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documenti:revisione_aprile_2013

Revisione aprile 2013

Cap. I

1) La formazione dell’azienda (1553  – 1864)

(m.f.)     

La bonifica della Val di Chiana è stata un'impresa lunga, titanica, che si è svolta per secoli dal 1300 circa fino al 1944, quando fu deciso di non portare più a termine quelle colmate che, se fatte, avrebbero provocato la scomparsa dei laghi di Montepulciano e di Chiusi.

Gian Franco Di Pietro1), nel primo volume sulla storia della bonifica della Valle, fa una dettagliata ed esauriente cronologia dei lavori, a cominciare dalle prime vaghe notizie fornite da scrittori dell'antica Roma (Plinio, Strabone, ecc.), fino al 1972, anno in cui termina la costruzione della diga della Foenna in prossimità del castello del Calcione. Il volume, inoltre, contiene anche numerosissime foto, aeree e da terra, e riproduzioni di mappe geografiche, di planimetrie, di piante di fabbricati e di ponti, di cabrei, di progetti idraulici, ecc., che lo rendono indispensabile a chi volesse documentarsi sulla storia e sulla formazione della valle.

A quest'opera immane concorsero ingegni e statisti dei secoli passati, primo fra tutti Leonardo da Vinci, ma è soprattutto al tempo dei Lorena e con Pietro Leopoldo (divenuto nel 1790 imperatore d'Austria) e poi con Leopoldo II, che per il prosciugamento della palude e la bonifica agraria della Valle furono messi a disposizione ingenti capitali finanziari e le migliori forze intellettuali del tempo: matematici come Gaci, Viviani, Torricelli, Grandi, Corsini, Perelli; ingegneri e architetti come Franchi, Tosi, Ximenes, Possenti, Fossombroni e Manetti; e poi economisti, medici (come G. Giulj di Foiano), agronomi.  La bonifica fu totale, perché non si limitò a eliminare, con una particolare tecnica come quella delle colmate, le paludi, ma comprese tutte le strutture e le infrastrutture necessarie alla crescita economica ed umana della valle: case, stalle, magazzini, fattorie furono progettate e disegnate dai migliori architetti di allora, fino a rendere tutta la Val di Chiana una terra “di massima artificialità del paesaggio” (Di Pietro 2005:12).

Man mano che la bonifica procedeva, i terreni recuperati erano preparati per la coltivazione (dopo un'aratura, per dieci anni erano lasciati alle erbe spontanee, poi erano destinati alle coltivazioni), si approntavano le infrastrutture (strade, ponti),  si costruivano le case per i contadini, si predisponeva l'organizzazione delle aziende future con la costruzione di fattorie ubicate nei luoghi più adatti alla loro funzione.

A metà del 1700, i lavori di bonifica e di appoderamento erano, nella zona in cui sarebbe poi sorta la fattoria dell'Abbadia, già abbastanza avanzati. In quest'opera svolsero un ruolo fondamentale i mezzaioli, figure di lavoratori che non sono né braccianti e né  mezzadri, sui quali ultimmi si basava il sistema di conduzione agraria delle zone di piano-colle di tutta la Toscana.

 Per avere chiare le differenze tra mezzaioli e  mezzadri si riporta qui quanto scrive G. Di Pietro:

 

I mezzaioli oltre a lavorare nelle terre spezzate e nelle terre nuove, avviate alla produzione dopo la bonifica e ancor prive di colture arboree, delle quali dividono a metà i prodotti, vengono coinvolti, come lavoranti dai mille mestieri, in tutta una serie di attività come la prestazione di opere nei lavori colonici nei periodi di punta, nel taglio dei boschi e in lavori extrapoderali (raccolta dei fieni, dei legnami e dei bozzoli, manutenzione degli argini e delle colmate, ecc.). In genere non dispongono di abitazione autonoma entro l'azienda e del bestiame padronale per la coltivazione delle terre, anche se a volte tengono animali a soccida. Essi rappresentano “la frangia mobile della società contadina”, ambito di selezione dei nuovi nuclei, destinati, via via, a sparire in rapporto al completamento del processo di appoderamento2).

  

La bonifica delle terre progrediva speditamente non solo per l'opera dei mezzaioli ma anche per la molta manodopera bracciantile disponibile nei borghi e nei villaggi posti sulle colline circostanti, contrariamente a quanto avveniva nella Maremma, dove la manodopera scarseggiava nonostante esenzioni e privilegi concessi per richiamarla. A questo proposito così scrive lo storico Antonio Zobi:

Ma a sì brillante risultato ha immensamente contribuito la peculiare circostanza che i poggi collinari adiacenti erano ripieni d'abitatori bisognosi d'estendersi per procurarsi la sussistenza3).

 

Dopo il completamento della bonifica,  il territorio risultò diviso in quindici Fattorie, così distribuite: Possessioni della Corona (Pulicciano, Frassineto, Chianacce, Valiano, Dolciano); Possessioni del Demanio (Acquaviva); Possessioni dell'Ordine di S.Stefano (Font'a Ronco, Foiano, Bettolle, Creti, Montecchio, Tegoleto, Pozzo, Bettolle, Abbadia).

 

2) Dal 1808 al 1864.

Nel 1805, a seguito di un motuproprio della Corona, dalla fattoria di Bettolle sono scorporati dei terreni che insieme ad altri ricavati dalla bonifica vengono a formare la fattoria di Abbadia.

Nel 1808 la fattoria risulta essere composta da quattordici poderi, con una popolazione complessiva di 188 persone. Le costruzioni presenti, oltre ai  casolari mezzadrili,  sono le due case delle guardie e quella del fattore.

La fattoria possiede già un migliaio di capi di bestiame e produce grano, biade, vino, seta, canapa, lana, formaggio e carne.

E' da notare che oltre ai mezzadri ci sono due famiglie di mezzaioli, il che significa che la bonifica non era stata ancora completata, e difatti  il palazzo del fattore sarà realizzato da lì a poco, in un terreno che ancora, nel 1808, doveva essere colmato.

Nella pianta di Fattoria risalente al periodo napoleonico accanto ai poderi esistenti, che sono numerati in cifre romane, ci sono anche i poderi progettati, in numero di 16, che sono indicati con cifre arabe. Dodici di essi sono localizzati ai lati di quello che sarà lo stradone della Fuga, ribattezzato qualche tempo dopo come la Fila. E' questo il momento in cui comincia a delinearsi la struttura di Fattoria che è giunta fino a noi, con il caratteristico e straordinario rettilineo che collega la parte Nord della Fattoria, confinante con quella di Bettolle, con quella Sud dove ancora ci sono delle colmate in atto (è la zona delle Manzinaie, terreni cioè non ancora pronti per le colture cerealicole, utilizzati per fornire foraggi). Su questo stradone, caratterizzato da due filari di gelsi, si allineano molti dei casolari di nuova progettazione.

Nel 1822 i poderi sono diventati ventidue, tutti assegnati a famiglie di mezzadri; le colmate devono essere state ultimate e non se ne prevedono altre, tanto che non risultano presenti famiglie di mezzaioli.

 Trentadue anni dopo, nel 1854, i poderi diventano 23, la popolazione è costituita da 384 unità. Riprende l'espansione dell'azienda, perché ci sono anche quattro famiglie di mezzaioli che accudiscono terreni non ancora messi a coltura. In quest'anno, durante la mietitura, le fattorie granducali ebbero la visita di Leopoldo II; quella di Abbadia lo ospitò durante l'ora del pranzo.

La “Pianta geometrica della Real Fattoria di Abbadia”, disegnata da A. Barghini nel 1858, in cui sono riportate le localizzazioni dei poderi, mostra già l'azienda nel suo aspetto “moderno”, con i poderi nuovamente aggiunti e con i corsi d'acqua della Foenna e del Salarco già nella loro sistemazione odierna.

Nel novembre del 1859, con decreto del Governo provvisorio presieduto da Bettino Ricasoli, l'Ordine di s. Stefano viene sciolto ed i suoi beni, tranne quelli di competenza delle commende patronali, passano allo Stato toscano. Nello stesso periodo la Direzione idraulica della val di Chiana è soppressa e le sue competenze passano al Genio Civile di Arezzo.

