per conto nostro? E pochi così chi li vòle? Mi parrebbe che per ora ‘un vadi punto bene! –

- O Capoccia – rispose il Finta – fatemi finì di spiegà che poi c’intenderemo meglio! – Sorbello che era stato sempre in disparte saltò in mezzo alla stalla e con la canna a mo’ di lancia in resta indicò nel disegno i bozzoli. Poi con la mano chiusa si colpì ripetutamente il petto.

–Come vedete ai bozzoli ci penserà Sorbello. Bisogna avergli fiducia! Vi ripeto che tutto andrà portato da lui e lui saprà come fa’. A primavera, come s’è detto, Sorbello consegnerà i bozzoli in Fattoria e li venderà tutti per il padrone, però da quell’altr’anno il terzo di parte contadina lo terrà per sé e lo lavorerà a la su’ maniera… ma… di questo se ne parlerà meglio dopo. Ora cominciamo a fa’… un po’ di conti più precisi. -

- Se l’annate future andranno bene e ‘un ci saranno grosse perdite, si ricaveranno pressappoco… cento vi venti… cioè… dieci vi due… fa… diciamo in tutto… circa dumila bozzoli di seta. Sorbello li sistemerà assieme a me e poi penserà a vende’ solo la parte de le Balestri a una grande filiera di Firenze. I bozzoli padronali perciò saranno in totale… settanta vi venti… come… sette vi due… fa… quattordici. Sì, saranno… millequattrocento bozzoli! E se Sorbello riuscirà a fasseli pagà mezza lira l’uno, le padrone potranno incassà circa… millequattrocento vi cinquanta centesimi… oppure… millequattrocento vi la metà di una lira… in totale faranno… – Quando Sorbello s’accorse che Finta con i numeri più complicati aveva qualche difficoltà, corse verso il primo foglio e in un angolo libero scrisse: 700 lire. - Ecco, appunto, dicevo… settecento lire! - proseguì Finta, fingendo di non aver visto il suggerimento. – Le Balestri saranno più che contente con tutte ‘ste lire pulite… e in più, ogni anno! -

Silenzio assoluto. Si parlava finalmente di soldi anche se per il momento, solo di quelli delle padrone.

–Calcolando invece il nostro guadagno… dunque… per noi rimangono trenta òvi a famiglia e trenta vi venti fa… come tre vi due uguale a sei… ecco sì… seicento bozzoli. Se si vendessero anche noi si ricaverebbe… seicento vi mezza lira… - Puntuale arrivò la soluzione scritta da Sorbello: 300 lire. - Ma per ogni famiglia…farebbe… trecento lire… diviso venti… - A quel punto Finta abbassò il volume della voce e borbottò fra sé:

- Se una massaia deve piantà trecento aglietti in venti pracelle dell’orto, quante buche deve fa’ in ogni pracella? - Cercava di aiutarsi ripensando a qualche problemino della terza elementare ma le divisioni a due cifre non erano mai state il suo forte. Lui era un artista e nell’orto non aveva mai piantato niente. Così, prima che gli aglietti si seccassero tutti, Sorbello disegnò sul foglio una pracella con quindici buche.

–Sì, ecco, ci toccherebbero soltanto… quindici buche, no… no, ovvìa, volevo di’ quindici lire, e forse nemmeno bastanti a ripagà tutti i nostri sacrifici. La differenza con il ricavo dei Balestri è… parecchia… tanta… e… la vedete anche da voi! Ora, l’idea di Sorbello… – Finta parlava sempre del suo grande amico come se lui non fosse presente – per quel che riguarda no’altri, è veramente scaltra. Vediamo se l’ho capita bene anche io. Sorbello intanto la prima volta non venderà i nostri seicento bozzoli… ma li terrà da parte e, anzi, li farà sfarfallà tutti… e … così, gli anni successivi, ‘ste farfalle in più faranno sempre più òvi e sempre più bozzoli per noi. Ecco chele nostre poche lire ogni volta aumenteranno e diventeranno parecchie… anche di più di quelle dei Balestri! Finta ve lo dice e Sorbello ve lo garantisce! -

I mezzadri ascoltavano meravigliati ma anche un po’ preoccupati.

