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progetti:piero:frontiera2:1

1/ Primo Quaderno

“E’ tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo,
c’è tempo c’è tempo c’è tempo,
per questo mare infinito di gente.”

I. Fossati “C’è tempo”

Ingresso. Abbandono degli Uomini e delle Cose. Velocità e Cambiamento. Ritmi Musicali. Danza e Solitudine. Dignità Calpestata e Intimità Violata. La Micia. Sunt Lacrimae Rerum.1)Primo Boato. Risveglio di Mario.

La casa bussò al proprio portone. Bum… bum… silenzio, nessuno rispose né venne ad aprirle. Lei conosceva bene il perché, non era una stupida, aveva ancora del grano nella soffitta. Bum… bum… provò di nuovo, niente.

Benché fosse una vecchia casa di campagna con più di cinquanta anni per fondamenta, con crepe sui muri, pavimenti sconnessi e infissi imbarcati, con un gran bisogno di ritocchi e manutenzioni varie nella struttura principale e ancor più nei suoi decadenti e doloranti annessi, si sentiva sempre utile e in forma – Ho una testa sanissima – soleva vantarsi con i venti di passaggio – sul mio tetto ogni tegola è ancora al proprio posto! -

A dire il vero, non era esattamente così. Delle tegole originarie - lei lo sapeva benissimo e non andava di certo a raccontarlo in giro - ne erano rimaste ben poche ma nessuno l’aveva mai notato, almeno fino ad allora, perché ogni volta che una tegola le cadeva dalla testa o si rompeva per i dispetti del tempo, veniva prontamente sostituita con altre uguali, sane e della stessa epoca, prese, o meglio rubate, dai tetti cadenti di certi casolari del luogo ormai abbandonati al proprio destino. Ora poi non si distinguevano più le titolari dalle sostitute. Tutte, dal loro bel colore primitivo rosso-mattone, erano passate a una tonalità più anemica, quasi grigia, chiazzate com’erano qua e là dalle tante macchie di muffe e licheni, dai cui semi, arrivati coi venti o depositati con gli escrementi degli uccelli, si erano sviluppate numerose colonie biancastre che nel tempo avevano invaso quasi per intero la superficie del tetto. Bum… bum… solo il rimbombo rispose ai suoi colpi.

Durante la lunga esistenza era stata abitata da varie famiglie di contadini, uomini ignoranti e rozzi, che avevano sempre condotto una vita semplice, tanto povera di sicurezze e soddisfazioni quanto ricca di frustrazioni e sudori. Di quella gente testarda e spilorcia dal carattere introverso e irascibile, apprezzava soprattutto l’astuzia e la tempra lavoratrice e ne ammirava lo spirito di solidarietà e di complicità che le aveva permesso di superare numerose difficoltà. La casa inoltre, ospitando in ogni epoca e a più riprese lavoratori, artisti, scienziati e illustri personaggi di passaggio, apprendeva sempre nuove forme di cultura umana. In confronto a quelle persone, però, considerate tra le più sapienti, che avevano studiato e viaggiato molto, lei, semplice materia immobile, conosceva certi aspetti della vita dell’universo che loro ancora neppure sognavano. Comunque si adeguò facilmente agli usi e ai costumi degli uomini, ne comprese i vizi e le virtù e ne copiò anche certe buffe usanze che la divertivano tanto. In particolare, rimase affascinata da uno strano comportamento che aveva notato solo in poche persone. Le piacque da subito e in breve tempo entrò a far parte del suo singolare modo di fare. Per la casa fu una scelta spontanea, sincera e coerente, tutto sommato piuttosto facile, data la considerazione in cui già teneva tutto il resto della natura, e se la sentì addosso gradevole come una pioggia in pieno agosto. Così, anche l’educazione entrò a far parte del suo variegato carattere e migliorò la sua predisposizione ad ascoltare i problemi della gente, con molta pazienza e ancor più attenzione. I pensieri delle persone nascevano dentro di lei e mangiavano e dormivano sotto il suo tetto. Ascoltarli e rispettarli diventò una piacevole abitudine. Si considerava, dunque, un’abitazione importante, non certo bella e signorile come la Fattoria padronale ma altrettanto educata e disponibile, e molto rispettosa delle usanze locali. Una cosa, però, non le piaceva affatto, sentirsi chiamare, come sempre più spesso accadeva negli ultimi tempi, con certi altisonanti epiteti maschili, se pur tradizionali, come casale o casolare. Si sentiva a volte matrigna, oppure chioccia o perfino mamma e comunque sempre femmina, femmina con tutti, cose, animali e persone. Lei, poi, era una casa sensibile e molto orgogliosa ed essere ritenuta da alcuni una dimora normale, la faceva arrabbiare. La casa per antonomasia era lei, l’unica sicura, accogliente e, per di più, molto gentile.

