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Revisione di Mariano 15 gen. 2013

Cap. I

a) La formazione dell’azienda (1553  – 1864)

(M. Fresta)

      

La bonifica della Val di Chiana è stata un'impresa lunga, titanica, che si è svolta per secoli dal 1300 circa fino al 1944, quando fu deciso di non portare più a termine quelle colmate che, se fatte, avrebbero provocato la scomparsa dei laghi di Montepulciano e di Chiusi.

Gian Franco Di Pietro1), nel primo volume sulla storia della bonifica della Valle, fa una dettagliata ed esauriente cronologia dei lavori, a cominciare dalle prime vaghe notizie fornite da scrittori dell'antica Roma (Plinio, Strabone, ecc.), fino al 1972, anno in cui termina la costruzione della diga della Foenna in prossimità del castello del Calcione. Il volume, inoltre, contiene anche numerosissime foto, aeree e da terra, e riproduzioni di mappe geografiche, di planimetrie, di piante di fabbricati e di ponti, di cabrei, di progetti idraulici, ecc., che lo rendono indispensabile a chi volesse documentarsi sulla storia e sulla formazione della valle.

A quest'opera immane concorsero ingegni e statisti dei secoli passati, primo fra tutti Leonardo da Vinci, ma è soprattutto al tempo dei Lorena e con Pietro Leopoldo (divenuto nel 1790 imperatore d'Austria) e poi con Leopoldo II, che per il prosciugamento della palude e la bonifica agraria della Valle furono messi a disposizione ingenti capitali finanziari e le migliori forze intellettuali del tempo: matematici come Gaci, Viviani, Torricelli, Grandi, Corsini, Perelli; ingegneri e architetti come Franchi, Tosi, Ximenes, Possenti, Fossombroni e Manetti; e poi economisti, medici (come G. Giulj di Foiano), agronomi.  La bonifica fu totale, perché non si limitò a eliminare, con una particolare tecnica come quella delle colmate, le paludi, ma comprese tutte le strutture e le infrastrutture necessarie alla crescita economica ed umana della valle: case, stalle, magazzini, fattorie furono progettate e disegnate dai migliori architetti di allora, fino a rendere tutta la Val di Chiana una terra “di massima artificialità del paesaggio” (Di Pietro 2005:12).

Man mano che la bonifica procedeva, i terreni recuperati erano preparati per la coltivazione (dopo un'aratura, per dieci anni erano lasciati alle erbe spontanee, poi erano destinati alle coltivazioni), si approntavano le infrastrutture (strade, ponti),  si costruivano le case per i contadini, si predisponeva l'organizzazione delle aziende future con la costruzione di fattorie ubicate nei luoghi più adatti alla loro funzione.

A metà del 1700, i lavori di bonifica e di appoderamento erano, nella zona in cui sarebbe poi sorta la fattoria dell'Abbadia, già abbastanza avanzati. In quest'opera svolsero un ruolo fondamentale i mezzaioli, figure di lavoratori che non sono né braccianti e né  mezzadri, sui quali ultimi si basava il sistema di conduzione agraria delle zone di piano-colle di tutta la Toscana.

 Per avere chiare le differenze tra mezzaioli e  mezzadri si riporta qui quanto scrive G. Di Pietro:

 

                      I mezzaioli oltre a lavorare nelle terre spezzate e nelle terre nuove, avviate alla produzione dopo la bonifica e ancor prive di colture arboree, delle quali dividono a metà i prodotti, vengono coinvolti, come lavoranti dai mille mestieri, in tutta una serie di attività come la prestazione di opere nei lavori colonici nei periodi di punta, nel taglio dei boschi e in lavori extrapoderali (raccolta dei fieni, dei legnami e dei bozzoli, manutenzione degli argini e delle colmate, ecc.). In genere non dispongono di abitazione autonoma entro l'azienda e del bestiame padronale per la coltivazione delle terre, anche se a volte tengono animali a soccida. Essi rappresentano “la frangia mobile della società contadina”, ambito di selezione dei nuovi nuclei, destinati, via via, a sparire in rapporto al completamento del processo di appoderamento2).

 

 

La bonifica delle terre progrediva speditamente non solo per l'opera dei mezzaioli ma anche per la molta manodopera bracciantile disponibile nei borghi e nei villaggi posti sulle colline circostanti, contrariamente a quanto avveniva nella Maremma, dove la manodopera scarseggiava nonostante esenzioni e privilegi concessi per richiamarla. A questo proposito così scrive lo storico Antonio Zobi:

                              

Ma a sì brillante risultato ha immensamente contribuito la peculiare circostanza che i poggi collinari adiacenti erano ripieni d'abitatori bisognosi d'estendersi per procurarsi la sussistenza3).

 

Dopo il completamento della bonifica,  il territorio risultò diviso in quindici Fattorie, così distribuite: Possessioni della Corona (Pulicciano, Frassineto, Chianacce, Valiano, Dolciano); Possessioni del Demanio (Acquaviva); Possessioni dell'Ordine di S.Stefano (Font'a Ronco, Foiano, Bettolle, Creti, Montecchio, Tegoleto, Pozzo, Bettolle, Abbadia).

 

b) Dal 1808 al 1864.

Nel 1805, a seguito di un motuproprio della Corona, dalla fattoria di Bettolle sono scorporati dei terreni che insieme ad altri ricavati dalla bonifica vengono a formare la fattoria di Abbadia.