Nel 1861, con la proclamazione dell'Unità d'Italia, tutti i beni immobili appartenuti al demanio o alla proprietà dei granduchi, passano al Demanio dello Stato italiano. La decisione del nuovo governo è quella di disfarsi di tutti i beni non destinati ad uso pubblico, alienandoli ai privati. Così nel febbraio del 1864 le Fattorie di Abbadia e di Bettolle vengono cedute unitamente. I 782 ettari di terreno della fattoria di Abbadia sono suddivisi in 25 lotti e venduti, quasi tutti, al barone Bettino Ricasoli e al conte Bastogi, tutti e due ex ministri del Governo provvisorio toscano.

 

Cap. II

1) La fattoria: dalle Reali Possessioni all'amministrazione Bastogi-Ricasoli (gf)

Avviso d'asta: legge 21 agosto 1862

Il giorno 11 febbraio del 1864, nei locali della Direzione del Demanio di Siena, si procedeva, secondo la legge del 21 agosto 1862 n° 793, alla vendita all'asta di alcuni possedimenti delle Reali Possessioni in Valdichiana. Il giorno14 del seguente mese di marzo si stipulava il contratto di acquisto dei 18 lotti della Fattoria dell'Abbadia secondo quanto risultato dalla vendita al pubblico incanto. Le parti contraenti erano: da un lato, il demanio, nelle vesti di parte venditrice delle ex possessioni granducali che il neonato Stato Italiano aveva deciso di alienare, e dall'altro il Barone Bettino Ricasoli e il Conte Pietro Bastogi, gli acquirenti4).

La Fattoria così viene descritta nella relazione di Iacopo Gugliantini, Ingegnere delle Reali Possessioni in Val di Chiana (Cabreo della Stufa):

Cabreo della Stufa

«Questa fattoria faceva parte di quella di Bettolle, dalla quale fu divisa nell'anno 1806. Manca di casa, che per anche non è stata fabbricata. Attualmente il fattore abita una casa presa in affitto. La Tenuta per la maggior parte è stata formata da nuovi acquisti stati fatti per servire al sistema delle colmate per mezzo di compre fatteda quei particolari, che non avrebbero potuto sostenere le spese necessarie alle operazioni delle colmate. Così nella medesima forma che manca di casa di fattoria, manca ancora di case per i lavoratori. E' tutta assieme una delle più belle e regolari tenute, tanto che le case coloniche se fossero disposte simmetricamente, potrebbero formare bel colpo d'occhio, e essere di maggiore utilità all'Agenzia. Avvertenza che bisognerebbe avere giacché conviene fabbricarne dodici o quattordici almeno. La sua estensione attuale e di 1995 quadrati distinti come segue: terreno coltivato e seminativo 1085, prativo 103, in colmata 435, palustre 230, occupato dalle strade 52, occupato da fiumi e argini 89. Non vi sono che 16 poderi e 172 lavoratori ; il restante del coltivato si sementa a mezzeria da altri abitanti della campagna. Vi sono 998 capi di bestie per il valore di lire 54488 o siano scudi 7784. I suoi prodotti sono grano, biade, vino, seta, canapa, lana, formaggio e carne o bestiame. La rendita di un anno sul decennio preso dal 1788 incluso a tutto il 1807, è di lire 39011, o siano scudi 5573 moneta toscana. Ma potrà aumentare a proporzione che saranno fabbricate case dei lavoratori. E detta vendita è al netto di pesi pubblici e comunicativi, e di ogni spesa di amministrazione, e ogni mantenimento di fabbriche, e di coltivazioni».

La fattoria, dunque, era stata costituita nel 1806 da una divisione della fattoria granducale di Bettolle e aveva portato in dote 16 poderi e 1995 quadrati di terreno5).

Il Gugliantini, inoltre, annotava l'esigenza, per fare di questa fattoria una delle più belle in assoluto, di costruire oltre alla casa del fattore, 12 o 14 nuovi poderi posti in modo simmetrico. Ecco, da quella intuizione poi realizzata, prende sostanza la Fila, toponimo con cui verrà da allora indicata dalle popolazioni chianine, e non solo, l'intera Fattoria dell'Abbadia. La società tra il Barone ed il Conte durerà solo pochi anni, fino al 1877, quando il Ricasoli lascerà la sua quota parte al Bastogi, puntando ad investire le sue risorse finanziarie nelle terre bonificate della Maremma e nella vecchia proprietà familiare di Brolio.

La fattoria venne acquistata per Lire 1.191.281,26 di cui Lit. 1.165.840,84 il valore venale più 25.440,42 di spese accessorie, pagabili in 5 rate di Lit. 233.168,17 al tasso di interesse annuo del 5%. L'acquisto fu finanziato, molto probabilmente in toto, dalla Banca Bastogi. E' questo un elemento che si può inscrivere come il primo conflitto d'interessi della storia italiana dopo l'Unità.

Era composta da 25 poderi con casa colonica condotti a mezzadria più alcuni appezzamenti coltivati da mezzaioli6), per un totale di circa 800 ettari, dalla Chiesa oratorio di Sciarti, dall'antico e maestoso Torrione centro nevralgico di tutte le attività sia agricole che scolastiche e ricreative; inoltre il bellissimo complesso di strutture della fattoria con villa padronale posti sul colle di San Pietro Vecchio, nelle immediate vicinanze del paese di Abbadia di Montepulciano.
Queste le denominazioni dei poderi e delle mezzerie e relativi lavoratori:

Podere Mezzadro
S.PIETRO VECCHIO -FANCIULLI FERDINANDO
STRADA -CONTEMORI GIOVANNI
PORTICCIOLO 1° -CALDESI GIACINTO
PORTICCIOLO 2° -TERROSI ANGELO
SCIARTI 1° - GHEZZI PIERANTONIO
SCIARTI 2° -MOZZINI PASQUALE
AIOLA 1° -BENNATI GIUSEPPE
AIOLA 2° -MARCHI DOMENICO
AIOLA 3° -CASINI LUIGI
FERRETTI -PUCCI LUIGI
CATENA-
S.VITTORIO -PUCCI PIETRO
S.LUISA -GALAURCHI SETTIMIO
SAGGINALI -FALCIANI
S.CRISTINA -CALFIDO GIAN MARIA
S.GIO.NEPOMUCENO -MENCHICCHI PIETRO
S.LEOPOLDO -STACCIOTTI ANGELO
S.FERDINANDO -BASTREGHI PASQUALE
S.CARLO -NANNOTTI LUIGI
S.FRANCESCO -TAMAGNINI ANGELO
FUGA 1° -BASTREGHI FEDERIGO
FUGA2° -PALMERINI DOMENICO
S.PIETRO NUOVO -BENNATI FRANCESCO
STRINGAIE -SONNATI FABIANO
CASA DELL'ORTOLANO -GRILLI BENEDETTO
MEZZAIOLI:
DI VAGLIANO -QUINTI LEONARDO
DI GRACCIANO -IRADIRITTO ANNUNZIATA
DELLA FORNACE -FACCHIELLI ANGELO
DELLA FONTE -BENNATI TERESA

2) Gli acquirenti.

(gf)

Bettino Ricasoli, soprannominato “Il Barone di ferro” per la sua intransigenza, è considerato con Cavour, Mazzini e Garibaldi uno degli artefici dell'unità d'Italia. Nato a Firenze il 9 marzo 1809 da una ricca famiglia fiorentina in decadimento, vive la sua infanzia quasi sempre insieme alla famiglia nel Castello di Brolio. Dovrà interrompere giovanissimo gli studi di agraria a causa della morte del padre che lo lasciò in un mare di debiti per cui dovette essere dichiarato maggiorenne per decreto all'età di 18 anni. Nel 1848 inizia la sua ascesa politica con l'elezione a Gonfaloniere di Firenze. Nel 1859 viene nominato Ministro dell'Interno del Governo Provvisorio Toscano, carica che gli permise di diventare il protagonista dell'annessione della Toscana al nuovo Regno d'Italia costituitosi il 17 marzo 1861. Sempre nello stesso anno fu l'esecutore materiale dell'abolizione dell'Ordine Equestre di S. Stefano al quale appartenevano molte fattoria in Val di Chiana, contribuendo anche, alcuni anni dopo, alla stesura del decreto con cui si sanciva la pubblica vendita di tutte le fattorie detenute dallo Scrittoio delle Possessioni. Provvedimenti che gli verranno utili quando in data 11 febbraio 1864, insieme all'amico Conte Pietro Bastogi acquisterà alcune delle più prestigiose fattorie granducali.