Finta rifiatò un attimo e bevve un sorso del vino di Cesarone. Tutti quei calcoli l’avevano sconcertato più di un suo lungo concerto. Si rilassò aspettando che quella proposta cominciasse a mettere un po’ di barbe nel cervello dei mezzadri presenti. Non lo credeva facile ma lui e Sorbello erano pronti a tutto, decisi anche a battagliare per l’idea in cui credevano. Avevano ancora degli assi pigliatutto da giocare. Un mormorio tra l’incredulità e il malumore serpeggiò nella stalla, improvvisamente interrotto dalla voce dello Gnifuli. S’era alzato di scatto sorprendendo la perplessa Corrada. – Sì, e che ci farà mai Sorbello co’ i nostri bozzoli? Li còce nella stufa pe’ mangialli o, visto che i calcoli gli riescono così bene, li faràmoltiplicàcome i pani e i pesci? Prima di lui ci fu un altro che ci provò… ma… fece proprio una finaccia! –

- Ssssssss…! - Un suono acuto di esse prolungate zittò lo Gnifuli che tornò a sedere in fretta. La Corrada continuò per un altro po’ a sibilargliele in un orecchio. Pareva un serpente soffione in calore.

–A parte le spiritezze dello Gnifuli, che se fosse per lui moltiplicherebbe solo le su’ forme di cacio pecorino, - intervenne la Caporala del Santa Elisabetta - io invece mi domando perché le spese le devono ripagà tutte i contadini? Le padrone incassano e a noi ci tocca tené ‘sti pochi bozzoli senza potelli vende’. Fin’ora mi sembra una cosa tutta a discapito nostro e così mentre noi dovemo fa’ sempre i finti tonti, le padrone fanno le furbe vere! Spero che Sorbello, che è pulito e bello, dentro e fòri, ‘un si faccia infinocchià da quelle signore! E poi, diciamo le cose come stanno! Anco con quelle poche lire, qualche metro di tela bona, un fazzoletto per andà a la messa o un paio di stringhe nòve ogni tanto, ci si potrebbero sempre comprà! – Molti sorridevano sotto i baffi e per lo più erano donne. Si diceva, infatti, che il giovane stringaio di Foiano, che aveva preso a passare per la Fila, casa per casa, vendendo stoffe e mercerie varie, non facesse tanti affari con i contadini ma che nel podere S. Elisabetta si trattenesse più a lungo del solito. Non era passata inosservata la presenza del suo carretto, in sosta all’ombra dell’androne di casa della Caporala.

- Ma di sicuro - disse la Zoppa rafforzando il generale pensiero femminile - un giovine così educato e intelligente ‘un si farà abbindolà tanto facilmente, da una sottana profumata. Intanto lasciamolo continuà nel su’ progetto che ‘unnè di certo finito qui! -

Evidentemente, Sorbello alle donne della Fila piaceva, e non poco, e lui l’aveva capito da tempo. La cosa non lo interessava più di tanto però in quel momento gli faceva parecchio comodo. Poteva contare su un alleato numeroso, un alleato spesso silenzioso ma pronto a farsi sentire quando si dovevano prendere delle decisioni. Ne aveva davvero bisogno. In generale le donne, oltre a essere più scaltre dei loro uomini, erano spesso lungimiranti e dimostravano migliori capacità di adattamento alle novità. Ogni volta che Sorbello le incontrava, non perdeva occasione di salutarle e di ringraziarle, con inchini eleganti o con grandi sbracciate. Lo fece anche quella sera, con il suo sorriso smagliante che valeva più di cento parole.

“Scotenna” si staccò da un gruppetto di persone in piedi e disse: – Mah, bello o non bello, furbo o non furbo, a me Sorbello mi pare piuttosto uno che, se anco si sente come no’altri, voglia invece fa’ la parte del padroncino. Sa tutto lui, piglia tutto lui e poi dà i soldi solo a la su’ nòva famiglia. Ah, se ci fosse ancora il poro Beppe! –

A quelle parole, Sorbello staccò dal muro un disegno e si diresse verso Scotenna con un fare minaccioso sconosciuto alla sua faccia. Avanzava e appallottolava nervosamente il foglio fra le mani. Avrebbe potuto fargli ingoiare tutta la carta, tanto era furioso, deciso e robusto. Un abbraccio determinato e provvidenziale lo fermò dopo pochi passi.

