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documenti:razza-chianina:allevatori

4-ALLEVATORI

PROPRIETARI E ALLEVATORI

Le fonti ufficiali, come i cataloghi delle mostre, i verbali delle premiazioni dei concorsi nonché gli articoli di giornali in cui via via comparivano notizie riguardanti le fiere ed i mercati, parlano quasi sempre dei proprietari degli allevamenti e delle aziende agricole. E' indubbio che i proprietari hanno avuto una gran parte negli allevamenti e soprattutto negli indirizzi che essi davano al tipo di allevamento, se specializzarlo per il commercio della carne o se, viceversa, specializzarlo nel lavoro di sperimentazione per portare a perfezione, mediante una continua selezione, tutti gli animali di razza chianina, a principiare dai tori. Inoltre, senza i proprietari che possedevano il terreno necessario per la produzione dei foraggi, che avevano capitali da investire nelle stalle e che provavano una certa simpatia per questi animali giganteschi, l'allevamento dei bovini di razza chianina sarebbe stato lasciato alla spontaneità di qualche allevatore e tutto sarebbe rimasto come ai tempi degli antichi Romani, quando il “gigante bianco” era una rarità, buono solo da usare nelle funzioni religiose.

La verità è che pur se i proprietari mettevano a disposizione strumenti e capitali per l'allevamento, i veri allevatori erano quelli che nel patto di mezzadria e nella conduzione pratica delle aziende erano chiamati "bifolchi", parola di origine etrusca che potremmo tradurre come “tecnici dei buoi”. Erano, infatti, i bifolchi che si prendevano cura degli animali: molti di loro avevano, addirittura, la camera da letto sopra la stalla in modo da essere pronti a qualsiasi evenienza, anche di notte. Erano i bifolchi responsabili degli animali da lavoro, erano loro che li guidavano durante l'aratura, erano loro che assistevano le vacche durante i parti, spesso difficili; erano loro che distribuivano il foraggio e che tagliavano le unghie degli animali dopo i lunghi mesi invernali passati dentro le stalle.

Tra i bifolchi, di man di mano che diventava sempre più importante il lavoro di selezione degli animali, prendeva sempre più consistenza la figura del “toraio”, di colui che, nella stalla, accudiva esclusivamente il toro o i tori scelti per la riproduzione.

E' merito, dunque, dei bifolchi e soprattutto dei torai se oggi la razza chianina è famosa in tutto il mondo.

Prima che venissero organizzati i Mercati Concorso, per far conoscere i progressi conseguiti negli allevamenti venivano stampati e diffusi dei cataloghi 1) in cui erano riportate delle schede di ogni singolo animale; ogni capo era identificato con tutti i relativi parametri (età, peso, numero di iscrizione al Libro genealogico), nonché la stalla di provenienza, i nomi del proprietario, del colono e dell’allevatore.
Molto spesso l'allevatore e il proprietario erano la stessa persona, come nel caso dei coltivatori diretti; ma quando si trattava di grandi stalle, il non citare nella scheda il nome e il cognome del colono sotto la voce allevatore, secondo me 2), era una scorrettezza per due motivi:

  1. perché nella maggior parte dei casi gli animali venivano allevati a mezzadria e quindi i coloni ne erano proprietari per il 50%;
  2. perché erano proprio i mezzadri che li accudivano e non i proprietari ad essere i veri allevatori.