Politicamente apparteneva al “partito” della Destra storica, nata con Cavour e composta principalmente dall'alta borghesia e dai proprietari terrieri che governerà il paese nel primo decennio dell'unità d'Italia. Il 12 giugno 1861 raggiunge per la prima volta l'apice della sua carriera politica succedendo a Cavour nella carica di Primo Ministro. Si dimetterà il 3 marzo 1862 per gravi incompatibilità con il Re Vittorio Emanuele II. Ritorna alla guida del paese il 20 giugno 1866 succedendo ad Alfonso La Marmora per uscire definitivamente dalla scena politica il 10 aprile 1867, quando con le nuove elezioni gli succede Urbano Rattazzi. L'unica carica politica che mantenne fu quella di Sindaco di Gaiole in Chianti. Fondatore dei giornali La Patria e la Nazione, il suo nome è legato e ricordato soprattutto per la sua“ creatura” per eccellenza, quel vino Chianti che sarebbe diventato poi famoso in tutto il mondo. Ricasoli muore nel suo Castello di Brolio il 23 ottobre 1880.

Pietro Bastogi nasce a Livorno il 13 gennaio 1808 da una famiglia di commercianti di spezie originaria di Civitavecchia. Studia presso i frati barnabiti, ancora giovanissimo conosce Mazzini e fa parte della Giovine Italia di cui diviene Tesoriere. Ministro delle Finanze dal 3 aprile al 12 giugno 1861 con il primo governo Cavour, mantiene l'incarico con il governo presieduto dall'amico Bettino Ricasoli (12 giugno 1861-3 marzo 1862). Durante il governo Ricasoli gli viene affidata la Concessione delle ferrovie meridionali su cui nacque uno scandalo che dette luogo ad una lunga inchiesta, terminata con una censura nei suoi confronti e di altri deputati.

Nel 1862 fonda la Banca Toscana di Credito per l'Industria e Commercio con cui molto probabilmente finanzierà l'intera operazione di acquisto della Fattoria dell'Abbadia. Sempre in quegli anni fonda la Società Italiana per le strade ferrate Meridionali da cui nascerà in seguito il noto Gruppo Bastogi. Sposato con Caputi Adele. avrà due figli, Giovanni Angelo e Gioacchino. Quest'ultimo si dedicherà come il padre alla politica e sarà rappresentante della Destra nel collegio elettorale di Montepulciano dove risulterà eletto prima alla Camera e poi al Senato del Regno per 5 legislature dal 1892 al 1909. Tante le opere realizzate nella città Poliziana durante il suo mandato, una per tutte il Museo. Pietro Bastogi muore a Firenze il 21 febbraio 1899.

Dopo la sua morte, la Fattoria dell'Abbadia passerà ai due figli, per finire dopo una divisione patrimoniale dei beni di famiglia nel 1910, esclusivamente al Conte Gioacchino che finirà col cederla negli anni a venire definitivamente alla famiglia Ciuffi che ancora la detiene.

Pietro Bastogi, facoltoso banchiere e rampante industriale delle linee ferrate, fu il pioniere in Valdichiana di un nuovo modo di fare agricoltura. Con arguzia e lungimiranza completerà la bonifica delle sue terre rese fertili e fruttuose dall'opera instancabile dei suoi illustri predecessori, Pietro Leopoldo e il vecchio Fossombroni su tutti. Ancora aleggiava sulle terre della bassa Chiana il ricordo delle due nobili figure che dal Torrione ammiravano commossi il riempirsi delle colmate delle acque tracimanti della Foenna per poi schiarirsi lentamente nel Canale Maestro.

3) Il primo decennio.

Il Conte Bastogi porterà in agricoltura la sua esperienza manageriale di finanziere e industriale. Capovolge completamente gli arcaici sistemi di conduzione padronale con molti aspetti che ricordavano il lontano feudalesimo. Costruisce una nuova rete stradale collegando tutti i poderi con la Fattoria. Ai bordi dei lunghi stradoni impianta centinaia di gelsi che saranno il supporto alla già esistente attività del baco da seta, ristruttura i vecchi poderi e ne costruisce nuovi, li dota di nuova attrezzatura, di nuovi locali per stalle dando impulso all'allevamento della razza chianina. Riduce drasticamente i vasti pascoli e la superficie dei seminati a cereali, introducendo nuove coltivazioni come il tabacco e la barbabietola da zucchero. Applica alla lettera il contratto mezzadrile con la ripartizione dei ricavi e delle spese al 50% e da buon banchiere introduce il conto corrente di fattoria gestendo per fini aziendali la massa di liquidità non ritirata dai coloni, ai quali sono garantiti adeguati tassi di interesse.

La contabilità a partita doppia introdotta in azienda, di chiaro segno commerciale, può apparire complessa per l'alta percentuale di analfabetismo dei coloni di allora, ma senz'altro rivoluzionaria rispetto al nulla di scritto e alla sola parola padronale che imperversava negli scrittoi dell'epoca. E' un successo; in pochi anni i bassi redditi colonici si moltiplicano e le famiglie mezzadrili della fattoria migliorano notevolmente le loro condizioni di vita. Ma soprattutto la nuova proprietà punta tutto sull'industrializzazione agricola ; si sperimentano nuovi macchinarti importati dall'Inghilterra e nel 1872 si applicava per la prima volta il metodo a vapore alla sgranatrice del granturco e alla macchina per pressare il fieno7) . Già in quegli anni interessanti reportage sulla Fattoria dell'Abbadia si potevano leggere sulla “Rivista di Agricoltura Industria e Commercio” la massima pubblicazione italiana del settore. Sta nascendo quella che in seguito sotto l'impulso della nuova proprietà Ciuffi sarà conosciuta e apprezzata come la “Fattoria modello”.

Ma se l'opera del Bastogi fu, dal punto di vista finanziario, molto importante per l'azienda, non meno essenziale fu l'attività manageriale e imprenditoriale del barone Ricasoli che l'amministrò con l'aiuto dei suoi tre più stretti e fidati collaboratori: il Maestro di Casa Ricasoli Federico Nezi, l'Agente Giovanni Lisi e la fattoressa Giuseppa Bigazzi. Il Barone non portò grandi stravolgimenti agli esistenti sistemi agricoli che provenivano dalle precedenti amministrazioni granducali, ma volle comunque lasciare il suo marchio.

Fine conoscitore della materia, avendo già immesso sul mercato quel nobile vino Chianti, ricavato dalla selezione delle uve pregiate della sua tenuta di Brolio, volle provare ad intensificare la produzione anche in quelle terre bonificate della bassa Chiana che non tanto si adattavano per le caratteristiche del terreno a tale scopo. Iniziò fino dagli anni 1865-66 a mettere a dimora migliaia di testucchi e barbatelle di vite che provenivano direttamente dai propri piantumari ed in poco tempo ogni podere della fattoria poté avere la sua vigna e la sua cantina. Il vino di parte padronale veniva venduto alle cantine di Montepulciano, trasportato in barili fino alla città poliziana dai mezzadri con i carri trainati dai buoi. Ogni viaggio, che durava un'intera giornata, veniva retribuito al colono con una paga di lit. 1,68. Tanto il Ricasoli teneva alla coltivazione della vite che durante una manovra militare del 1868 ebbe una forte diatriba, con tanto di chiamata a risarcire il danno, con il comandante del reggimento cavalleria Genova, tale Enrico Laugeri8), che aveva fatto sostare un suo battaglione nelle vigne della fattoria.