Nel 1808 la fattoria risulta essere composta da quattordici poderi, con una popolazione complessiva di 188 persone. Le costruzioni presenti, oltre ai  casolari mezzadrili,  sono le due case delle guardie e quella del fattore.

La fattoria possiede già un migliaio di capi di bestiame e produce grano, biade, vino, seta, canapa, lana, formaggio e carne.

E' da notare che oltre ai mezzadri ci sono due famiglie di mezzaioli, il che significa che la bonifica non era stata ancora completata, e difatti  il palazzo del fattore sarà realizzato da lì a poco, in un terreno che ancora, nel 1808, doveva essere colmato.

Nella pianta di Fattoria risalente al periodo napoleonico accanto ai poderi esistenti, che sono numerati in cifre romane, ci sono anche i poderi progettati, in numero di 16, che sono indicati con cifre arabe. Dodici di essi sono localizzati ai lati di quello che sarà lo stradone della Fuga, ribattezzato qualche tempo dopo come la Fila. E' questo il momento in cui comincia a delinearsi la struttura di Fattoria che è giunta fino a noi, con il caratteristico e straordinario rettilineo che collega la parte Nord della Fattoria, confinante con quella di Bettolle, con quella Sud dove ancora ci sono delle colmate in atto (è la zona delle Manzinaie, terreni cioè non ancora pronti per le colture cerealicole, utilizzati per fornire foraggi). Su questo stradone, caratterizzato da due filari di gelsi, si allineano molti dei casolari di nuova progettazione.

Nel 1822 i poderi sono diventati ventidue, tutti assegnati a famiglie di mezzadri; le colmate devono essere state ultimate e non se ne prevedono altre, tanto che non risultano presenti famiglie di mezzaioli.

 Trentadue anni dopo, nel 1854, i poderi diventano 23, la popolazione è costituita da 384 unità. Riprende l'espansione dell'azienda, perché ci sono anche quattro famiglie di mezzaioli che accudiscono terreni non ancora messi a coltura. In quest'anno, durante la mietitura, le fattorie granducali ebbero la visita di Leopoldo II; quella di Abbadia lo ospitò durante l'ora del pranzo.

La “Pianta geometrica della Real Fattoria di Abbadia”, disegnata da A. Barghini nel 1858, in cui sono riportate le localizzazioni dei poderi, mostra già l'azienda nel suo aspetto “moderno”, con i poderi nuovamente aggiunti e con i corsi d'acqua della Foenna e del Salarco già nella loro sistemazione odierna.

Nel novembre del 1859, con decreto del Governo provvisorio presieduto da Bettino Ricasoli, l'Ordine di s. Stefano viene sciolto ed i suoi beni, tranne quelli di competenza delle commende patronali, passano allo Stato toscano. Nello stesso periodo la Direzione idraulica della val di Chiana è soppressa e le sue competenze passano al Genio Civile di Arezzo.

Nel 1861, con la proclamazione dell'Unità d'Italia, tutti i beni immobili appartenuti al demanio o alla proprietà dei granduchi, passano al Demanio dello Stato italiano. La decisione del nuovo governo è quella di disfarsi di tutti i beni non destinati ad uso pubblico, alienandoli ai privati. Così nel febbraio del 1864 le Fattorie di Abbadia e di Bettolle vengono cedute unitamente. I 782 ettari di terreno della fattoria di Abbadia sono suddivisi in 25 lotti e venduti, quasi tutti, al barone Bettino Ricasoli e al conte Bastogi, tutti e due ex ministri del Governo provvisorio toscano.

 

Cap. II

1.-  La fattoria: dalle Reali Possessioni alla proprietà privata.

(Giulio Fè)

Il giorno 11 febbraio del 1864, nei locali della Direzione del Demanio di Siena, si procedeva, secondo la legge del 21 agosto 1862 n° 793, Bando avviso d'astaalla vendita all'asta di alcuni possedimenti delle Reali Possessioni in Valdichiana. Il giorno14 del seguente mese di marzo si stipulava il contratto di acquisto dei 18 lotti della Fattoria dell'Abbadia secondo quanto risultato dalla vendita al pubblico incanto. Le parti contraenti erano: da un lato, il demanio, nelle vesti di parte venditrice delle ex possessioni granducali che il neonato Stato Italiano aveva deciso di alienare, e dall'altro il Barone Bettino Ricasoli e il Conte Pietro Bastogi, gli acquirenti.dall'altra4).

Cabreo della stufaLa Fattoria così viene descritta nella relazione di Iacopo Gugliantini, Ingegnere delle Reali Possessioni in Val di Chiana (Cabreo della Stufa):

«Questa fattoria faceva parte di quella di Bettolle, dalla quale fu divisa nell'anno 1806. Manca di casa, che per anche non è stata fabbricata. Attualmente il fattore abita una casa presa in affitto. La Tenuta per la maggior parte è stata formata da nuovi acquisti stati fatti per servire al sistema delle colmate per mezzo di compre fatteda quei particolari, che non avrebbero potuto sostenere le spese necessarie alle operazioni delle colmate. Così nella medesima forma che manca di casa di fattoria, manca ancora di case per i lavoratori. E' tutta assieme una delle più belle e regolari tenute, tanto che le case coloniche se fossero disposte simmetricamente, potrebbero formare bel colpo d'occhio, e essere di maggiore utilità all'Agenzia. Avvertenza che bisognerebbe avere giacché conviene fabbricarne dodici o quattordici almeno. La sua estensione attuale e di 1995 quadrati distinti come segue: terreno coltivato e seminativo 1085, prativo 103, in colmata 435, palustre 230, occupato dalle strade 52, occupato da fiumi e argini 89. Non vi sono che 16 poderi e 172 lavoratori ; il restante del coltivato si sementa a mezzeria da altri abitanti della campagna. Vi sono 998 capi di bestie per il valore di lire 54488 o siano scudi 7784. I suoi prodotti sono grano, biade, vino, seta, canapa, lana, formaggio e carne o bestiame. La rendita di un anno sul decennio preso dal 1788 incluso a tutto il 1807, è di lire 39011, o siano scudi 5573 moneta toscana. Ma potrà aumentare a proporzione che saranno fabbricate case dei lavoratori. E detta vendita è al netto di pesi pubblici e comunicativi, e di ogni spesa di amministrazione, e ogni mantenimento di fabbriche, e di coltivazioni».