Il bestiame era allevato con il metodo di stabulazione fissa nelle stalle che si trovavano al piano terreno delle case coloniche.
In comunicazione con la stalla c'era una stanza che veniva chiamata “stanza dell’erba” o del “segato”; dentro di questa si trovava il Segone , poi sostituito con il Trinciaforaggi, quindi il Trincino, usato per triturare le barbabietole (bietole) ed il contenitore per le farine.
Questa stanza veniva tenuta rigorosamente chiusa per proteggere il foraggio dai cattivi odori provenienti dalla stalla.
Gli animali, infatti, avrebbero rifiutato il cibo se avessero sentito, per il loro olfatto molto sensibile, se nel foraggio con cui venivano alimentati, o se nell'acqua, con cui venivano abbeverati, c’era qualche sostanza o qualche odore non a loro graditi.
I contadini non usavano l'orologio, specialmente nei periodi estivi si alzavano dal letto prima del sorgere del sole.
Il primo lavoro che svolgevano era la pulizia della stalla, che prendeva il nome di “sbaccinatura”; ad essa e al trasporto del letame nella concimaia partecipavano diversi componenti della famiglia, sia uomini che donne.
Chi, però, nella stalla era una persona molto importante era il bifolco, che aveva la responsabilità degli animali, sia nell'accudirli sia nel guidarli nei vari lavori dei campi.
Il bifolco era a capo di uno o due giovani, o più, a seconda del numero dei capi di bestiame allevati, che erano chiamati “sottobifolchi”.
Il lavoro di queste persone consisteva nel pulire le mangiatoie, preparare il foraggio e governare gli animali, ovvero provvedere a farli mangiare due volte al giorno, la mattina e la sera con un’alimentazione che prevedeva farina, “segato” e “insilati” (cioè, conservati nei silos).
La farina veniva fatta con la molitura di mais, orzo e anche “favino” (fava a seme piccolo, destinata all’alimentazione animale); il “segato” non era altro che il fieno tagliato (dal dialetto: segare, tagliare) mediante il segone oppure il trinciaforaggi: il fieno era prelevato dal pagliaio con un attrezzo chiamato “tagliera” e in modo tale che il taglio non pregiudicasse la qualità e la salute del foraggio.
Anche in questo lavoro era dunque necessaria la sapienza del contadino che è racchiusa nel proverbio “contadino, scarpe grosse e cervello fino”.
L’insilatura consisteva nel conservare il foraggio tritato nei silos, che apparvero tra gli anni 1940 e 1950; nei primi tempi l’insilatura, svolta con il trinciaforaggi, era un lavoro molto duro, ma la fatica diminuì quando arrivò l’insilatrice.
Il deposito del foraggio trinciato nel Silos veniva fatto a strati, ogni strato veniva pestato (lavoro cui partecipavano anche i bambini), su ogni strato veniva cosparso del sale “pastorizio”.
Dopo aver riempito il silos, infine, il foraggio era ricoperto con terra perché esso potesse adeguatamente fermentare.
Tutto ciò perché i silos dovevano servire a recuperare i tagli di erba più scadenti; non sempre però l’operazione aveva un buon risultato perché alcune erbe anziché fermentare infradiciavano.
I silos tuttavia funzionavano bene con il granturco da foraggio, cui si poteva aggiungere una piccola percentuale di altro foraggio meno pregiato (come per esempio le foglie dei gelsi).
Nel periodo invernale, quando i coloni non avevano tanto lavoro in campagna, le governe, cioè i pasti degli animali, erano tre anziché due: la prima veniva fatta la mattina verso le ore 8, la seconda nel primo pomeriggio e la terza con meno quantitativo di foraggio la sera tardi o dopo cena; nelle fredde serate invernali, mentre gli anziani e i bambini dopo aver cenato si scaldavano vicino al cantone, gli uomini più giovani scendevano nella stalla, davano da mangiare agli animali, dopo di che si fermavano nella stalla perché era il posto più caldo di tutta l' abitazione.
Nelle stalle, infatti, venivano organizzate le veglie, durante le quali era facile vedere gli uomini giocare a carte sopra a una cesta del segato e le donne rammendare, fare la calza o a sgusciare il granturco.
Nei mesi invernali i coloni non se la passavano male, ma nell'altro periodo dell'anno per questa gente le giornate di lavoro erano lunghe e faticose.
Questo lo era anche per il bifolco che con i bovi e le vacche doveva lavorare il terreno del podere.
Il suo lavoro non si limitava nel governare il bestiame e nel lavorarci il terreno, perché un’attenzione particolare doveva averla quando le femmine andavano in calore.
Nell’azienda della Fila accompagnare una vacca dal podere Catena al Torrione, per farla coprire, significava fare sette km a piedi. Se poi, magari dopo 20 giorni , si accorgevano che non era gravida e dovevano rifarsi daccapo avevano perso tempo e denaro. Comprendete quindi l'importanza del ruolo e dell'esperienza del bifolco.

Negli ultimi anni, molte cose sono cambiate nel modo di allevare gli animali: alcune modifiche hanno apportato dei miglioramenti, altre, invece, lasciano un po’ perplessi. Con la perdita dei vecchi bifolchi e della loro esperienza, si è verificato che l'occhio dei nuovi stallieri non era sufficientemente esperto per stabilire quando si doveva provvedere agli accoppiamenti. La conseguenza negativa è stata una mancanza di fecondazioni, verificata in un allevamento della zona, che ha raggiunto anche il 40% delle fattrici, causando una significativa perdita economica. La riflessione su questo aspetto negativo ha portato l'allevatore in questione alla scelta dell'accoppiamento libero con il conseguente recupero della fecondità di tutta la stalla. Oggi, infatti, usando il metodo della stalla libera, oppure quello dell’allevamento allo stato brado, succede che gli accoppiamenti fra gli animali avvengono in modo naturale e al momento giusto.