Bum… bum… bum… colpì per l’ultima volta sull’uscio, più vergognosa che convinta. - Prima di entrare in qualsiasi posto - si giustificò ancora – è sempre buona educazione bussare alla porta d’ingresso. - E allora titubante spinse il portone, varcò la vecchia soglia consumata e lentamente, con passi leggeri e pensieri pesanti, rientrò in se stessa. Un silenzio glaciale l’avvolse mentre risaliva con affanno verso la grande cucina, verso il centro motore dell’abitazione, il suo antico cuore pulsante. Non l’aveva mai provato prima, né in quei periodi della giornata, di certo rari, quando la sua gente si trovava contemporaneamente fuori casa per le faccende né in altri momenti della notte, questi sicuramente unici, in cui tutti, senza russare o sospirare nel buio, riuscivano a dormire sonni tranquilli.

Lo avvertì scivolare improvviso lungo le due rampe di scale, lo sentì prendere d’infilata il portone socchiuso, dilatarsi nell’ampio androne interno e poi traboccare sull’aia antistante con un soffio sommesso. Infine, in un vortice muto di vibrazioni sempre più rarefatte, lo guardò evaporare, come un sospiro, fra i campi d’erba medica in fiore. Ora era sola, veramente sola. Anche lo spirito della materia, la piccola anima di tutte le cose, era volato via per sempre. La casa rabbrividì e si accasciò per un attimo sulle fondamenta. I vecchi mattoni traballarono, le travi si lamentarono e qualche calcinaccio, già precario, si lasciò cadere sul pavimento.

Ormai la sua gente se n’era andata da tempo. La casa non ricordava quanti anni fossero passati ma rammentava bene di non aver mai provato il senso di solitudine totale come adesso. Forse allora si era resa conto che con il passare dei giorni avrebbe sicuramente sofferto di nostalgia per le persone, per le bestie o per l’esistenza semplice e faticosa di tutti i giorni, però non poteva di certo immaginare quanto le sarebbero mancati, in seguito, i rumori, i suoni e certi segnali di vita provenienti da ogni cosa lasciata dentro le sue stanze. Il fruscio sorridente del cotone di vestimenti e tovaglie, il cigolio lamentoso del ferro di letti, cardini e chiavistelli, il tintinnio allegro del vetro di bottiglie e bicchieri, lo stridio fastidioso della terra cotta di tegami, piatti e zuppiere e lo scricchiolio doloroso del legno di scuretti, porte, tavoli, madie e travi avevano rappresentato per lei le vere voci della materia alla quale si era sempre sentita legata anche in presenza degli uomini. Gran parte di quella roba, seggiole, mobili, arnesi, gingilli e cianfrusaglie varie, era rimasta con lei fino a quel momento. Vecchie e misere cose di cui gli uomini avevano fatto volentieri a meno nelle nuove case dove erano andati ad abitare, in paesi e città. In loro compagnia la casa aveva continuato a vivere felice per altro tempo ancora. Non si era mai sentita completamente abbandonata. Si era sempre adoperata perché quegli oggetti non avvertissero troppo la noia dell’ozio e la nostalgia per i tempi andati. Insieme a loro, poi, aveva continuato a commentare le dicerie popolari, le storie locali e gli avvenimenti del mondo, passati e presenti. Insomma, non aveva mai smesso di dedicarsi a qualcuno e questo le era stato di grande aiuto. Ora però, altre persone erano venute a riprendere le vecchie cose. Avevano portato via tutto il trasportabile e chissà cos’altro ancora le avrebbero sottratto. Sentiva un grande vuoto, un silenzio totale, questa volta, sì, reale e definitivo, muto come l’abbandono, deserto quanto l’assenza. Abituata com’era al mormorio vitale di cose, animali e persone, sperò che almeno il soffio del vento, il ticchettio della pioggia e il continuo brusio della terra, non la lasciassero sola anche loro. Da sempre, infatti, quelle voci della natura le avevano raccontato, con dovizia di particolari, vicende e storie successe in ogni luogo e in ogni epoca. La sua prostrazione, comunque, non poteva nascere soltanto da quel prevedibile stato di cose. Di sicuro dovevano esserci motivi più profondi che le causavano infelicità e rabbia. Un poco alla volta, lo scenario le apparve più chiaro.