La fattoria, dunque, era stata costituita nel 1806 da una divisione della fattoria granducale di Bettolle e aveva portato in dote 16 poderi e 1995 quadrati di terreno5).

Il Gugliantini, inoltre, annotava l'esigenza, per fare di questa fattoria una delle più belle in assoluto, di costruire oltre alla casa del fattore, 12 o 14 nuovi poderi posti in modo simmetrico. Ecco, da quella intuizione poi realizzata, prende sostanza la Fila, toponimo con cui verrà da allora indicata dalle popolazioni chianine, e non solo, l'intera Fattoria dell'Abbadia. La società tra il Barone ed il Conte durerà solo pochi anni, fino al 1877, quando il Ricasoli lascerà la sua quota parte al Bastogi, puntando ad investire le sue risorse finanziarie nelle terre bonificate della Maremma e nella vecchia proprietà familiare di Brolio.

La fattoria venne acquistata per Lire 1.191.281,26 di cui Lit. 1.165.840,84 il valore venale più 25.440,42 di spese accessorie, pagabili in 5 rate di Lit. 233.168,17 al tasso di interesse annuo del 5%. L'acquisto fu finanziato, molto probabilmente in toto, dalla Banca Bastogi. E' questo un elemento che si può inscrivere come il primo conflitto d'interessi della storia italiana dopo l'Unità.

Essa, alla data dell'acquisto, era composta da 25 poderi con casa colonica condotti a mezzadria più alcuni appezzamenti coltivati da mezzaioli6)

Era composta da 25 poderi con casa colonica condotti a mezzadria più alcuni appezzamenti coltivati da mezzaioli6), per un totale di circa 800 ettari, dalla Chiesa oratorio di Sciarti, dall'antico e maestoso Torrione centro nevralgico di tutte le attività sia agricole che scolastiche e ricreative; inoltre il bellissimo complesso di strutture della fattoria con villa padronale posti sul colle di San Pietro Vecchio, nelle immediate vicinanze del paese di Abbadia di Montepulciano.

2.- Gli acquirenti.

Bettino Ricasoli, soprannominato “Il Barone di ferro” per la sua intransigenza, è considerato con Cavour, Mazzini e Garibaldi uno degli artefici dell'unità d'Italia. Nato a Firenze il 9 marzo 1809 da una ricca famiglia fiorentina in decadimento, vive la sua infanzia quasi sempre insieme alla famiglia nel Castello di Brolio. Dovrà interrompere giovanissimo gli studi di agraria a causa della morte del padre che lo lasciò in un mare di debiti per cui dovette essere dichiarato maggiorenne per decreto all'età di 18 anni. Nel 1848 inizia la sua ascesa politica con l'elezione a Gonfaloniere di Firenze. Quietanza di pagamentoNel 1859 viene nominato Ministro dell'Interno del Governo Provvisorio Toscano, carica che gli permise di diventare il protagonista dell'annessione della Toscana al nuovo Regno d'Italia costituitosi il 17 marzo 1861. Sempre nello stesso anno fu l'esecutore materiale dell'abolizione dell'Ordine Equestre di S. Stefano al quale appartenevano molte fattoria in Val di Chiana, contribuendo anche, alcuni anni dopo, alla stesura del decreto con cui si sanciva la pubblica vendita di tutte le fattorie detenute dallo Scrittoio delle Possessioni. Provvedimenti che gli verranno utili quando in data 11 febbraio 1864, insieme all'amico Conte Pietro Bastogi acquisterà alcune delle più prestigiose fattorie granducali.

Politicamente apparteneva al “partito” della Destra storica, nata con Cavour e composta principalmente dall'alta borghesia e dai proprietari terrieri che governerà il paese nel primo decennio dell'unità d'Italia. Il 12 giugno 1861 raggiunge per la prima volta l'apice della sua carriera politica succedendo a Cavour nella carica di Primo Ministro. Si dimetterà il 3 marzo 1862 per gravi incompatibilità con il Re Vittorio Emanuele II. Ritorna alla guida del paese il 20 giugno 1866 succedendo ad Alfonso La Marmora per uscire definitivamente dalla scena politica il 10 aprile 1867, quando con le nuove elezioni gli succede Urbano Rattazzi. L'unica carica politica che mantenne fu quella di Sindaco di Gaiole in Chianti. Fondatore dei giornali La Patria e la Nazione, il suo nome è legato e ricordato soprattutto per la sua“ creatura” per eccellenza, quel vino Chianti che sarebbe diventato poi famoso in tutto il mondo. Ricasoli muore nel suo Castello di Brolio il 23 ottobre 1880.