L'occhio del bifolco era fondamentale nel decidere quando doveva far coprire la vacca.
Egli, avendo nella propria stalla al massimo trenta, trentacinque capi, conosceva di ognuno pregi, difetti e carattere.
L'attenzione maggiore la doveva avere per le giovenche e per le vacche gravide che, essendo allevate in stalla fissa, non facevano ginnastica funzionale e spesso andavano aiutate nel parto.
Pertanto possiamo dire che uno dei miglioramenti avuti con l'allevamento in stalla libera, dal momento che gli animali possono fare ginnastica funzionale, è quello della facilità nel parto rispetto al passato.
Ai parti più difficoltosi assisteva il veterinario. Quando però quest'ultimo non poteva essere presente i coloni si rimboccavano le maniche e aiutavano gli animali senza altro aiuto che la propria esperienza.3)
Allora i rapporti interpersonali erano migliori di ora. Quando in una stalla c'era una vacca che doveva partorire i vicini accorrevano senza essere chiamati, tanto di giorno che di notte, e aiutavano il bifolco.
Un’ altra cosa a cui il bifolco doveva prestare attenzione, specialmente per le vacche, erano gli zoccoli che nella razza chianina sono molto delicati.
Gli animali usati per lavorare erano ferrati dal maniscalco. Analogamente alle suole delle scarpe anche i ferri si consumavano e il bifolco doveva prestarci attenzione per non ritrovarsi con una vacca sferrata.
Un altro lavoro di estrema difficoltà che spettava al Bifolco era la doma dei vitelloni castrati e delle giovenche che poi sarebbero diventati bovi e vacche.
Questa era un'operazione di estrema difficoltà durante la quale si potevano verificare incidenti, sia per gli uomini che per gli animali.
La prima cosa che veniva fatta era l'aggiogatura che rappresentava uno dei passaggi più difficili nella doma perché gli animali, non sopportando questo attrezzo sul collo, si ribellavano con tutte le loro forze.
Quando gli animali dimostravano di sopportare il giogo venivano attaccati al carro con la martinicca, ovvero il freno, rigorosamente tirata.
La doma corretta era quella che permetteva di attaccare maschi e femmine accoppiati ed affiatati fin dalle prime fasi.
Se questa operazione non era possibile, il bifolco risolveva il problema affiancando l'animale giovane con un bue o una vacca adulti.
Siccome le femmine sono più capricciose dei maschi, domarle era un po' più difficoltoso.


Foto

Tori e torai

Tori sani e vacche prolifiche

Lezioni di mascalcia

Lezioni di mascalcia 4)

Quando stavo alla Torre.

Nei miei ricordi di ragazzino 5), succedeva spesso che quando giocavo con i miei amici vicino alla stalla, arrivasse mio padre e ci dicesse:«Forza ragazzi andate da un altra parte devo cavare un vitello». Poi chiamava qualcuno della mia famiglia per farsi aiutare e gli diceva:«C'è un vitello che gli riscalda i piedi, lo devo guardare».
Tirava fuori l'animale, lo legava ad una campanella, gli alzava i piedi, dopo di che, glieli puliva con un apposito legnetto. Poi glieli lavava ed infine gli ci metteva un liquido celeste (credo sia stato rame). Un'altra cosa faceva per la salute dei piedi degli animali: appena smetteva di piovere, li faceva passeggiare nella terra fresca.
A questa operazione partecipavano tutti i vicini perché, avendo piovuto, non erano a lavorare nei campi. Qualche volta noi ragazzi potevamo tenere gli animali più docili.
Nei pressi del TORRIONE era uno spettacolo vedere una ventina di animali, fra tori e torelli, tutti a passeggio.

Il mal costume

Pulizia dei piedi

Luciano Roghi

Dott. Piervincenzo La Bella - Medico Veterinario

Frullino professionale

Valerio Furlani

2) , 5) Vladimiro Menchicchi
3) L'impegno e la difficoltà per aiutare una vacca a figliare lo possiamo vedere in questo video⇒https://www.youtube.com/watch?v=ZAzyDKvBHSg
4) Estratto da→Agricoltura Toscana n°4 Aprile 1949
documenti/razza-chianina/allevatori.txt · Ultima modifica: 14/11/2017 13:55 da miro