Il mondo che aveva conosciuto si era trasformato, forse troppo rapidamente, in qualcosa che non comprendeva bene. Sapeva che ogni cambiamento, seppur piccolo o superficiale, quando avviene con troppa rapidità, può modificare notevolmente anche la sostanza delle cose. Nei tempi andati si era sempre adeguata alle trasformazioni esistenziali, imposte da eventi naturali o dalle mode della storia, ma adesso non le riusciva più come in passato.

“La velocità con la quale l’uomo modifica il mondo a suo piacere sta diventando più pericolosa del cambiamento stesso. I ritmi figurati e creativi della natura, come il lento trequarti terra acqua aria, il duequarti sole luna o il quattroquarti primavera estate autunno inverno, con il frenetico intervento degli uomini, vengono drammaticamente inquinati da aritmie incomprensibili e preoccupanti. La coreografia e le cadenze regolari della terra sono trasfigurate dalla fretta spasmodica dei ballerini i quali, a loro volta, finiscono per confondersi in movimenti zoppi e osceni. È venuta a mancare la pazienza e la cultura dell’ascolto e così non si comprendono più né ritmi né melodie. Senza la dovuta considerazione del silenzio e della pausa, si stanno perdendo le sfumature meravigliose della grande armonia del mondo. Il ritmo degli uomini non è in sintonia con il ritmo dell’universo e di conseguenza i tempi della storia non coincidono più con quelli della natura. La materia immobile non lo è mai, anche quando lo sembra, però i sensi limitati dell’uomo illudono la sua percezione e lo ingannano, facendogli credere che intorno a lui tutte le cose siano stabili ed eterne. E invece, mentre l’umanità corre e salta qua e là con rinnovato furore, l’altra parte della natura continua a muoversi per la sua strada con passi lenti e precisi. Questi continui contrasti, questi disaccordi di ritmo, adagio veloce, rigoroso incerto, oggi più esasperati di sempre, hanno assunto i toni di una competizione assurda e feroce e probabilmente, alla fine della lotta, resteranno in piedi solo gli sconfitti. L’uomo troppo spesso si lascia confondere da accelerazioni e furori, da scoppi fragorosi e da lampi accecanti. Sono segnali forti, evidenti e al contempo carichi di aspettative esaltanti. Per loro natura, però, restano effimeri e volubili. Non hanno spirito e non portano storia. Solo pochi li sfuggono mentre la maggior parte della gente ne resta coinvolta e affascinata anche quando il loro contenuto è ben poca cosa. La costanza, l’equità e la certezza della natura, non vengono annunciate da luccicanti bandiere né da chiassosi tamburi e passano inosservate. L’uomo spesso si perde a inseguire con fretta e avidità tutto ciò che luccica o rimbomba e mai si ferma a riflettere se la meta che sta cercando sia proprio quello che gli manca davvero. Galoppa a testa bassa verso un premio effimero, un traguardo finale che spesso non mantiene le promesse annunciate e, per quanto si affanni e si disperi, là non troverà ad aspettarlo, brindisi a bollicine né baci delle miss”.