Pietro Bastogi nasce a Livorno il 13 gennaio 1808 da una famiglia di commercianti di spezie originaria di Civitavecchia. Studia presso i frati barnabiti, ancora giovanissimo conosce Mazzini e fa parte della Giovine Italia di cui diviene Tesoriere. Ministro delle Finanze dal 3 aprile al 12 giugno 1861 con il primo governo Cavour, mantiene l'incarico con il governo presieduto dall'amico Bettino Ricasoli (12 giugno 1861-3 marzo 1862). Durante il governo Ricasoli gli viene affidata la Concessione delle ferrovie meridionali su cui nacque uno scandalo che dette luogo ad una lunga inchiesta, terminata con una censura nei suoi confronti e di altri deputati. Nel 1862 fonda la Banca Toscana di Credito per l'Industria e Commercio con cui molto probabilmente finanzierà l'intera operazione di acquisto della Fattoria dell'Abbadia. Sempre in quegli anni fonda la Società Italiana per le strade ferrate Meridionali da cui nascerà in seguito il noto Gruppo Bastogi. Sposato con Caputi Adele. avrà due figli, Giovanni Angelo e Gioacchino. Quest'ultimo si dedicherà come il padre alla politica e sarà rappresentante della Destra nel collegio elettorale di Montepulciano dove risulterà eletto prima alla Camera e poi al Senato del Regno per 5 legislature dal 1892 al 1909. Tante le opere realizzate nella città Poliziana durante il suo mandato, una per tutte il Museo. Pietro Bastogi muore a Firenze il 21 febbraio 1899. Dopo la sua morte, la Fattoria dell'Abbadia passerà ai due figli, per finire dopo una divisione patrimoniale dei beni di famiglia nel 1910, esclusivamente al Conte Gioacchino che finirà col cederla negli anni a venire definitivamente alla famiglia Ciuffi che ancora la detiene.

Pietro Bastogi, facoltoso banchiere e rampante industriale delle linee ferrate, sarà il pioniere in Valdichiana di un nuovo modo di fare agricoltura. Con arguzia e lungimiranza completerà la bonifica delle sue terre rese fertili e fruttuose dall'opera instancabile dei suoi illustri predecessori, Pietro Leopoldo e il vecchio Fossombroni su tutti. Ancora aleggiava sulle terre della bassa Chiana il ricordo delle due nobili figure che dal Torrione ammiravano commossi il riempirsi delle colmate delle acque tracimanti della Foenna per poi schiarirsi lentamente nel Canale Maestro.

3.- Il primo decennio.

Il Conte Bastogi porterà in agricoltura la sua esperienza manageriale di finanziere e industriale. Capovolge completamente gli arcaici sistemi di conduzione padronale con molti aspetti che ricordavano il lontano feudalesimo. Costruisce una nuova rete stradale collegando tutti i poderi con la Fattoria. Ai bordi dei lunghi stradoni impianta centinaia di gelsi che saranno il supporto alla già esistente attività del baco da seta, ristruttura i vecchi poderi e ne costruisce nuovi, li dota di nuova attrezzatura, di nuovi locali per stalle dando impulso all'allevamento della razza chianina. Riduce drasticamente i vasti pascoli e gli etteraggi seminati a cereali, introducendo nuove coltivazioni come il tabacco e la barbabietola da zucchero. Applica alla lettera il contratto mezzadrile con la ripartizione dei ricavi e delle spese al 50% e da buon banchiere introduce il conto corrente di fattoria gestendo per fini aziendali la massa di liquidità non ritirata dai coloni, ai quali sono garantiti adeguati tassi di interesse. La contabilità a partita doppia introdotta in azienda, di chiaro segno commerciale, può apparire complessa per l'alta percentuale di analfabetismo dei coloni di allora, ma senz'altro rivoluzionaria rispetto al nulla di scritto e alla sola parola padronale che imperversava negli scrittoi dell'epoca. E' un successo; in pochi anni i bassi redditi colonici si moltiplicano e le famiglie mezzadrili della fattoria migliorano notevolmente le loro condizioni di vita. Ma soprattutto la nuova proprietà punta tutto sull'industrializzazione agricola ; si sperimentano nuovi macchinarti importati dall'Inghilterra e nel 1872 si applicava per la prima volta il metodo a vapore alla sgranatrice del granturco e alla macchina per pressare il fieno7) . Già in quegli anni interessanti reportage sulla Fattoria dell'Abbadia si potevano leggere sulla “Rivista di Agricoltura Industria e Commercio” la massima pubblicazione italiana del settore. Sta nascendo quella che in seguito sotto l'impulso della nuova proprietà Ciuffi sarà conosciuta e apprezzata come la “Fattoria modello”.

DAI BASTOGI AI CIUFFI

1- Il Decennio del Barone (sottotitolo provvisorio) dal 1867 al 1927 (?)

(7.2.2013 G. Fè)

Contrariamente a quanto si può pensare, vista l'impronta data alla fattoria negli anni successivi dalla famiglia Bastogi, nel primo periodo subito dopo l'acquisto, la direzione dell'azienda fu di esclusivo appannaggio del Barone Ricasoli che l'amministrò tramite i suoi tre più stretti e fidati collaboratori: il Maestro di Casa Federico Nezi, l'Agente Giovanni Lisi e la fattoressa Giuseppa Bigazzi. Il Barone non portò grandi stravolgimenti agli esistenti sistemi agricoli che provenivano dalle precedenti amministrazioni granducali, ma volle comunque lasciare il suo marchio. Fine conoscitore della materia, avendo già immesso sul mercato quel nobile vino Chianti, ricavato dalla selezione delle uve pregiate della sua tenuta di Brolio, ne volle provare ad intensificare la produzione anche in quelle terre bonificate della bassa Chiana che tuttavia si adattavano poco alle caratteristiche del terreno.