– In do’ vai ragazzo? – gli disse Mario di Cesarone stringendolo decisamente a sé – Ma ‘un lo conosci Scotenna? Si vòle sempre mette in mostra, e quando c’è uno meglio di lui, cerca sempre di dargli contro e di offenderlo. Attacca per ignoranza e per invidia. Lascialo perde’, è il su’ modo di fa’ e lo fa con tutti, anco coi su’ pori sant’antoni! Quelle bestie malate le spella prima di sapé se so’ morte davvero! Il coltello, però, lo usa molto bene ma con le parole ‘un sa che facci, le butta fòri di bocca e spera in Dio. N’evvero Scotenna? – Mario di Cesarone tenendo sempre stretto Sorbello, aveva girato la testa verso Scotenna che nel frattempo era ritornato nel gruppo, nascondendosi dietro a “Sbaffo”.

– Piuttosto ragazzi, continuate a dirci del vostro progetto. - proseguì Cesarone. Poi, rivolgendosi a Finta – E’ il momento di finilla co’ ‘sto vino. Accidentatté e a tu’ intervalli! So’ più noiosi di una Messa cantata e più lunghi de tu’ concerti! – Così dicendo spinse benevolmente Sorbello verso la mangiatoia e poi allontanò da Finta il fiasco del vino.

– Alla Caporala però gli voglio ricordà io una cosa. – continuò - Se apre troppo spesso la… borsa, i risparmi fanno prima a volà via che a entracci dentro, come… un uccello dalla su’ gabbia! – Di nuovo risate sotto i baffi. Era già tanto tempo che il carretto dello stringaio di Foiano non sostava più davanti al S. Elisabetta.

- E invece allo Gnifuli, che ha rammentato il Vangelo, - riprese Finta come se niente fosse - gli dico che per i miracoli ‘un si pole scomodà sempre Cristo. A volte riescono anche agli òmini onesti, appassionati e lavoratori o, comunque… che un po’ gli somigliano! -

Finta parlava pacatamente, sentiva di aver ripreso la situazione in mano. - Bene, ora lasciamo perde’ i pesci, i pani e il pecorino e torniamo ai nostri bachi. Come v’ho già detto in tutti i condimenti, la prima volta Sorbello ‘un darà via neanche un grammo de la nostra seta, manco se gliela pagassero oro, anzi la sciuperà tutta perché farà sfarfallà ogni bozzolo di parte contadina. E allora, le nostre farfalle volete che un faccino qualche migliaio d’òvi all’anno? E di certo ogni volta di più e tutte queste semenze saranno solo per noi e le padrone ‘unne sapranno niente! ‘Un vi sto a rifà i conti precisi ma tutta la seta dei bozzoli che questi bachi produrranno, moltiplicati e rimoltiplicati, proprio come i pani e i pesci… caro Gnifuli, sarà parecchia, e fra qualche annata, fin’anche più tanta e più bòna di quella delle padrone. Basta però che ognuno ‘un faccia di testa sua perché si tornerebbe a spezzettà troppo il nostro patrimonio e ‘un ci si ricaverebbe niente di più di ora. Vi ripeto, noi si deve fa’ bene, ma bene bene, solo l’allevamento, poi a tutto il resto ci penserà lui! – Finta si fermò. Si girò verso Sorbello e per la prima volta incrociò il suo sguardo. - E ora siamo arrivati al dunque! Sorbello sarà il nostro capo, il capo di una Associazione segreta di noi mezzadri, di una… Cooperativa, oggi si chiama così… come vedete scritto in quel foglio. Si dice Co-o-perativa con due “o”! So’ quei due cerchi, grossi quanto un paio di zeri! Ne la co-o-perativa il contadino sarà, allo stesimo tempo, lavoratore e padrone! Prima mette la su’ opera nel mucchio comune e poi, tolte le eventuali spese, piglierà la parte di guadagno che gli spetta, uguale a tutti quell’altri. -

- Ma allora – lo interruppe il Pasticcia - sarà come fa’ una barcaia di legna tutti assieme! Si portano i nostri tronchi al Madonna’Rosario e poi al bisogno si ripigliano per accende’ il focolare, e se ognuno riprende la sua, allora ‘un c’è nessuna differenza con questa Coperativa con due “o”, come… come un bel paio di… palle! –