La casa non era mai stata capace di muovere un passo, eppure, o forse proprio per questo, aveva mantenuto negli anni una spiccata sensibilità del ritmo. A volte lo esibiva con brevi brividi e lunghe pause, ascoltando tutte le musiche della natura che le giravano intorno, dai fruscii leggeri delle foglie battute dal vento, ai canti fantasiosi degli animali in amore, fino ai cori potenti e armoniosi degli uccelli. Aveva tempo e modo di dedicarsi alla comprensione della grande vibrazione dell’universo, silenziosa per le orecchie frettolose e limitate della gente, ma melodia stupenda per i suoi sensi. Lei ne godeva però nessuno la capiva. Da sola si gustava tutta la musica e il suo andamento lento. L’immobilità della casa era solo apparente. Nel suo intimo le particelle vibravano imprevedibilmente ma sempre all’unisono con la profonda radiazione sonora della materia. Invece, gli unici movimenti percepibili e circadiani che le erano concessi, si avvertivano nei primi momenti della notte, quando si dondolava nel buio e, con rapidi fremiti dei muri e dei pavimenti, permetteva alla sua gente di addormentarsi più facilmente. Altre volte succedeva al mattino presto mentre stiracchiava per un po’ i tetti umidi e le travi indolenzite, prima d’iniziare una nuova giornata di lavoro. Ultimamente però non riusciva più a sincronizzarsi con i ritmi troppo alterati dei nuovi tempi: il presente fuggiva verso il passato e il futuro incombeva troppo in fretta. Lei restava più indietro e sempre più sola.

Delle numerose persone che l’avevano abitata, solo poche erano state capaci di accompagnare i suoi passi incerti. Tutti gli altri, pur rendendosi conto delle difficoltà, non avevano nemmeno rallentato, neanche una volta ogni tanto, per tenderle una mano in appoggio ai suoi improvvisi casquè. Avevano pensato bene di inseguire i loro interessi ed erano scappati via ancora più in fretta. E così una buona volta, quella danza poco amorevole era finita in un vortice stizzoso di calci e pestoni, come se casa e uomini fossero sempre stati dei ballerini principianti. Un bel giorno, e questo le fece ancora più male, si vide strappare via dai muri esterni, senza nessuna giustificazione, il suo intonaco bianco. Come una prima ballerina aveva sempre indossato quel candido costume con estrema eleganza, fin dalla messa in posa del suo ultimo mattone. D’improvviso si sentì nuda e disperata come una bambina a cui venga tolto di dosso troppo presto il bell’abito nuovo della domenica, subito dopo il ritorno dalla messa mattutina. La festa era appena cominciata e a lei pareva già finita.

La casa possedeva conoscenze impensabili ma non era ancora riuscita a esternare agli uomini il proprio grande sapere. Forse si trattava di un disaccordo tra sensibilità o esigenze molto diverse e comunque, all’inizio, non si dannò a cercarne cause e rimedi. Ora, però, ne avvertiva un forte bisogno. Sentiva svanire la sua coscienza, a poco a poco, come lentamente evapora fra quelle pianure la nebbia di un mattino d’estate. Le restava ancora qualche calcinaccio di dignità e doveva mantenerlo per la vecchiaia che si approssimava. La sua dignità, la dignità di una vita, faticosamente conquistata a dispetto dell’ingiustizia e della cattiveria del mondo, adesso poteva essere spazzata via in un attimo dall’ignoranza dell’uomo. La paura di un finale non degno della sua esistenza non la faceva più riposare. Non voleva finire come fenomeno da baraccone, o meglio, nel suo caso, come baracca-fenomeno, né essere additata, durante la triste agonia, per le rughe sui pavimenti, la pelle ruvida e scrostata dei muri, la fragilità delle fondamenta, le tegole cadenti e canute, le puzze dei bottini e il nero del buco del camino. Soprattutto, non voleva essere derisa per il vacillante equilibrio del suo sottotetto che con gli anni si sarebbe trasformato in duratura instabilità. Non le sembrava giusto subire l’umiliazione di un’intimità violata né essere sopraffatta da sguardi incuranti e irrispettosi dei suoi pudori personali. Ultimamente, invece, l’uomo si divertiva a spalancare il sipario sulle miserie e le sporcizie del mondo, portate in scena, come in un tragico spettacolo teatrale, da curiosità irriverenti e morbose. Tutto questo non era solo miseria e sporcizia, era una follia generalizzata che nemmeno la morte riusciva a sfuggire. Con la loro mania di cambiare e ritoccare a ogni costo la scenografia della natura con artefatti talvolta inutili e più spesso nocivi, gli uomini erano riusciti a mettere a nudo solo i loro difetti e le loro pochezze intellettuali. Si sentivano unici e onnipotenti e diventavano sempre più sfacciati e pericolosi.