Oltre a impiantare nuove vigne e ripristinare le esistenti, il Ricasoli mise mano ad una ristrutturazione essenziale dell'intera rete poderale e alla costruzione di nuovi casamenti. Nell'anno 1868 furono ultimati i lavori della nuova fabbrica di Sant'Anna, nome con cui erano ancora chiamati i fabbricati rurali. I lavori edili furono eseguiti dal muratore Giovanni Valentini, gli impostami fatti dai fratelli Vignai di Abbadia, mentre ai lavori di manovalanza per prelevare la ghiaia dal Salarco, levare i mattoni dalla fornace Domenico Tiezzi e quant'altro, furono adibiti alcuni coloni e braccianti con una paga giornaliera pro-capite di cent. 0,84. L'intero costo per la costruzione del podere Sant'Anna fu di Lit. 4431,05-

La produzione agricola sui circa 800 ettari coltivabili era basata essenzialmente su alcune colture tradizionali quali: il grano, l'orzo, il granturco, le fave ed alcuni piccoli appezzamenti seminati a fagioli, ceci, segale e miglio destinati sopratutto ai bisogni primari delle famiglie contadine. Si iniziò allora un nuovo metodo nella rotazione delle colture con l'introduzione di sementi di bolognino ed erba medica che oltre ad aiutare la fertilizzazione dei terreni, producevano ottimo fieno per l'allevamento del bestiame. Il fieno prodotto nei prati di fattoria non bastava però al crescente aumento dei capi bovini voluto dalla nuova proprietà, che puntava con esso ad un aumento delle entrate a maggior redditività. La soluzione a questo problema era a portata di mano e il Ricasoli non se la fece sfuggire. Forte del suo carisma, ma sopratutto del suo potere politico iniziò una trattativa con il Pubblico Demanio per lo sfruttamento dei terreni demaniali degli argini dei corsi d'acqua argini che attraversavano le sue terre. In poco tempo riuscì a stipulare un contratto di affitto quinquennale per circa 12 ettari di terreno tra argini e galene col quale si assicurava non solo cospicue quantità di fieno ma anche foglia e legna dei numerosi gelsi presenti sugli argini del Nuovo Salarco, della Foenna e del Canale Maestro.

Ma non percorse solo la strada degli affitti per allargare la base seminativa dell'azienda, acquistò anche alcuni appezzamenti dalla proprietà Pannilini9) e fece ripristinare a seminativo parte di alcuni stradoni ritenuti troppo grandi per la modesta viabilità del tempo.

L'allevamento del bestiame e quello della razza chianina erano già presenti anche in epoca granducale e rappresentavano così come l'avrebbero rappresentato negli anni futuri una delle principali attività della fattoria. Dai conti stima del 1867 il patrimonio zootecnico poteva contare di 444 capi bovini, di 1016 capi ovini di 700 suini, oltre diversi capi equini. Ogni podere, dei 25 disseminati nella fattoria, aveva una sua precisa caratteristica produttiva anche se variava continuamente nel tempo. Negli anni 60-70 del 1800, come si può desumere dai documenti dell'archivio Ciuffi, possiamo rilevare come il podere Santa Luisa fosse il miglior produttore di grano con oltre 1530 staia all'anno, il podere San Leopoldo si distinguesse per l'allevamento della chianina con ca. 24 capi nella stalla, il podere Fuga 1 avesse il maggior gregge di pecore con 52 capi, oltre a fungere da stazione di monta taurina con due tori selezionati.

Ma la vera discriminante, che permetteva una migliore redditività delle famiglie mezzadrili della fattoria dell'Abbadia nei confronti di una parte rilevante dei coloni dell'intera provincia, sopratutto di quelli residenti nelle zone collinari, era senza dubbio l'allevamento del baco da seta. Esso fu introdotto molto probabilmente nella nostra valle negli anni della prima bonifica, quando furono immessi nei territori bonificati e sui nuovi argini dei fiumi migliaia di gelsi, la cui foglia era il cibo prelibato dei bachi. Solo per avere un'idea dell'incidenza sul totale del reddito agrario della parte dei ricavi connessa all'allevamento del baco da seta, riportiamo la ripartizione degli incassi avuti dalla vendita della seta nell'annata agraria 1868: Seta Giapponese lit. 19800, seta nostrale lit. 5408, con una ripartizione alla parte colonica di lit. 12.601, che procurò un'entrata certa a famiglia dalle 600 alle 800 lire che, rapportata alla paga di una giornata di lavoro di un operaio o di un bracciante, corrispondeva a circa due anni di salario. Premesso che in tutti i poderi si produceva la seta, le famiglie che si distinguevano per una maggior produzione erano: le famiglie Fumi dei Sagginali, Castellani di Catena, Cassioli di Santa Cristina, Bastreghi di San Ferdinando, Mozzini di Sciarti2, Menchicchi di San Giovanni.

Innovazioni colturali

Barbabietole e tabacco

La ferrovia

I primi problemi: gli sfratti


UN PICCOLO PAESE.

(m.f.)

Uno.

«In quell'anni la fattoria era un paese, una piccola comunità … c'era tutto … un piccolo paese»: così, in maniera succinta ma efficace, descrive la fattoria degli anni 1930-40 Ilva Pepi, mezzadra del podere S.Anna; né le sue considerazioni sono lontane dal vero, visto che erano circa settecento le persone che vi lavoravano e vi vivevano. E poi c'era la chiesa, c'erano le scuole per i ragazzi, c'era l'aia che durante i grandi lavori stagionali e nella bella stagione diventava come una piazza in cui la gente si radunava per lavorare o per far festa. Un piccolo paese, appunto.

Si trattava, ovviamente, di un paese particolare, perché in una comunità paesana sono presenti diverse attività lavorative: ci sono gli artigiani, gli impiegati, i negozianti, i vecchi pensionati, mentre nella fattoria erano tutti dediti all'agricoltura e soprattutto erano tutti mezzadri, anche se c'era qualche differenza nelle mansioni svolte: chi badava agli animali (il bifolco), chi alla vigna e alla cantina, chi al tabacco, ecc.

Un piccolo paese, dunque, con un gruppo di case allineate lungo lo stradone della Fila, un altro attorno alla chiesa di Sciarti e poi le altre sparse in mezzo ai campi, ma collegate alle altre da una rete di strade carrabili. Un po' decentrato il Torrino, o Torrione, visibile da lontano per il colore rosso e per la piccola torre, sede in un primo momento d …. E successivamente della scuola, della monta taurina e delle rimesse delle macchine agricole più importanti.

E come in ogni paese che si rispetti, oltre alle famiglie, ci sono anche i gruppi dirigenti (il sindaco, il maresciallo, ecc.), anche alla Fila c'era una struttura gerarchica che organizzava, dava disposizioni, stilava norme di comportamento, ecc. Il tutto all'insegna di un contratto di mezzadria che prevedeva per iscritto e per tradizione buona parte dei modi della vita contadina. Nel 1913, proprio Giovan Angelo Bastogi, comproprietario della Fattoria La Fila, pubblicò Una scritta colonica“, in cui definì la mezzadria, sia storicamente sia economicamente, e stilò un regolamento che voleva essere un modello per tutti i proprietari terrieri. Ovviamente questo regolamento, esemplato su quello che il barone Ricasoli aveva predisposto qualche decennio prima per la sua fattoria di Brolio, stava alla base della vita e del lavoro mezzadrile della Fila.

Basandoci su questo regolamento e sulle testimonianze raccolte, cercheremo adesso di vedere come funzionava l'organizzazione della Fattoria. Partiamo innanzitutto dalle gerarchie predisposte dal contratto, senza le quali il sistema mezzadrile non si sarebbe realizzato. Il proprietario, vista la complessità della gestione della fattoria, aveva alcuni collaboratori. Il primo di questi era il Ministro, unico a non risiedere in loco; egli, infatti, abitava a Firenze dove teneva la contabilità generale del proprietario; una volta all'anno, alla chiusura dell'annata, per fare i conti si recava in fattoria, dove riceveva nello “scrittoio” i “capocci”, per trascrivere nel libretto colonico di ognuno di essi le entrate e le uscite delle famiglie.