Iniziò fino dagli anni 1865-66 a mettere a dimora migliaia di testucchi (l'Acero campestre) e barbatelle di vite che provenivano direttamente dai propri piantumari ed in poco tempo ogni podere della fattoria poté avere la sua vigna e la sua cantina. Il vino di parte padronale veniva venduto alle cantine di Montepulciano trasportato in barili fino alla città poliziana dai mezzadri con i carri trainati dai buoi. Ogni viaggio, che poi durava un'intera giornata, veniva retribuito al colono con una paga di lit. 1,68. Tanto il Ricasoli teneva alla coltivazione della vite che durante una manovra militare del 1868 ebbe una forte diatriba, con tanto di chiamata a risarcire il danno, con il comandante del reggimento cavalleria Genova, tale Enrico Laugeri8), che aveva fatto sostare un suo battaglione nelle vigne della fattoria.

La direzione della fattoria dell'Abbadia, come di gran parte delle fattorie dell'epoca, si reggeva su una serie di ruoli decisionali decentrati che provenivano dalle antiche e nobili famiglie agrarie senesi dei secoli passati. Vi era innanzi tutto la proprietà, rappresentata generalmente come nel nostro caso, da un Maestro di Casa, vero dominus dell'intera amministrazione patrimoniale con tanto di poteri di firma. L'attività gestionale agricola della fattoria era demandata all'Agente o Fattore che era l'unico interlocutore, sia nei confronti dei mezzadri con la tenuta dei conti colonici, sia nei confronti dei privati e delle varie istituzioni che avevano rapporti con la tenuta. Da lui dipendevano direttamente il sotto fattore, il terzomo o uomo di fiducia e le guardie, alle quali erano assegnati i compiti di controllo e sorveglianza (nonché molte volte di spia) sulle diverse attività agricole.

Il terzo ruolo per importanza dell'intero organigramma era quello ricoperto dalla Fattoressa. Di esclusivo genere femminile, era la persona responsabile di tutte le attività domestiche della villa e del complesso padronale. Da lei dipendevano tutta la servitù, dalla prima cuoca all'ultimo degli inservienti. Alla fattoressa era demandato anche il compito di tenere la contabilità della gestione della villa che annotava in un apposito registro detto:“Nota delle spese e del vitto agli esteri”, dove riportava con puntuale pignoleria il costo di ogni pur minimo acquisto ed i pasti somministrati, elencando i nominativi e la durata del soggiorno di tutte le persone ospiti della fattoria. Tra le annotazioni riportate è curioso leggere che il Barone Ricasoli, non ci è dato conoscere per quali motivi, consumava un solo pasto giornaliero. Era regola ferrea che sia il Fattore che la Fattoressa dovessero avere lo status di celibe e nubile.

C'era poi la struttura della famiglia mezzadrile che si reggeva sulla figura cardine dell'intera famiglia colonica, il capoccia, unico soggetto giuridicamente riconosciuto a rappresentare la famiglia nei rapporti con la proprietà.9)

Oltre a impiantare nuove vigne e ripristinare le esistenti, il Ricasoli mise mano ad una ristrutturazione essenziale dell'intera rete poderale e alla costruzione di nuovi casamenti. Nell'anno 1868 furono ultimati i lavori della nuova fabbrica di Sant'Anna10). I lavori edili furono eseguiti dal muratore Giovanni Valentini, gli impostami fatti dai fratelli Vignai di Abbadia, mentre ai lavori di manovalanza per prelevare la ghiaia dal Salarco, levare i mattoni dalla fornace Domenico Tiezzi e quant'altro, furono adibiti alcuni coloni e braccianti con una paga giornaliera pro-capite di cent. 0,84. L'intero costo per la costruzione del podere Sant'Anna fu di Lit. 4431,05-

La produzione agricola sui circa 800 ettari coltivabili era basata essenzialmente su alcune colture tradizionali quali: il grano, l'orzo, il granturco, le fave ed alcuni piccoli appezzamenti seminati a fagioli,ceci, segale e miglio destinati sopratutto ai bisogni primari delle famiglie contadine. Si iniziò allora un nuovo metodo nella rotazione delle colture con l'introduzione di sementi di bolognino ed erba medica che oltre ad aiutare la fertilizzazione dei terreni, producevano ottimo fieno per l'allevamento del bestiame. Il fieno prodotto nei prati di fattoria non bastava però al crescente aumento dei capi bovini voluto dalla nuova proprietà, che puntava con esso ad un aumento delle entrate a maggior redditività. La soluzione a questo problema era a portata di mano e il Ricasoli non se la fece sfuggire. Forte del suo carisma, ma sopratutto del suo potere politico iniziò una trattativa con il Pubblico Demanio per lo sfruttamento dei terreni demaniali degli argini dei fiumi che attraversavano le sue terre. In poco tempo riuscì a stipulare un contratto di affitto quinquennale per circa 12 ettari di terreno tra argini e galene col quale si assicurava cospicue quantità di fieno ma anche foglia e legna dei numerosi gelsi presenti sugli argini del Nuovo Salarco, della Foenna e del Canale Maestro.

