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appunti:mariano:libro

Libro razza chianina

Ultima stesura

INTRODUZIONE

Sul bovino di razza chianina sono corse e corrono tante leggende, per il semplice motivo che tutti ne hanno parlato e ne parlano senza conoscere la storia della sua evoluzione nel tempo. Di questa razza, infatti, abbiamo un’immagine mitica che nasce sia per lo straordinario candore del suo mantello, sia per le sue proporzioni gigantesche, sia per la possanza e l’imponenza del toro. Insomma, più che la realtà, nell’immaginario collettivo sopravvivono le notizie poetiche che Ovidio ci dava dei riti religiosi in cui comparivano queste coppie di bovi bianchi, simbolo di purezza, che partecipavano come animali sacri alle cerimonie degli antichi Romani. Anche la memoria dei vecchi contadini ha contribuito a creare il mito del “gigante bianco”, quando parlandone ai più giovani, rievocavano certe occasioni festive, come per esempio i cortei nuziali in cui i bianchi buoi, ornati di fiocchi rossi e sonori campanacci, trainavano il carro su cui era trasportata la sposa contadina.

Se poi teniamo presente che per un cinquantennio, dopo la fine della mezzadria, la razza chianina era quasi scomparsa dalle regioni originarie e che, si diceva, era allevata in paesi lontani, come il Brasile e il Canada, è facile capire perché, in assenza della realtà, l’immagine mitologica abbia preso una maggiore consistenza.

In Brasile e in Canada, tuttavia, non ci sono mezzadri né agricoltori che usano animali da lavoro come i buoi; lì per il lavoro dei campi è usata la forza di potenti macchine modernissime. Cosicché i vitelli di razza chianina in quei paesi erano allevati solo per la produzione di carne, sfruttando la loro struttura corporea molto più robusta di quella di altre razze; e soprattutto erano usati per l'incrocio industriale che permette di ottenere animali di elevata precocità, grande sviluppo, carne di eccezionale qualità, magra, rosea e sapida, anche se la razza incrociata è di mediocre qualità. La voce dovette arrivare anche in Italia e soprattutto nelle regioni dell’Italia centrale, da dove gli animali erano partiti, e dove c’erano ancora pochi allevatori che, con tenace nostalgia, avevano continuato a tenere le stalle funzionanti, malgrado spesso il gioco, come si dice, non valesse la candela. Le iniziative di questi allevatori presero nuovo slancio, accanto ad esse ne nacquero altre e così quella razza che poteva definirsi in estinzione, oggi gode di una certa valorizzazione, anche se i capi allevati si mantengono entro un numero molto limitato. Fino ad una quarantina di anni fa, nessuno si era occupato di questo bovino, perché era considerato solo come animale da lavoro, come un aiuto del contadino nelle attività più pesanti nel lavoro dei campi; tra l’altro la sua diffusione era molto limitata, essendo circoscritta alla Toscana meridionale e in qualche zona dell’Umbria e in altre aree toscane dove vigeva il sistema di mezzadria.

In questi ultimi anni è stata l'associazione di Bettolle (SI), “Gli Amici della Chianina”, che organizza annualmente la festa del “Gigante bianco”, a cercare di rilanciare la conoscenza e la valorizzazione della razza chianina. Le motivazioni che hanno spinto l'architetto Giovanni Corti, insieme con la Pro Loco di Bettolle, a riparlare di questo splendido animale, sono state la necessità di promuovere a livello economico gli allevamenti locali e insieme la volontà di manifestare gratitudine al dottor Ezio Marchi, illustre veterinario e accademico, cittadino di Bettolle, che, come scienziato, tanto si spese per la valorizzazione di questo bovino.