“Adesso, sbagliando ancora una volta tempi e modi, essi agiscono da sicuri padroni e, senza pensare, corrono verso conquiste individuali e di certo effimere. Non più tutto per il tutto, ma tutti contro tutti. In questa gara spietata, anche le cose personali, come la sofferenza, la malattia e la morte, da sempre rispettate nel corso naturale dell’esistenza, diventano invece spettacoli di pubblica piazza, da ingoiare con indifferenza prima o dopo i pasti. Tutti gli esseri di questo mondo si troveranno prima o poi a combattere, senza possibilità di successo, l’ultima battaglia per la vita, tra dolori insopportabili, schizzi di linfa e sangue e rutti di gas e fuoco, logorati nella mente e nei corpi, con aspetti irriconoscibili, pallidi, smunti e con facce più brutte della loro stessa paura riflessa dagli occhi di chi sta a guardare. Eppure, fissare gli sguardi spaventati di persone e animali, ascoltarne i flebili lamenti o le urla raccapriccianti, guardare le loro membra dilaniate da ferite putrefatte, da fratture e contusioni violente, osservarne i travasi e i vomiti incontrollati di liquidi e solidi puzzolenti, udire le loro inutili parole di aiuto, incomprensibili e alterate da brividi inarrestabili o da febbri brucianti, e poi magari riderne per i balbettii senza senso dettati da quei cervelli ormai liquefatti, è diventato facile quanto sedere in comode poltroncine di velluto rosso e seguire, in una sorta di grande rappresentazione teatrale sapientemente diretta da occulte regie, queste tragedie personali, in cui tutti, con un accanimento morboso e volgare, se ne fregano altamente dell’intimità violata e della dignità calpestata. Spiare i penultimi respiri della natura in attesa che arrivi l’ultimo, per certa gente, è l’unico modo di provare emozioni. Semplice curiosità e falsa umana umanità. I signori si possono accomodare, lo spettacolo è appena iniziato e ancora una volta, senza rispetto per la vita e meno assai per la morte”.

D’improvviso alla casa tornò in mente, con tristezza e commozione, l’ultima volta che aveva visto la sua vecchia gatta. Li aveva amati sempre e li ricordava tutti i suoi gatti. Centinaia e centinaia di immagini di musi, di code, di groppe, di zampe, di peli, di colori, di occhi, di orecchie, di fusa e di miao, le passarono rapidamente davanti alle finestre e una in particolare si fermò un momento più delle altre. Si diceva che il gatto, per dimostrare al mondo intero che non aveva bisogno di padroni, si affezionasse maggiormente alle case piuttosto che agli uomini, e quella gatta lo aveva fatto con coerenza e passione e non per compiacere all’antica diceria. La Micia, così chiamata dai contadini per semplicità e dalla casa per antonomasia, era un bellissimo felino domestico, dal pelo lungo e folto i cui colori sfumavano senza ordine preciso, dal bianco all’arancio e dal nocciola al nero. La grossa testa soriana, con grandi occhi verdi, vispi, lucidi e contornati da un marcato rigo nero da farli sembrare truccati, le conferiva un aspetto affascinante. Le zampe lunghe e il corpo magro slanciavano la sua figura ma, per la coda folta e breve, appariva più alta che lunga. Passava gran parte del suo tempo dentro casa, ne usciva solo a caccia di amori e prede o per bisogni personali. Era dolce e riservata e amava strusciarsi a ogni spigolo dei muri, non per grattarsi o arruffianarsi per il cibo, come facevano tutti gli altri gatti, ma per mostrare continuamente il suo affetto unico e vero alla casa. Non aveva mai imparato a fare le fusa e, in compenso, quando raramente aveva voglia di farle, soffiava e aspirava in modo inconfondibile ai piedi delle donne, non fidandosi troppo degli uomini e dei bambini. Era giunta a un’età eccezionale e aveva superato con forza e dignità numerosi incidenti, malattie e tante altre ingiuste sofferenze, provate per i figli e i nipoti spariti troppo presto.