Ma non percorse solo la strada degli affitti per allargare la base seminativa dell'azienda, acquistò anche alcuni appezzamenti dalla proprietà Pannilini11) e fece ripristinare a seminativo parte di alcuni stradoni ritenuti troppo grandi per la modesta viabilità del tempo. L'allevamento del bestiame e quello della razza chianina in primis erano già presenti anche in epoca granducale e rappresentavano così come avrebbero rappresentato negli anni futuri una delle principali attività della fattoria. Dai conti stima del 1867 il patrimonio zootecnico poteva contare 444 capi bovini, 1016 capi ovini, 700 suini oltre diversi capi equini. Ogni podere dei 25 disseminati nella fattoria aveva una sua precisa caratteristica produttiva anche se variava continuamente nel tempo. Negli anni 60-70 del 1800, dalle note presenti nell'archivio Ciuffi, possiamo rilevare come esempio che il podere Santa Luisa fosse il miglior produttore di grano con oltre 1530 staia all'anno, il podere San Leopoldo si distinguesse per l'allevamento della chianina con ca. 24 capi nella stalla, il podere Fuga 1 avesse il maggior gregge di pecore con 52 capi, oltre a fungere da stazione di monta taurina con due tori selezionati.

Tuttavia, la vera discriminante che permetteva una migliore redditività delle famiglie mezzadrili della fattoria dell'Abbadia nei confronti di una parte rilevante dei coloni dell'intera provincia, sopratutto di quelli residenti nelle zone collinari, era senza dubbio l'allevamento del baco da seta. Arrivato in Italia dalla Cina intorno all'anno 1000, fu introdotto molto probabilmente nella nostra valle negli anni della prima bonifica, quando furono immessi nei territori bonificati e sui nuovi argini dei fiumi migliaia di gelsi, la cui foglia costituiva il cibo dei bachi. Questa attività era così importante, per la quantità di lavoro che assorbiva e per l'economia dell'azienda, che le dedicheremo più ampio spazio in un apposito capitolo; per ora ci basta, per avere un'idea dell'incidenza sul totale del reddito agrario della parte dei ricavi connessa all'allevamento del baco da seta, riportare la ripartizione degli incassi avuti dalla vendita della seta nell'annata agraria 1868: Seta giapponese Lire 19800; seta nostrale Lire 5408, con una quota dovuta alla parte colonica di lire 12.601, che procurò un'entrata da 600 a 800 lire a famiglia, che rapportata alla paga giornaliera di un operaio o di un bracciante corrispondeva a circa due anni di salario.

Premesso che in tutti i poderi si produceva la seta, le famiglie che si distinguevano per una maggior produzione erano: le famiglie Fumi dei Sagginali, Castellani di Catena, Cassioli di Santa Cristina, Bastreghi di San Ferdinando, Mozzini di Sciarti2, Menchicchi di San Giovanni.

Attraverso le carte documentarie dell'Archivio Ciuffi, si può seguire come muti lo strumento mezzadrile, ora in mano ai privati e non più appartenente come lo era stato per secoli ad enti religiosi, ospedalieri o comunque caritatevoli. Il rapporto del privato instaurato col colono sembra sempre di più orientato al “mercato” e cerca di stimolare la produttività della famiglia contadina. Non più grandissime estensioni di terreno gestiti dai soliti enti che avevano accumulato la ricchezza con donazioni ed eredità fin dal primo medioevo avendo come interesse primario solo il mantenimento del capitale; ora erano arrivati i privati che avevano investito i loro denari, appoderato le terre, e vi avevano costruito le loro ville, così la parola rendita si sovrapponeva velocemente a quella di carità.

Di questo mutamento danno conferma le varie disdette che iniziano a pervenire ai mezzadri della fattoria dell'Abbadia. La prima disdetta dell'era Ricasoli-Bastogi è ricevuta nel 1867 nelle proprie mani dall'usciere della Regia Pretura di Montepulciano dal mezzadro del Porticciolo 1, Giacinto Caldesi.12) Nel complesso non si trattò molto probabilmente di disdette dovute al non rispetto del contratto, in quanto ritroveremo molti dei coloni disdettati in altri poderi della fattoria, ma di aggiustamenti nel rapporto braccia-lavoro e terreno da coltivare per ricavarne maggior profitto; oggi si chiamerebbe ottimizzazione.

L'annata agraria si chiudeva a quel tempo ogni 31 maggio e varierà solo nei primi decenni del 1900 con lo spostamento al 31 gennaio. Era il giorno in cui in fattoria arrivava un'altra figura importante nell'ambito dei rapporti tra padrone e contadino, il Ministro. Era la persona incaricata, generalmente un ragioniere o contabile come allora si usava dire, alla supervisione dei conti colonici . In teoria doveva essere un soggetto al di sopra delle parti, ma quasi sempre rispondeva più alle logiche padronali che agli interessi dei singoli mezzadri. Ed era anche il giorno tanto atteso da tutti i componenti la famiglia colonica; il capoccia infatti, vestito con gli abiti dei giorni di festa, si presentava allo scrittoio con il cappello in mano in segno di rispetto. Entrava e si trovava dinanzi il padrone, il fattore e il ministro; si tiravano le somme dell'annata e finalmente si poteva sapere quale era il risultato. Quando ritornava a casa tutti ad aspettarlo con la solita domanda d'obbligo :“ Allora quest'anno com'è andata?” ma anche la risposta era quasi sempre la stessa: “ Anche quest'anno un c'è rimasto niente!”