Sorbello non sorrise, indicò il quarto disegno pieno zeppo di farfalle grandi e piccine e di uova di baco che uscivano numerose dai loro corpi. Finta, invece, sorrise e rispose, senza guardare. Quella parte se la ricordava meglio dei numeri. - Voi Pasticcia avete detto bene ma le Farfalle ‘un so’ pezzi di legno che sempre gli stessi pezzi di legno rimangono. Avete voglia voi a fa’ toccà cascia con cascia o testucchio con testucchio o pioppo con pioppo, ‘un succederà mai niente, la barcaia rimarrà sempre la stesima di prima! Invece le farfalle, messe tutt’assieme, si possono accoppià quanto gli pare! Tanto… e forse di più… di quanto gli date voi co’ la vostra giovine moglie! Le farfalle, così, faranno parecchi bachi e sempre più forti e in bòna salute. In questo modo il mucchio de la Co-o-perativa non solo aumenta e ma migliora anche in produzione! Sorbello, che se ne intende, sceglierà le farfalle più robuste e sane e, alla fine, da queste ci ricaveràtanti bozzoli con un filo lungo lungo e bòno bòno! Così la nostra barcaia di seta aumenta e migliora di anno in anno… praticamente… da sola. - Riprese fiato solo un attimo. - Poi, tutto il guadagno de la vendita verrà diviso fra tutti i capoccia, in parti uguali, tanto che uno abbi’ messo nel mucchio trenta òvi o che, per qualche sfortuna, ne abbi’ porti di meno. Funziona in questo modo la Co-operativa con du’ “o”. –

Si levò un leggero brusio e Sbaffo alzò un braccio per intervenire. Finta continuò a spiegare, ignorandolo. Ormai aveva preso il via e non voleva più fermarsi. - Ovvìa, lasciatemi finì che poi parlerete voi quando sarà il momento! Devo di’ altre cose importanti, sennò mi passano di capo. Allora… Sorbello che ha studio, che ha visto e che ha ‘sperimento molte cose coi bachi da seta, cercherà di fa’ nasce’ un particolare baco, più grosso e più bello di quelli che ci danno le padrone. Sarebbe un po’ come facevano gli antichi quando cercavano di trovà la meglio insalata. Le prime volte seminavano di tutto, senza fa’ nessuna scelta. In questo modo nascevano tante razze di erba da mangià, più o meno bòna. Poi i cespi più rigogliosi e anche più succosi e più saporiti degli altri, non li mangiavano tutti e subito, anzi, un pochi li lasciavano spigà nell’orto e alla fine, pigliavano i semi di quelle spigature e li seminavano da soli in un’altra pracella. Così, i primi ortolani, con quella scelta e quel sacrificio, scoprironoe selezionarono l’insalata più bòna… proprio… come si deve fa’ noi co’ la seta! –

Sorbello, intanto che Finta parlava, si affannava a indicare il disegno di alcune piante di pisello e dei relativi baccelli, rugosi e lisci, che invece Finta sembrava ignorare. Nel foglio spiccava anche la figura di un uomo vestito con una lungo saio neroche sembrava accudire alle pianticelle di pisello con particolare attenzione e competenza. Finta, nel momento, fece di testa sua e volutamente non seguì il disegno. Ci aveva capito poco, e non si ricordava manco lontanamente chi fosse quell’uomo con la tonaca… forse faceva il monaco… forse era straniero, ma poi, in fin dei conti, a lui, i piselli e i frati non erano mai piaciuti! Cento volte meglio la sua insalata!

Nella stalla il silenzio era completo. Anche le vacche di Cesarone avevano smesso di ruminare e già si leccavano i labbroni con la segreta speranza di poter assaporare, prima o poi, qualche succosa foglia d’insalata, finita per sbaglio nella loro mangiatoia.