Una mattina d’estate – la Micia aveva superato da poco il quindicesimo anno di vita - dopo essere scomparsa per alcuni giorni, riapparve sull’aia. Non entrò come al solito dentro casa ma rimase fuori, immobile sotto il sole e in piedi per lungo tempo, sorda ai richiami delle massaie. La casa l’osservava dalle sue finestre anteriori, l’aveva capita e soffriva insieme a lei. I suoi occhi, sempre truccati, ora apparivano velati e lo sguardo fisso lontano, quasi assente, aveva perso la sua folgorante vivacità. Il pelo le era caduto a ciocche, mostrando larghe chiazze di pelle nuda in un corpo così intirizzito e secco che, se non ci fosse stata una testa attaccata, poteva sembrare, con quel misero ciuffo di peli rimasto sulla coda, un consunto e bruciacchiato scopino da focolare. Era contornata da un nugolo di mosche verdi merdofile, che si posavano tranquillamente sulla sua pelle per succhiarne il sangue rappreso o per depositarvi le loro uova, tanto la Micia non aveva più la forza né la mobilità della coda e del collo per poterle scacciare. Perdeva liquidi verdastri dalla bocca e dal culo ma non si lamentava né soffiava per chiedere coccole o cibo e neanche qualche improbabile aiuto. Verso il tramonto, dopo un tempo che alla casa sembrò infinito, alcuni contadini rientrando dai campi si accorsero del grave stato della Micia dal cattivo odore che emanava il suo corpo. Tre uomini, allora, per paura che volesse entrare dentro casa, la circondarono tenendosi a una certa distanza, conveniente a evitarne la puzza. Poi, con grandi forconi e lunghe scope di saggina, a spintoni e punzecchiature, cercarono di mandarla verso uno stanzino vuoto dei maiali. La Micia in un primo momento abbassò la testa, forse dalla vergogna o dalla paura, e, per la prima volta, sembrò ubbidire alle imposizioni degli uomini. D’improvviso, però, nella grande sorpresa generale, con un estremo sforzo dolorante, la Micia s’infilò fra le gambe di uno di loro ed emise un miagolio così acuto e deciso che superò di gran lunga le grida e gli insulti degli altri spettatori accorsi sull’aia. Per la sorpresa e lo spavento l’uomo cadde a terra e lei scappò via indisturbata. Si dileguò fra le casce e le ficaie, corse lungo i filari di viti e testucchi e scomparve alla vista di tutti, infilandosi nella forma che separava due campi contigui di grano maturo. La Micia non si rivide mai più.

Quel giorno era tornata soltanto per salutare la sua cara amica casa e poi aveva scelto di andarsene lontano, sola come sempre aveva vissuto, rifiutando ogni sorta di aiuto e di compassione. In realtà quella era una fuga dalle offese e dalla derisione degli uomini. Non voleva finire umiliata per la sua lampante incapacità di sconfiggere la grave malattia che le avrebbe impedito di vivere la proverbiale settima vita dei gatti. La Micia non si fece sottomettere da quelle persone ignoranti e credulone e, come sempre aveva fatto, se ne fregò altamente delle stupide dicerie popolari. Non aveva tempo da dedicare a quelle sciocchezze, doveva fare ancora alcune cose, o forse soltanto una, ma era diventata la più importante. Così si lasciò cadere sull’erba umida di quel fosso, lo stesso dove era nata tanto tempo prima in una notte di luna piena. Risentì il fiato materno sulla pelle e il sapore del latte caldo in gola, abbassò lo sguardo dolcemente e sorrise, accennando per la prima volta a delle improbabili fusa. Poi pian piano anche la luna svanì dai suoi occhi, e non erano fusa né latte né fiato materno, era un rantolo lieve, un grumo di sangue uscito di bocca con una smorfia che pareva sorriso. La casa continuò a guardare finché le finestre di dietro restarono aperte e, quando dalle grondaie caddero a terra gocce rapprese della prima umidità della notte, rivolse lo sguardo alla luna.

Ormai la casa si rendeva conto che stava ricordando, in modo forte e chiaro, le sensazioni e le emozioni, suscitate e resuscitate dagli avvenimenti e dai personaggi di allora, più che gli avvenimenti e i personaggi stessi. Non erano certi fatti che tornavano in lei ma era lei che si riappropriava completamente dei sentimenti provati in quelle circostanze. Non si trattava, quindi, soltanto di memoria, ma di tanta e forse troppa nostalgia. “Le lacrime delle cose sono un brutto segno dei tempi”, rimbombò nella sua testa, e alcune gocce di umidità le rigarono i muri. Certe storie passate le avevano insegnato la vita e ora a malapena le bastavano per sopravvivere. In quel mondo lontano, le ombre rimanevano sempre più indistinte, immobili e smorte, senza il calore che le aiutasse a risvegliarsi. Solo lei avrebbe potuto riscaldarle.