Il dirigente principale di fattoria, tuttavia, era il Fattore, alle dirette dipendenze del proprietario per il conto del quale progettava il tipo di coltivazioni, le rotazioni, l'organizzazione del lavoro, i tempi più adatti ai lavori, la gestione delle stalle, impartiva infine le disposizioni perché il lavoro fosse eseguito puntualmente. La sua era una mansione di responsabilità, specie se il proprietario non era assiduamente presente in Fattoria. Doveva quindi avere competenze di carattere agrario, zootecnico, buone disponibilità a relazionarsi con i mezzadri, e soprattutto buone capacità di gestione aziendale. Doveva, inoltre, essere scapolo, doveva cioè dedicarsi totalmente all'azienda.

Alle sue dipendenze aveva dei collaboratori, come il Sottofattore e, come si diceva in forma dialettale, il Guardia e il Terzomo. Le guardie avevano il compito che tutto si svolgesse senza atteggiamenti indisciplinati, che non si commettessero furti, che i rapporti tra i mezzadri non fossero disturbati da comportamenti poco sociali.

La funzione del Terzomo non era molto ben delineata: i mezzadri si lamentavano di lui perché a volte era adibito a riportare al fattore o al proprietario comportamenti non regolamentari.

Oltre queste figure che avevano più o meno funzioni dirigenziali, c'erano altri dipendenti che svolgevano attività strettamente legate alla fattoria: c'era, per esempio, una “fattoressa” (anche lei rigorosamente nubile) cui era assegnata la mansione di coordinare tutti i lavori che spettavano alle donne; c'era un'addetta alle spese alimentari, c'era una cuoca.

(Esistevano anche fabbri, falegnami, ecc.?)

Anche nelle famiglie mezzadrili c'era una gerarchia ben precisa: il “capoccia” era colui che sottoscriveva il patto colonico, che si recava allo scrittoio a fare i conti quando c'era il Ministro, che coordinava e dirigeva il lavoro dei famigliari. Molti di loro esercitavano un comando piuttosto autoritario, altri prima di prendere delle decisioni si consultavano con tutti i membri della famiglia. In genere il capoccia era la persona più anziana della casa, ma quando questa era troppo debole per l'età si limitava ad una funzione di rappresentanza, mentre la direzione della famiglia era assunta dal più autorevole dei membri, un fratello del capoccia o il figlio più grande.

Poiché il lavoro da svolgere era complesso, accanto al capoccia c'erano altri responsabili scelti tra i membri della numerosa famiglia; tra questi c'era il “bifolco” che accudiva il bestiame, che aggiogava i buoi all'aratro e li guidava, che aiutava le vacche a partorire. Egli dormiva nella stanza proprio sopra la stalla ed era pronto a qualsiasi ora della notte a scendere giù se succedeva qualcosa agli animali. C'erano poi quelli che badavano alla vigna e alla cantina, e quelli che pensavano alla coltivazione del tabacco.

Simmetrica alla figura del capoccia era quella della “massaia”: questa dirigeva il lavoro delle donne della famiglia, teneva una piccola amministrazione derivata dalla vendita delle uova e di qualche pollo. Con le piccole somme ricavate dal pollaio si compravano il refe per cucire, il sale, qualche candela, il petrolio per l'illuminazione, i fiammiferi e qualche altra cosa utile alla casa.

Due

Come si sa, molto spesso i conti alla fine dell'anno si chiudevano per i mezzadri in perdita e per i più fortunati solo con qualche piccola somma di guadagno. I mezzadri della Fattoria della Fila sono stati più avvantaggiati rispetto alla maggioranza dei loro colleghi, perché l'amministrazione generale è stata abbastanza corretta nei rapporti economici con i lavoratori, tanto da istituire quasi una piccola banca di risparmio, perché a disposizione di ogni famiglia c'era un conto corrente su cui l'amministrazione depositava le somme guadagnate durante l'anno. Ma una volta che queste somme giungevano alle famiglie mezzadrili, il loro uso era diversificato, dipendendo dai bisogni o dalle consuetudini di ogni nucleo familiare.

In alcune famiglie, infatti, una parte del guadagno era suddivisa fra tutti i membri adulti, la rimanente era riservata alle spese generali della famiglia o per acquisti di un certo valore per i singoli membri (per es., vestiti, scarpe). In altre famiglie il guadagno era ripartito fra tutti i singoli membri e poi ognuno pensava alle proprie spese personali.

I guadagni delle famiglie mezzadrili derivavano dalla coltivazione dei campi e dall'allevamento degli animali, bovini e suini soprattutto.

La Fattoria produceva grano, in primis; poi i foraggi necessari agli animali, quindi barbabietole da zucchero, mais e tabacco, di cui, in regime di monopolio statale, si contavano le foglie per evitare che qualcuno se ne appropriasse. Sia il seme, sia il raccolto era suddiviso a metà tra la famiglia mezzadrile e l'azienda.

C'erano però delle coltivazioni che l'azienda lasciava alla libera iniziativa dei mezzadri. Per esempio, quella della canapa non rientrava tra quelle proprie dell'azienda. Chi dei mezzadri avesse voluto coltivarla, per avere un guadagno in più, affittava un campo, la seminava e quindi svolgeva tutti i lavori necessari; ovviamente il ricavato della vendita della canapa spettava alla famiglia che l'aveva coltivata.

C'era poi, un aspetto molto importante che riguardava la coltivazione di certi prodotti ortofrutticoli, anch'essa delegata alla libera iniziativa dei mezzadri. La gestione degli orti funzionava press'a poco così: ogni podere aveva a disposizione e in modo gratuito un piccolo orto vicino all'abitazione di qualche decina di metri quadri, dove venivano coltivate le verdure di consumo quotidiano, come insalata, carote, prezzemolo, sedano ecc. Poi, per coloro che lo ritenevano opportuno, la proprietà dava in affitto alcuni piccoli appezzamenti di terreno, dove coltivare, oltre alla canapa, pomodori, poponi, cetrioli, cocomeri, peperoni ecc. Questi erano prodotti di esclusiva proprietà dei coloni, che curavano anche le spese; era comunque prassi di darne al padrone qualche cesto in omaggio. I fagioli e i ceci facevano parte invece, insieme all'aveva all'orzo alla fave al miglio ecc, delle cosiddette “grance” ed erano coltivati come il grano a metà. Non vi era come per la stalla o per la cantina una persona addetta per questo specifico lavoro dell'orto che generalmente veniva demandata alla persona che, vuoi per gracile struttura fisica, per malattia o per handicap, sopportava meno i lavori pesanti dei campi. Molte volte erano anche le donne che si dedicavano all'orto.

Tre

I lavori più importanti dell'annata erano certamente l'aratura, la semina, la mietitura, e la trebbiatura; ad essi seguivano la semina e la raccolta delle barbabietole e del mais e la messa a dimora delle piantine del tabacco; e poi, la vangatura delle viti e la vendemmia. Per avere un quadro più organico dei lavori necessari ad una buona gestione della fattoria, ecco, mese per mese, le attività lavorative:

Gennaio/ Febbraio: potatura delle piante.

Febbraio / marzo: zappatura del grano, interratura del bolognino (un'erba da sovescio per la concimatura verde); preparazione del semenzaio per il tabacco.

Primavera: semina del prato, dell' erba medica. Zappatura delle barbabietole e del mais. Trapianto del tabacco; irroramento delle viti con il solfato di rame (ramato), contro la peronospera.

Giugno: inizio della mietitura del grano.

Giugno-Luglio: trebbiatura del grano.

Agosto / Settembre: dissodamento e aratura dei campi destinati al grano.

Settembre: scartocciatura del mais e sua mazzettatura.

Ottobre / Novembre: vendemmia; semina del grano.

I membri delle famiglie mezzadrili cominciavano presto a lavorare, in genere a malapena riuscivano a frequentare la scuola e a lavorare; spesso abbandonavano la scuola, dopo la seconda classe elementare per dedicarsi a quelle attività adatte alla loro età, come portare al pascolo i maiali. Dai quattordici anni in poi, i ragazzi erano considerati adulti.

Quando in certi periodi la quantità di lavoro era superiore a quello che la famiglia poteva erogare, si ricorreva alla assunzione di garzoni, in cambio di vitto e alloggio e ad una piccola somma di denaro.