- Il baco che cerca Sorbello è di una razza detta Prometeo e per ora si trova solo in una terra lontana chiamata Cina. Sorbello, co’ su’ esperimenti, spera di fallo cresce anche qui da noi e perciò gli servono più farfalle possibili. ‘Sto baco Prometeo, grosso e lungo come un dito del “Manina” de la Fontalgiunco, fa il bozzolo di un filo bianchissimo, resistente e anche meno attorcigliato dei nostri, lungo quasi tre chilometri… quanto, a piedi, da qui a la Fattoria! Considerando che la seta sarà tanta e altrettanto bòna, Sorbello conta di poterla vende’ a un prezzo doppio del normale. C’è già una filanda di Bologna pronta a comprarla. – Finta si guardò intorno, nessuno gli aveva riavvicinato il fiasco, continuò con indifferenza. - Vi devo di’ un’ultima cosa ancora che Sorbello, per modestia, m’aveva detto di non di’. Lui tutto questo lo fa e lo farà volentieri per noi e per le Balestri, ma mentre da loro piglierà la parte che gli spetta, da la Co-o-perativa ‘un vòle manco una lira! Eppoi, aggiungo io, a Sorbello, anche se è il più giovine di tutti i presenti, gli si deve portà sempre rispetto. E’ l’inventore di tutta ‘sta faccenda e sarà il nostro capo. Noi bisogna fa’ come dice lui, capito tutti? E allora, per farla breve, Sorbello si raccomanda che nessuno, al di fòri di qui, sappia niente di ‘sta co-o-perativa, sennò le padrone e i su’ guardiani ci faranno patì parecchio. A tutto ci penseranno Sorbello e Finta, tanto il primo un pole parlà e il secondo, a fa’ la parte, gli riesce sempre bene! Per ora… mi sembra d’avé detto tutto… e dunque… chi è d’accordo, deve batte’ le mani di continuo mentre io fò la conta. Poi se ‘un siete tanto stanchi, si parlerà di come organizzà la nostra grande Co-o-perativa, quella con un paio di zeri… grossi così! –

Forti applausi riempirono tutta la stalla. I vecchi mezz’addormentati, risvegliati dal rumore e da qualche gomitata del vicino di panchetta, presero svelti a imitare il resto della compagnia. La maggior parte degli sguardi maschili adesso erano diretti verso il Finta che aveva ben parlato, mentre quasi tutte le donne, escluso la Corrada che controllava le mani di Gnifuli, gettavano occhiate di compiacimento verso Sorbello. Mario di Cesarone invitò tutti a un brindisi, passando con il fiasco per riempire i bicchieri vuoti. Anche Scotenna si sporse da dietro il braccio di Sbaffo, battendo le mani. La bufera sembrava ormai passata. Le vacche, sdraiate sulla paglia, alzarono la testa, pronte a colpirsi la schiena con la coda. Quando si resero conto che nessuna mosca testarda era ancora in giro a quell’ora di notte, richiusero gli occhi e continuarono a dormire.

La Cooperativa dei mezzadri della Fila vide la luce nella stalla di Frontiera Due in quella notte umida e nebbiosa. Non fu una notte facile né breve come aveva sperato il Finta. Dopo le votazioni e le assegnazioni di alcuni ruoli, la discussione andò avanti fino a giorno e nessuno si addormentò più. Tutto ciò che era commestibile finì in fretta e Mario di Cesarone, anche lui grosso di corpo e di cuore, corse immediatamente ai ripari, mettendo a disposizione sei poponi vernini e due grandi ceste di pere. Così, perfino il formaggio di Gnifuli non vide sorgere il sole.

Era l’alba di un giorno di novembre d’inizio secolo e Sorbello aveva poco più di vent’anni. Fuori aveva smesso di piovere e nell’aia i galletti cantavano a squarciagola.

Dopo qualche intervento polemico, in cui parlò più il vino che la testa - prontamente placato dai gesti di Sorbello e dalle parole di Finta - la conversazione passò a toni più pacati e perfino scherzosi. La questione, che doveva essere risolta rapidamente e che invece si dimostrò più complicata del previsto, fu la scelta dell’appellativo da dare alla nuova cooperativa. Si cercava, sempre su suggerimento di Sorbello, un nome sintetico e specifico, ma allo stesso tempo capace di mascherare, in qualche modo, l’esistenza della Cooperativa stessa. La cosa fu veramente impegnativa. Finta lasciò spesso la parola ai contadini mentre Sorbello li ascoltava sorridendo. I nomi proposti furono tanti: CINA, DU’ ZERI, SETA, PROMETEO, COSE (Cooperativa Seta), SORBA, (Sorbello Bachi), FALSO o FARSO (Falene o Farfalle Sorbello), BACHI (Balestri Bachi) e MANINA. Infine fu approvato il nome proposto da Sorbello: FILA.