“Un boato cupo, freddo e brevissimo, un tremito arcano sceso dal cielo o salito dalla terra, inonda di colpo le mie fondamenta, risale fra i mattoni e poi, lungo il camino, raggiunge il colombaio. Infine si disperde silenzioso nell’aria. Ecco, ora lo so: senza rispetto e senza alcuna dolcezza, in triste compagnia di tanti rimpianti, sta arrivando la fine prevista. Certo, i miei materiali potranno continuare a servire e a sentirsi vivi in altri luoghi, in nuove dimore, ma l’identità unica di questa struttura scomparirà per sempre e nessun’altra combinazione potrà ridarmi la sua particolare coscienza. Un poco alla volta, spogliata di tutto, a morsi e a botte sarò graffiata, lacerata e spezzettata senza ritegno. Rimarrò soltanto uno scheletro fragile e vuoto, con i canali disseccati, le travi divorate e le pareti polverizzate. Attenderò così, crollo dopo crollo, la caduta dei tetti e lo schianto dei muri fino al collasso finale del cuore.

Polvere e fango i miei miseri avanzi, avanzi di niente”.

Il boato fu avvertito anche da Mario che russava disteso sul vecchio divano lercio e bucherellato. Si alzò di scatto e si diresse in mutande, barcollando nel buio, verso la finestra della stanza. Cadde per terra. A tentoni annaspò, come un pesce fuori dall’acqua, sul pavimento di mattoni fino a che le sue mani non riconobbero il fiasco. Restando disteso, bevve altri lunghi sorsi di vino rosso molto del quale si riversò sul torace nudo, poi si risollevò un poco. Ruttò così forte che la stanza rimbombò di nuovo e insieme all’aria gli uscì dalla bocca un vomito acido e verdastro con pezzetti di noci mal digerite. Le noci, da alcuni giorni, rappresentavano il suo unico pasto. Aveva fame ma bevve ancora del vino, e dopo, mezzo ubriaco, tornò a russare disteso sul pavimento sporco. Mario si sentiva completamente frastornato da certi pensieri e da certe voci che durante le notti precedenti lo avevano assalito nel sonno senza farlo riposare mai. Era così stanco che il suo russare non gli impediva di dormire. Gli sembrava di essere un tenero pioppo sul greppo del Salarco in piena, sbattuto, sradicato e trasportato via da acque inarrestabili e fangose, verso luoghi a lui sconosciuti. In realtà era un torrente di parole e di pensieri, una fiumana di storie, di persone, bestie e cose lontane nel tempo, che gli arrivavano addosso, tra sogno e realtà, confondendogli le idee e ancor più il cuore. Tutto per lui era difficile da capire, travolto e stravolto da strane riflessioni sulla vita e la morte, la materia e lo spirito, il ritmo e la musica. Sudava e respirava a fatica. Le fasi di apnea diventarono sempre più frequenti e la sua trippa lucida, a un tratto, smise di andare su e giù per un lunghissimo tempo. Poi la gola aspirò voracemente una gran quantità d’aria tutta insieme. L’aria creò una turbolenza gassosa così violenta e rumorosa che gli scosse il corpo mezzo assopito. Mario adesso era sveglio davvero e la sua trippa si muoveva con ritrovata regolarità. - In vino la verità e in fumo la libertà - farfugliò la battuta per se stesso ma non sorrise. Tracannò dell’altro rosso, accese due candele e una sigaretta, pisciò e scatarrò dalla finestra e poi andò a sedersi al tavolino. Aprì il primo quaderno e: “È dal pozzo che escono le voci, pensò, da quel lurido buco di pozzo, stretto e profondo!”

1) Virgilio, Eneide, L. I v, 462
progetti/piero/frontiera2/1.txt · Ultima modifica: 23/04/2019 23:07 da cesiano