I lavori più faticosi erano quelli della mietitura e soprattutto della trebbiatura, sia perché si dovevano eseguire in fretta, sia perché il caldo si faceva sempre più insopportabile, tanto che la giornata lavorativa cominciava quando ancora era buio e si concludeva a sera tardi. Una lunga pausa era prevista nelle ore più calde, dopo la colazione che era servita verso le ore 11, uno dei quattro pasti di ogni giornata. Dato il dispendio di energie, infatti, era necessario consumare pasti abbondanti e numerosi. Si cominciava alle ore otto, all'incirca tre ore dopo l'inizio del lavoro, con il cosiddetto “beverino”; seguiva poi alle 11 la colazione (pasta asciutta e arrosto); alle 15 c'era la merenda (minestra in brodo di “ocio”) ed infine, alle 20 si faceva cena. Mentre i mezzadri mangiavano direttamente sul campo, i macchinisti addetti alle trebbiatrici mangiavano in cucina.

Durante questi lavori, proprio per fare più in fretta, avveniva lo scambio d'opera: fissati i giorni della trebbiatura, si stabilivano i turni: ogni famiglia trebbiava il proprio grano, ma si faceva aiutare da altri mezzadri, che erano poi ricambiati quando era il loro turno. Per la trebbiatura erano utilizzate due macchine, che servivano per tutti; la stessa cosa avveniva per la vagliatura del grano, perché in fattoria c'era a disposizione un solo vaglio. [chiedere quanto misurava e come funzionava]

E poi, ovviamente, c'erano da svolgere gli altri lavori specifici dei campi di mais, della canapa, della barbabietola, della vigna, dei campi del foraggio. Accanto a questi lavori, che possiamo definire ordinari, c'erano quelli “straordinari” previsti dal contratto colonico, come la manutenzione delle fosse per lo scolo delle acque piovane, il trasporto dei prodotti nei magazzini della fattoria, il trasporto (circa 20/30 carri a famiglia) della ghiaia per la manutenzione delle strade carraie; l'azienda però si accollava i costi della imbrecciatura di tutte le strade interne.

Quattro

Nella fattoria, oltre alla coltivazione dei campi, c'era anche l'attività di allevamento degli animali. Rimandiamo ad altro capitolo l'allevamento dei bovini e precisamente di quelli di razza chianina; qui tratteremo succintamente dell'allevamento dei maiali.

Presso ogni abitazione c'erano le porcilaie, nelle quali tutte le famiglie allevavano numerosi suini, perché in ogni podere c'erano da una a tre scrofe fattrici. I piccoli maiali erano allevati fino a quando diventavano lattoni di circa 20 kg; oppure fino a quando raggiungevano i 70 kg di peso (i cosiddetti magroni), quindi erano venduti. Le spese e i ricavi dell'allevamento erano suddivisi a metà tra azienda e famiglia mezzadrile.

Tra i magroni venivano lasciati per l'ingrasso da uno a tre capi, a seconda del numero dei componenti la famiglia. Quando venivano ammazzati, i maiali erano pesati perché il colono pagava all'azienda una metà dell'animale al prezzo corrente di mercato. Quest'uso era spiegato, nella Scritta colonica del Bastogi e nel contratto colonico, col fatto che gli animali si erano cibati dei prodotti della fattoria e dei loro scarti. I maiali, infatti, come del resto anche le bestie vaccine (le cosiddette “scorte vive”) erano a stima, il che significava che essi in pratica erano di esclusiva proprietà del padrone: quando un contadino prendeva a mezzadria un podere trovava un certo numero di scorte vive il cui valore in denaro era trascritto sul libretto colonico, e quando abbandonava il podere, per qualsiasi motivo, doveva lasciare altrettante scorte vive dello stesso valore.

In caso di differenza in più o in meno, essa veniva calcolata sui conti finali. Dal 1948 per il cosiddetto “Lodo De Gasperi” e dopo una lunga battaglia sindacale (conosciuta come “la battaglia del maiale”), i mezzadri ottennero di avere del tutto gratis il maiale allevato per la famiglia.

La fattoria non aveva stalle di proprietà, se non quelle per i cavalli: servirsi delle stalle presenti in ogni casolare significava non avere costi di produzione, perché tutto il lavoro era svolto dalla famiglia mezzadrile cui era destinata, a ricompensa, soltanto la metà degli animali allevati per conto proprio. Sul finire della mezzadria la fattoria divenne l'esclusiva proprietà della stalla dei tori: ma in questo caso c'era in gioco l'altissima qualità dell'allevamento della razza chianina.

Sia per l'allevamento della chianina, sia per quello piuttosto rilevante di quello suino, nell'azienda c'era un ambulatorio veterinario permanente che per molti anni, fin dal 1930 circa, vide l'opera del dottor Chiasserini.

Ogni famiglia, poi, poteva allevare per uso proprio polli e conigli a volontà, ma in compenso doveva dare all'azienda le “regalie”, anch'esse regolamentate nei “patti aggiuntivi” del contratto colonico, approvate a livello provinciale. Le regalie prevedevano un certo numero di coppie di uova al mese, un certo numero di galletti ad agosto, i capponi a Natale. Queste regalie non furono più osservate quando, alla fine della seconda guerra mondiale, i mezzadri entrarono in conflitto sindacale con tutta la parte padronale.

Cinque

Se pensiamo a quali erano le condizioni di vita dei mezzadri in Toscana, soprattutto nelle zone più difficili come la Val d'Orcia o le Crete senesi o nelle zone di montagna, allora veramente la Fattoria della Fila ci sembra un piccolo paese in cui la gente, invece di vivere in luoghi solitari e lontana dagli altri, ha modo di frequentarsi, di incontrarsi con altri, di avere anche qualche comodità molti anni prima che anche altri le avessero.

Spesso, per esempio, le ragazze e le donne in genere erano costrette a attingere l'acqua dai pozzi, oppure a fare centinaia di metri per arrivare alla fontana o alla sorgente più vicina per un secchio d'acqua. Alla Fila, per molte famiglie, questo non succedeva, perché fino dagli anni '30 in molti poderi c'era l'acqua corrente; ed era acqua ritenuta ottima, perché veniva direttamente dalle sorgenti del Vivo. Lo stradone della Fila, a Sud, incrocia la via Lauretana dove passavano i tubi dell'acquedotto che portavano l'acqua da Montepulciano Stazione a Valiano. Bastò innestare un tubo ed interrarlo lungo lo stradone per portare l'acqua corrente in tutti i casolari fino al podere Avanguardia.

Le altre abitazioni ebbero l'acqua corrente dopo la seconda guerra, ma in tutti i poderi c'erano i pozzi artesiani da cui si tirava su l'acqua mediante motori elettrici, che veniva distribuita anche nelle stalle. Addirittura gli animali si abbeveravano da soli, perché nelle stalle erano state messe delle vaschette che si riempivano quando l'animale premeva col muso su una leva che funzionava da rubinetto.

I motori elettrici dei pozzi ci dicono che doveva esserci la corrente elettrica; e difatti fin dal 1926 tutti i poderi, esclusi quelli di Sciarti e delle Ferriere che l'avrebbero avuta solo dopo la guerra, erano dotati di illuminazione elettrica. Gli altri si arrangiavano o con i lumi a petrolio o con l'acetilene.

Solo per il riscaldamento l'azienda aveva delle difficoltà, perché in quella zona di pianura e bonificata da poco non c'erano alberi che fornissero legna da ardere. L'azienda era costretta così a comprare la legna che serviva per l'essiccazione del tabacco e per far scaldare le famiglie, le quali, per non spendere molto, si accontentavano delle potature delle viti e dei testucchi (gli aceri campestri). La legna ricavata dalla potatura dei gelsi, invece, spettava all'azienda.

La Fattoria, infine, assumeva l'aspetto di un piccolo paese perché in essa si trovavano una chiesa (a Sciarti) e due sedi scolastiche, una a Sciarti e l'altra nel Torrino, che garantivano ai ragazzi l'istruzione fino alla quarta elementare. Se qualcuno più volenteroso e non costretto da bisogni familiari a lavorare avesse voluto continuare fino alla classe quinta, doveva recarsi o alle scuole dell'Abbadia o a quelle di Valiano.