Nelle carte relative alle prime disdette viene riportata la frase: “ho disdetto siccome disdico.. la colonìa del podere…”, il che fa pensare che ancora molti contadini erano sotto il contratto di colonìa e non di mezzadria classica. Il contratto di colonìa o colonìa parziaria si differenziava da quello di mezzadria per le peggiori condizioni contrattuali che riguardavano i rapporti di lavoro e non era esteso a tutta la famiglia colonica ma soltanto ad un lavoratore. Aveva un solo vantaggio nei confronti della mezzadria ed era quello, stabilito per legge, della prosecuzione del rapporto anche per gli eredi del colono.

Continua intanto l'opera di miglioramento delle strutture poderali, delle strade e della nuova colmata, nonché l'espansione della tenuta con l'acquisto di nuovi terreni e casamenti. Nel febbraio del 1870 vengono acquistati alcuni terreni con annessa casa nei pressi della Stazione del Salarco di proprietà di Domenico Tiezzi . La proprietà acquisita, denominata Il Pino, viene affidata al luogaiolo Feci Antonio , mentre, del nuovo podere di Sant'Anna prende possesso la famiglia colonica Neri. E' molto probabile che nelle mezzerie dei logaioli della Fonte, della Casa dell'Ortolano e della Fornace esistessero solo delle capanne per il ricovero degli animali e che solo più avanti, con le ristrutturazioni, sono diventati dei veri poderi.

E' in questi anni che vengono introdotti in azienda nuovi macchinari per trebbiare il grano, abbandonando i vecchi sistemi di battitura a mano e con le bestie. Dalle officine grossetane Cosimini viene acquistata una macchina trebbiatrice per azionare la quale si usa il vapore di una locomobile delle Strade Ferrate Romane. E' un metodo rivoluzionario già presente nell'agricoltura inglese, paese all'avanguardia nell'innovazione del settore agricolo, verso cui i proprietari della fattoria guardano con grande interesse . Negli anni a venire, infatti, molti macchinari verranno acquistati Oltre Manica presso l' industria Clayton. Non appare quindi casuale, nel 1871, la visita alla fattoria dell'Abbadia del “Ministro d'Inghilterra” come scrive la fattoressa nel suo registro dei soggiorni. Il tutto si può collegare alla rete dei rapporti che il barone aveva costruito negli anni in cui era stato presidente del Consiglio con il suo ultimo mandato esplicato proprio negli anni 1866-67, quando era già proprietario della tenuta.

Con il prosieguo della bonifica si cerca di strappare alla palude gli ultimi terreni utili all'agricoltura, progettando la colmata delle terre tra i corsi d'acqua del Fossatello e della Foenna.

Oltre a macchinari innovativi si cercano in Europa anche nuove sementi per poter migliorare il basso reddito agrario delle nostre campagne. Dalla Francia vengono fatti arrivare 100 kg. di seme di barbabietola e per la prima volta tutti i poderi della tenuta coltiveranno quel tubero che nei primi anni del Novecento porterà una tale produzione da invogliare alcuni pionieri del Nord Italia ad impiantare uno zuccherificio nel comune di Montepulciano.

All'innovatore Ricasoli, tuttavia, questo non basta, così nel giugno del 1871 chiama tre maestri muratori di Montevarchi ed impianta in fattoria una filanda per la seta. In pochi mesi l'impianto è pronto e inizia a produrre sotto la supervisione di un direttore e di due maestre di filanda. In un'annotazione della fattoressa possiamo rilevare che già arrivano in fattoria alcuni commercianti a ritirare i cascami13). Sono le prime avvisaglie della rivoluzione industriale che già presente nel nord Europa contagerà sulla fine dell'800 anche il nostro paese; ma è anche l'inizio di quella trasformazione aziendale che porterà nella prima metà del '900, sotto la spinta dei Bastogi prima e dei Ciuffi dopo, a fare di questa fattoria un modello agro-industriale sia di tecnica che di conduzione, a cui farà riferimento gran parte dell'imprenditoria del settore.