- Sorbello non avrà avuto la voce, ma l’idea bòna ‘un gli mancava mai! - disse Mario spegnendo un’altra sigaretta nel solito piattino di plastica pieno di tante cicche e dei relativi buchi di fusione. – “Vò alla FILA”, “Fò parte de la FILA”, “Lavoro pe’ la FILA” e “Guadagno co’ la FILA”!!! Tanto stavano tutti a la Fila! Furbo ‘sto Sorbello! Sì, proprio tutte frasi che potevano di’… ma ‘un dicevano! Davvero semplice e geniale! E che coraggio, per l’epoca, a fondà una cooperativa di mezzadri! O facevi in quel modo, come gli spaghetti, di nascosto, a la carbonara, o sennò erano cazzi amari per tutti! Spero che la FILA con uomini così bravi e disponibili sia andata bene, anche se i problemi ‘un devono esse’ stati pochi! Perché Mario lo sa’, e quando in una cooperativa ci so’ molti soci, mantené il segreto è parecchio difficile e se poi ci so’ tanti interessi ci pole esse’ sempre quello che fa il furbo! Sì, quello che ‘un fa ‘na sega tutto il giorno, e… tutto il giorno studia il modo di fregà i su’ compagni! -

Anche Frontiera Due pensava che dare il nome FILA alla cooperativa era stata davvero una buona idea e, non a caso, Sorbello lo aveva scritto a grandi lettere sul foglio finale. Lo appese a sorpresa all’ultimo momento. Finta, sorpreso pure lui, lo lesse a gran voce: - FILA, sigla di Filugelli Associati! – Ricordava l’attività e la zona, e si mimetizzava perfettamente con esse!

Per un po’ di anni alla Fila, la FILA prosperò e il baco Prometeo, selezionato da Sorbello e alimentato a crepapelle dai contadini, aumentò le sue misure, la sua produzione e i guadagni della Cooperativa. Anche le Balestri migliorarono i loro introiti e, ignare del resto, rimasero molto soddisfatte. Tutti, padroni e contadini, si fidarono e si affidarono sempre di più a Sorbello. Durante gli anni successivi non vi fu luogo nella Fila che non fosse adibito all’allevamento dei bachi da seta. Ogni stanza dei poderi era invasa da cannicci con foglie di moro brulicanti di larve bianche.

I contadini tenevano ben separate quelle più piccole, da spartire con le padrone, dalle altre più grosse, selezionate e allevate esclusivamente per la Cooperativa. Le prime erano sistemate strategicamente nell’ampia cucina in due cannicci a tre piani, ai lati del focolare, in modo che qualsiasi visitatore potesse vederle, e le seconde in tutte le altre stanze, camere, cantine e annessi vari, nascoste agli occhi estranei. I mori bianchi erano parecchi e non facevano pari a riempirsi di foglie che subito restavano pelati. Ebbero un bel daffare anche loro.

–‘Sti bachi de la Fila so’ davvero insaziabili! – diceva il fattore Canino, guardando le fruste spoglie dei gelsi, lunghe e sottili che sembravano grattare il cielo. – Mangiano come un tribunale! Mica avranno il baco de la Tenia? Eppure tra bachi ‘un si dovrebbero morde’! –

I mezzadri facevano finta di non capire e lo lasciavano ridere da solo. Pensavano, però, che manco i cani si mordono tra di loro e che Canino, al massimo, poteva fare il lecchinoalle sue signore! C’erano volte, però, che qualche contadino più vispo sapeva rispondergli per le rime. - No, sor fattore, i nostri bachi non hanno preso il baco de la Tenia, ma il baco Prometeo sì! Alla FILA oramai ce l’hanno tutti e… scommetto che voi manco lo conoscete! Io vi consiglio di stargli alla larga. ‘Sto Prometeo è cento volte peggio de la Tenia! Se vi entra nel corpo, manco i nostri bei capponi vi sfameranno più! Vi sembrerà d’avé mangiato solo poche briciole di pane! –

Alla fine il contadino se ne andava, ridendo lui, sotto i baffi e lasciando di stucco il povero Canino.

Dopo un lungo periodo, prolifico in tutti i sensi, per malattie o per sterilità da eccessivo sfruttamento, anche il baco Prometeo perse l’appetito e smise di riprodursi. Quella storia non conobbe un lieto fine.

Nel tempo a venire, Frontiera Due più volte aveva cercato di rimuoverla dai suoi ricordi. Purtroppo era stata una battaglia persa. Anche adesso non poteva fermarsi, ormai c’era rientrata e doveva finirla, sennò Mario sarebbe rimasto deluso e dispiaciuto. E poi, la storia non può fissare solo le cose piacevoli. Già la memoria umana si fa carico di filtrare tanti ricordi scomodi e, scartando sempre quelli più dolorosi, rischia di rimanere vuota del tutto.

progetti/piero/frontiera2/10.txt · Ultima modifica: 09/04/2019 19:05 da cesiano