Ovviamente in una situazione del genere non c'erano luoghi e modi per divertirsi. Ma le veglie serali durante l'inverno costituivano un diversivo che non aveva soltanto una funzione di divertimento, perché le veglie erano momenti di socializzazione e di formazione; con i racconti degli adulti che parlavano di lavoro, con la narrazione di tante fiabe e di tante storie sentite al mercato dai cantastorie, con la lettura collettiva di certi testi come la Bibbia, o i Reali di Francia, con il racconto delle esperienze personali, i ragazzi si facevano un'idea del mondo ed imparavano a crescere e a vivere. E poi arrivava la Quaresima, durante la quale si poteva assistere a poveri spettacoli teatrali recitati da attori-contadini, come il Bruscello da cui si imparava cos'erano l'eroismo, l'onestà, il male e il bene; oppure come l'antica cerimonia primaverile in cui la Vecchia massaia era condannata ad essere segata dal marito ma che alla fine resuscitava tra l'ilarità di tutti.

Nel 1939 in alcuni poderi arrivò la radio; la veglia in questo modo diventò diversa, perché la radio portava le notizie da tutto il mondo. Soprattutto durante la guerra, per ascoltare i notiziari dai fronti bellici, le cucine dei possessori di radio si riempivano di mezzadri che arrivavano dagli altri poderi e addirittura da altre fattorie. Le notizie venivano commentate e discusse; con essi si apriva un'enorme finestra che faceva intravedere altri orizzonti, diversi e più ampi di quelli che si vedevano dalle finestre della propria abitazione. Cominciò anche così la crisi della mezzadria: col dischiudersi di un mondo nuovo agli occhi di chi non aveva visto altro che campi di grano e stallette di maiali.


La razza chianina e gli allevamenti della Fattoria Ciuffi

di Vladimiro Menchicchi.

La chianina è una razza bovina italiana utilizzata, dall'antichità fino all'avvento dei trattori e di altri macchinari a motore, per il lavoro dei campi (aratura, trasporto, ecc.); adesso è allevata esclusivamente per la produzione di carne. E' molto probabilmente autoctona dell'Italia centrale (Toscana ed Umbria) e soprattutto delle zone altocollinari, la cui parte più fertile è la Val di Chiana da cui essa prende il nome.

Si può ipotizzare, senza timore di sbagliare, che i bianchi buoi, di cui si parla in certi passi poetici di Virgilio e nella Storia naturale di Plinio il Vecchio, siano gli ascendenti dell'attuale razza che è stata quasi per scomparire quando si chiuse in maniera definitiva il periodo della mezzadria (nel sistema mezzadrile i bovi chianini erano di fondamentale importanza nel lavoro agricolo) e che adesso, seppure in numero non grande, è allevata un po' da per tutto, perfino nelle Americhe, in Asia, in Australia. Nell'antichità, addirittura, per la loro imponenza e il candore della loro pelle, i bovi chianini aprivano i cortei trionfali e le processioni precedenti i riti sacrificali. Ma ancora fino a qualche decennio fa, nelle campagne toscane era possibile vedere, in occasioni cerimoniali come le nozze o in altre feste private e pubbliche, carri addobbati tirati da una coppia di giganteschi bianchi bovi, infiocchettati di rosso.

La chianina è difficile di allevare, perché non si adatta agli allevamenti intensivi; essa, infatti, predilige il sistema di allevamento “legato”, cioè con l'animale legato sopra la mangiatoia o in piccole stalle cone possono contenere un numero limitato di individui.; essa è caratterizzata da gigantismo ed ha, perciò, dimensioni maggiori rispeto alle altre razze. I maschi adulti possono raggiungere anche i due metri, al garrese, e un peso di oltre i 1700 kg.

La carne più pregiata deriva dalle femmine (le “scottone”); la parte più buona e più famosa nel mondo è la bistecca, detta “fiorentina”.

Il sistema di allevamento “legato” era molto adatto al sistema di conduzione agraria della mezzadria; ogni podere era abitato da una o più famiglie di mezzadri, con una stalla che ospitava una o due coppie di bovi, più i vitelli, destinati ad essere venduti. Nonostante le attività di rinnovamento del Bastogi, questo sistema di allevamento fu mantenuto per lungo tempo nella Fattoria. Con l'arrivo del nuovo proprietario Italo Ciuffi, però, le cose cambiarono e l'allevamento della razza chianina ebbe uno sviluppo tale da diventare uno dei migliori della zona.

L'azienda era costituita da circa 700 ettari, in essa si allevavano circa 700 capi di bestiame e vi era ospitata una popolazione di circa 700 individui: per questo era stata soprannominata l' “azienda dei tre sette”.

I 700 ettari di terreno pianeggiante, ricavati dalla bonifica, racchiusi tra il Canale Maestro e il torrente Salarco, consentivano coltivazioni di gran qualità e quantità in modo da sopportare la presenza di tutte le persone e anche il foraggio era prodotto in quantà bastevole per un grande allevamento di bovini. L'azienda, infatti, alla fine degli anni '30 del Novecento, contava 34 case coloniche, che ospitavano 37 famiglie di coloni. Si deduce, quindi, che erano presenti in fattoria almeno 34 stalle, per il fatto, accennato prima, che si trattava di allevamento “legato” o in “stalla fissa”.

Intorno agli anni '20 del secolo passato, era presente nell'azienda una Cattedra Ambulante di Agricoltura di Siena10), che dette l'impulso a costruire un libro genealogico della razza chianina. E questo ben oltre dieci anni prima della nascita del

anno 1923, esposizione zootecnica nazionale, Roma

libro genealogico ufficiale nazionale della razza chianina. La dimostrazione che in quel periodo iniziava un'accurata selezione dei bovini ce la dà la vicenda del toro Adone11) accuratamente marcato e segnalato genealogicamente.

Toro Adone

Adone a venti mesi pesa Kg 780, è alto al garrese m. 1,57. Tutti questi dati che noi oggi possiamo conoscere attraverso il libro genealogico, dimostrano l'attenzione particolare rivolta alla zootecnica e soprattutto che l'allevamento si faceva non più riferendosi alla sola esperienza ma anche ad un metodo.

Nel 1948 (quasi 30 anni dopo), il peso medio degli animali a 20 mesi era di kg. 740. Nel mese di ottobre del 1923, si aggiudica il premio di Lit. 400 al 1° mercato concorso di tori e torelli a Fontago (Montepulciano - SI), nella categoria di tori con due mosse12).

Le novità nel campo zootecnico introdotte, già negli anni '20 dalla proprietà Bastogi, con l'adozione di un proprio albero genealogico,

Adozione di un albero genealogico

si possono meglio capire se si fa il confronto con ciò che accadeva nelle altre aziende vicine. Per fare un esempio chiaro, si ricorda che nel 193413), nella fattoria di S. Caterina, viene iscritto, con il nuovo nome di Trento,

scheda iscrizione

il toro Mussolini14), al libro genealogico ufficiale istituito nel 1932; ma all'iscrizione mancano i nomi e i dati dei genitori del toro, ed anche la sua data di nascita. Il tecnico che lo iscrive, nella relativa scheda, riporta nella data di nascita “età mesi 42”, giudicandolo dalla dentatura. Nello stesso periodo, è iscritto nell'albero genealogico nazionale, con tutti i crismi del caso, il toro Lampo 13 SI, allevato nella Fattoria Ciuffi, nato il 7.6.1931, dal toro Ardito B28 e dalla vacca Urbana 136.

È solo a partire dagli anni 1934-35 che si comincia a riconoscere, a livello nazionale, l'importanza di un libro genealogico della razza. Si codifica quindi, non solamente un numero di matricola, ma anche la provincia di appartenenza dell'azienda, e una lettera iniziale per ogni anno di nascita.15) Nella nostra ricerca, per il 1934, abbiamo trovato solamente un toro il cui nome inizia con la lettera I: Istico, del conte Napoleone Passerini, marcato 1032 SI. Abbiamo però, nello stesso anno, il caso sopra citato del toro Trento, allevato dalla fattoria S. Caterina, che sembra contraddire la regola di cui sopra. Anche per il toro Drago 77 nato il 6.4.1933 sembra che la regola non venga rispettata. Dal 1935, invece, la regola verrà rispettata e ogni anno di nascita corrisponderà ad una lettera alfabetica.