1) G.F. Di Pietro, Atlante della Val di Chiana. Cronologia della bonifica, Regione Toscana, 2005.
2) Ivi, p. 111.
3) A. Zobi, Storia civile della Toscana dal  MDCCXXXVII al  MDCCCXLVIII,  1850, tomo 2°, pp. 97-98.
4) Archivio Storico della Fattoria Ciuffi (da ora in poi ASFC), Faldone 1864-65.
5) ASFC- Faldone 1 Queste le denominazioni dei poderi e delle mezzerie e relativi lavoratori: Podere - Mezzadro s.pietro vecchio-fanciulli ferdinando strada-contemori giovanni porticciolo 1°-caldesi giacinto porticciolo 2°-terrosi angelo sciarti 1°- ghezzi pierantonio sciarti 2°-mozzini pasquale aiola 1°-bennati giuseppe aiola 2°-marchi domenico aiola 3°-casini luigi ferretti-pucci luigi catena- s.vittorio-pucci pietro s.luisa-galaurchi settimio sagginali-falciani s.cristina-calfido gian maria s.gio.nepomuceno-menchicchi pietro s.leopoldo-stacciotti angelo s.ferdinando-bastreghi pasquale s.carlo-nannotti luigi s.francesco-tamagnini angelo fuga 1°-bastreghi federigo fuga2°-palmerini domenico s.pietro nuovo-bennati francesco stringaie-sonnati fabiano casa dell’ortolano-grilli benedetto mezzaioli: di vagliano-quinti leonardo di gracciano-iradiritto annunziata della fornace-facchielli angelo della fonte-bennati teresa
6) ASFC- faldone 1. Queste le denominazioni dei poderi e delle mezzerie e relativi lavoratori: S.Pietro vecchio, Fanciulli Ferdinando; Strada, Contemori Giovanni; Porticciolo 1°, Caldesi Giacinto; Porticciolo 2°, Terrosi Angelo; Sciarti 1°, Ghezzi Pierantonio; Sciarti 2°, Mozzini Pasquale; Aiola 1°, Bennati Giuseppe; Aiola 2°, Marchi Domenico; Aiola 3°, Casini Luigi, Ferretti, Pucci luigi; Catena- S.Vittorio, Pucci Pietro; S. Luisa, Galaurchi Settimio; sagginali-falciani s.cristina-calfido gian maria s.gio.nepomuceno-menchicchi pietro s.leopoldo-stacciotti angelo s.ferdinando-bastreghi pasquale s.carlo-nannotti luigi s.francesco-tamagnini angelo fuga 1°-bastreghi federigo fuga2°-palmerini domenico s.pietro nuovo-bennati francesco stringaie-sonnati fabiano casa dell’ortolano-grilli benedetto mezzaioli: di vagliano-quinti leonardo di gracciano-iradiritto annunziata della fornace-facchielli angelo della fonte-bennati teresa
8) Il reggimento comandato dal Laugeri era di stanza a Foiano con altri 11.000 soldati di tutte le armi al comando del generale Nino Bixio. Foiano era stato scelto quale campo d'istruzione per le grandi manovre dell'esercito italiano. Lo stesso giorno del fatto di Abbadia, a Torrita transitava il re Vittorio Emanuele II, probabilmente al seguito delle truppe. Così recita la targa posta a ricordo dell'evento nel Comune di Torrita:”A Vittorio Emanuele, primo fattore dell'Unita e indipendenza d'Italia, che nel 20 settembre 1868, movendo alle grandi manovre dell'esercito nazionale, transitava per questo comune. Il Municipio di Torrita Q.M.P.”. Dal sito internet Foiano in piazza e appunti spunti ritagli scampoli e curiosità d'arte storia paesana di Giovanni Maria Guasparri-ed. Accademia degli Oscuri di Torrita di Siena-Tip. Rossi, Sinalunga 2012.
9) Di questo aspetto ci occuperemo in maniera approfondita in uno dei prossimi capitoli, dove affronteremo l'intera materia del contratto mezzadrile e le varie norme dei Patti colonici ad esso collegate.
10) Spesso i poderi e i relativi casolari portavano nomi di santi.
11) Ramo della nobile famiglia senese Gori-Pannilini che possedevano oltre le commende di Marciano e della Fratta alcuni terreni(ipotecati per spese di colmata a favore dei Beni della Corona in Valdichiana) anche nella comunità di Torrita. Cfr. Vita in Villa nel senese a cura di Bonelli-Pacini- Ed Pacini Pisa 2000.
12) Regia Pretura di Montepulciano L'anno milleottocentosessantasette e questo dì 20 del mese di novembre . A richiesta dei nobili Sigg. Barone Bettino Ricasoli e Conte Pietro Bastogi ; possidenti domiciliati il primo in Firenze e l'altro in Livorno e ambedue elettivamente nella casa padronale della tenuta di Abbadia cura di detto nome comune di Montepulciano. Io sottoscritto ufficiale addetto alla Pretura che sopra domiciliato in Montepulciano, ho disdetto conforme disdico a, GIACINTO CALDESI,ed intera sua famiglia colonica di cui esso è il capoccia domiciliato in cura dell'Abbadia comune di Montepulciano, la colonìa del podere detto Porticciolo primo, facente parte della Tenuta dell'Abbadia di proprietà degl'Instanti , posto in cura dell'Abbadia comune di Montepulciano e lavorato dal (….) Giacinto Caldesi e famiglia colonica Caldesi- Ho intimato , conforme intimo al detto Giacinto Caldesi ed intera sua famiglia colonica , di lasciare a tutto il febbraio 1868 libero(……) il sopra descritto podere e terre che lo costituiscono , con assegnazione ad essi coloni licenziati , e (…..) al loro capoccia Giacinto Caldesi , del tempo e termine di giorni otto dal dì della notificazione della presente disdetta a dichiarare se la accetta o no, colla comunicazione che superato detto termine senza avere emessa alcuna dichiarazione od opposizione , la disdetta si avrà accettata e sarà contro detto Caldesi e famiglia colonica a suo luogo e tempo e nel caso di inadempienza alla fatta intimazione , proceduto collo sfratto a tutte loro spese. Ho sempre ad istanza che sopra rammentato e contestato, siccome rammento e contesto a detto Caldesi e sua famiglia colonica come non abbiano diritto di far sementi di grano maggiore della consueta, ne sementare foraggi al di la della quantità occorrente al mantenimento del bestiame nel marzo futuro, colla dichiarazione che le raccolte di foraggi che fossero essere prodotti da sementi illegalmente fatte , dovranno ritenersi, come sono effettivamente di pertinenza degli istanti proprietari , salvo il diritto dei medesimi quando lo credessero opportuno di distruggerlo e ridurre il terreno nello stato primitivo , e ho contestato siccome contesto a detto Caldesi e famiglia che non è loro permesso di vendere e comprare e permutare bestiame senza l'espresso consenso dell'Agente dei beni di essi Sigg. Istanti, e tutto(salvo?). La presente disdetta , assegnazione e contestazione ho fatto e faccio al nominato Giacinto Caldesi , capoccia della famiglia colonica lavoratrice nel podere detto Porticciolo primo, mediante rilascio al suo domicilio in copia al presente atto consegnandola in persona di lui stesso. L'usciere.
13) Scarti di fibre tessili.
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