L'allevamento della chianina al tempo di Italo Ciuffi.

I poderi in cui si allevavano i tori da monta, a partire dalla metà del 1800, sono stati: Fuga I, Porticciolo I e Avanguardia. Dal 1950, completata la ristrutturazione, il Torrione, che si innalza quasi alla fine dello stradone della Fila, sarebbe diventato la stalla dedicata ai tori da monta.

Le eccellenze.

Ciò che ha fatto della Fila un'oasi di qualità della razza chianina, lo dobbiamo alla grande attenzione riposta nel rispettare le linee genealogiche degli animali, nei cosiddetti “rinsanguamenti”. Italo Ciuffi era un grande intenditore ed era contornato da validissimi consulenti sia esterni che interni all'azienda. Gli animali venivano accuratamente controllati, pesati alle varie scadenze e registrati da un funzionario. Si guardava, con particolare attenzione, alle forme ma, sopratutto, all'accrescimento di peso giornaliero. Nel 1942 la linea genealogica tradizionale fu, però, interrotta con l'acquisto di un toro allevato nella fattoria Passerini.

Toro Sanitario

Si tratta del toro Sanitario 770 SI, nato il 12.6.1941 da Pupazzo 1112 e Ottica 1721. Sanitario era un bellissimo 5/416), che si dimostrerà, nella sua vita di riproduttore, un redatore17) eccezionale. Vincitore di numerosi premi nei mercati-concorso, si aggiudicò le edizioni 1948 e 1949 della coppa Kennedy18).

Coppa Kennedy

Questo premio dette un grosso impulso al miglioramento della razza, in quanto tutti gli allevatori della zona si impegnarono a conquistare l'ambita coppa; questi sforzi contribuirono a migliorare la razza chianina.

Solo a titolo d'esempio, ricordiamo i grandi riproduttori nati da Sanitario:

  • Ando 392 SI, nato il 6.12.1946;
  • Antenore 426 SI, nato il 29.12.1946;
  • Bazzotto 564 SI, nato il 28.2.1947. Solo per Bazzotto si potrebbe scrivere un libro. Ha vinto più coppe di Maradona. Bazzotto nasce da Sanitario e Tachele 267 SI. Sanitario era lungo (5/4) e Tachele era corta e robusta. Bazzotto era giusto e robusto tanto che il suo torace era superiore a quello del toro Donetto (che aveva il record di peso della razza).

Tra i nipoti di Sanitario, ci piace ricordarne due:

  • Fallo 1134 SI (a quattro anni pesava kg. 1.600);
  • Giogo 378 SI campione di bellezza, allevato dal Ciuffi e acquistato dalla fattoria della Fratta, fu un grandissimo redatore di ben 503 figli dal 1954 al 1961.

I tori della Fila.
Toro Bazzotto
Toro Fallo
Toro Lionello, aprile 1960, kg. 1650

A partire dal 1951-52 si comincia a pensare di cambiare la linea di sangue di Sanitario, ma solo parzialmente. Si utilizza Fallo, nipote di Sanitario, che si fa accoppiare con Eclia 11 appartenente al coltivatore diretto Dino Lazzerini.

Il 24.5.1954 nasce Lionello (2607 SI) il cui peso a 24 mesi è di kg. 1.137 (34% in più della media della razza). Lionello è presente al mercato-concorso del 1960 a Montepulciano Scalo con un seguito di 33 figli nati nell'arco di 12-14 mesi.

Nel 1960-61 viene abbandonata la linea di sangue di Sanitario. Viene, quindi, acquistato

Toro Sisso, anno 1960

Sisso 3303 SI, nato il 22.7.1960 da Nucio 1657 SI (fattoria della Braccesca) e Geramia 250, di proprietà dall'allevatore Barbetti Guido19) di Montepulciano Stazione. La linea genetica di Sisso arriverà fino agli anni '70. I figli più importanti saranno:

  • Virgilio 1042 SI, nato nel 1963;
  • Visino 1149 SI, nato nel 1963.

Figlio di Virgilio sarà il famoso Bisonte 5122 SI, nato nel 1966, padre di numerosi campioni.

Figlio di Visino sarà Distico 8417 SI, nato nel 1968, vincitore di numerosissimi premi anche all'estero.

1) G.F. Di Pietro, Atlante della Val di Chiana. Cronologia della bonifica, Regione Toscana, 2005.
2) Ivi, p. 111.
3) A. Zobi, Storia civile della Toscana dal  MDCCXXXVII al  MDCCCXLVIII,  1850, tomo 2°, pp. 97-98.
4) Archivio Storico della Fattoria Ciuffi (da ora in poi ASFC), Faldone 1864-65.
5) ASFC- Faldone 1
6) ASFC- faldone 1.
8) Il reggimento comandato dal Laugeri era di stanza a Foiano con altri 11.000 soldati di tutte le armi al comando del generale Nino Bixio. Foiano era stato scelto quale campo d'istruzione per le grandi manovre dell'esercito italiano. Lo stesso giorno del fatto di Abbadia, a Torrita transitava il re Vittorio Emanuele II, probabilmente al seguito delle truppe. Così recita la targa posta a ricordo dell'evento nel Comune di Torrita:”A Vittorio Emanuele, primo fattore dell'Unita e indipendenza d'Italia, che nel 20 settembre 1868, movendo alle grandi manovre dell'esercito nazionale, transitava per questo comune. Il Municipio di Torrita Q.M.P.”. Dal sito internet Foiano in piazza e appunti spunti ritagli scampoli e curiosità d'arte storia paesana di Giovanni Maria Guasparri-ed. Accademia degli Oscuri di Torrita di Siena-Tip. Rossi, Sinalunga 2012.
9) Ramo della nobile famiglia senese Gori-Pannilini che possedevano oltre le commende di Marciano e della Fratta alcuni terreni (ipotecati per spese di colmata a favore dei Beni della Corona in Valdichiana) anche nella comunità di Torrita. Cfr. Vita in Villa nel senese a cura di Bonelli-Pacini, Ed Pacini Pisa 2000
10) Nel 1911 il Direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Siena richiede ai Bastogi un permesso per poter visitare insieme ad alcuni proprietari terrieri senesi la Fattoria, che si dice nella lettera, essere un esempio per tutti. (si veda il faldone 1911/1912, schedato da Giulio Fe'). Le cattedre ambulanti erano nate intorno alla metà del 1800 ed ebbero un grande merito nell'aiutare l'agricoltura e gli agricoltori a modernizzare attrezzature e metodi di coltivazione e criteri di allevamento. Esse furono sostituite nel 1935 dagli Ispettorati, dipendenti dal Ministero dell'Agricoltura.
11) Adone marca B5, nato il 21.8.1921. Padre, Diretto B1. Madre, Biascina B36
12) Dalla dentatura si stabiliscono le mosse, cioè l'età approssimativa degli animali. Solo chi aveva già un albero genealogico, poteva dimostrare l'età precisa del soggetto.
13) Esattamente l'11.7.1934.
14) L'attribuzione del nome del duce ad un toro sembrò oltraggioso nei confronti del capo del governo.
15) Le lettere saranno 19 a partire dalla lettera “L” nel 1935. Verranno escluse, per motivi di praticità, le lettere: Q, H, K, Y, J, X, ecc.
16) Si tratta di un animale più lungo rispetto alla media della razza che tradizionalmente dovrebbe stare nei 4/4.
17) Riproduttore di vitelli, ottima genealogia.
18) Istituita nel 1946 dal colonnello Douglas Kennedy, inglese, che durante la guerra aveva vissuto in zona e si era appassionato a questi animali. In un viaggio di piacere, a fine guerra, nel 1946 offrì una coppa che sarebbe stata assegnata, definitivamente, all'allevamento vincitore per tre edizioni, anche non consecutive.
19) Come si può notare esistevano i grandi allevamenti storici ma anche piccoli allevatori come il Barbetti che con la vacca Geramia produce, nel giro di pochi anni, 3 figli che diventeranno importanti riproduttori.
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