Ma questa meritoria attività della Pro Loco di Bettolle si è fondata solo su una documentazione parziale, quella che le cronache ufficiali ci hanno tramandato e che riguardano principalmente le attività di studioso e di accademico del professor Marchi. Recentemente, infatti, durante una ricerca sulla Fattoria dell'Abbadia, che era stata del Ricasoli e poi del Bastogi ed infine del Ciuffi, si è avuta la gradita sorpresa di trovare fra i faldoni dell'archivio documenti che ci permettono di fissare, con adesione totale alla realtà storica, l'inizio dello studio, se non proprio della sperimentazione attuata sulla razza chianina. Se è vero, infatti, che l'allevamento su basi scientifiche del cosiddetto “gigante bianco” è stato svolto con maggiore consapevolezza nei primi anni Venti del Novecento, seguendo i suggerimenti e gli studi del Professor Ezio Marchi (1869-1908), considerato appunto il “padre della razza chianina”, le fonti documentarie conservate presso l'Archivio della Fattoria dell'Abbadia ci dicono, invece, che fu proprio il barone Ricasoli a partire dal 1864, cioè lo stesso anno dell'acquisto dell'azienda, a indirizzare la sua attenzione sull'allevamento bovino, chiamando il padre di Ezio, il dottor Francesco Marchi, a prendersi cura in qualità di veterinario di tutte le stalle della tenuta. Tanto per fare un esempio su come il Ricasoli voleva gestire l'allevamento degli animali, basti pensare che nel 1864 nelle stalle dell'azienda si trovavano 286 bestie vaccine, 301 suini e 708 capi di bestiame minuto (soprattutto pecore), mentre a distanza di appena dodici anni, la situazione sarebbe cambiata, perché le bestie vaccine erano aumentate fino a 445 capi, i suini avevano raggiunto il numero di 538, mentre erano scomparsi del tutto gli ovini, segno che l'azienda, con la fine della pastorizia, che è propria di un sistema agrario arcaico, si avviava verso forme moderne, basate su un'agricoltura avanzata tecnologicamente e su un allevamento di animali di pregio.

Questi nuovi e fin'ora sconosciuti documenti ci permettono oggi di affermare che, per quanto riguarda la storia moderna della razza chianina, occorre spostare l'orologio indietro di almeno cinquant'anni e di fissare la nostra attenzione su altri personaggi, non solo sul dottor Ezio Marchi, ma anche sul di lui padre, Francesco, sul dottor Vincenzo Luatti (altro dottore veterinario di cui parleremo più avanti) e su altre decine di proprietari e allevatori che hanno avuto il merito di custodire e valorizzare la razza chianina.

Ed è utilizzando la documentazione trovata nell'Archivio Ciuffi e in molte pubblicazioni che via via sono state reperite, che si cercherà qui di delineare brevemente la storia degli allevamenti, dei mercati e dei proprietari che nell'area della Val di Chiana si sono adoperati a difendere, a salvaguardare e a promuovere questa razza che pare abbia ascendenti storici molto lontani.

Capitolo primo

1.1 PROPRIETARI E ALLEVATORI

Le fonti ufficiali, come i cataloghi delle mostre, i verbali delle premiazioni dei concorsi nonché gli articoli di giornali in cui via via comparivano notizie riguardanti le fiere ed i mercati, parlano quasi sempre dei proprietari degli allevamenti e delle aziende agricole. E' indubbio che i proprietari hanno avuto una gran parte negli allevamenti e soprattutto negli indirizzi che essi davano al tipo di allevamento, se specializzarlo per il commercio della carne o se, viceversa, specializzarlo nel lavoro di sperimentazione per portare a perfezione, mediante una continua selezione, tutti gli animali di razza chianina, a principiare dai tori. Inoltre, senza i proprietari che possedevano il terreno necessario per la produzione dei foraggi, che avevano capitali da investire nelle stalle e che provavano una certa simpatia per questi animali giganteschi, l'allevamento dei bovini di razza chianina sarebbe stato lasciato alla spontaneità di qualche allevatore e tutto sarebbe rimasto come ai tempi degli antichi Romani, quando il “gigante bianco” era una rarità, buono solo da usare nelle funzioni religiose.

La verità è che pur se i proprietari mettevano a disposizione strumenti e capitali per l'allevamento, i veri allevatori erano quelli che nel patto di mezzadria e nella conduzione pratica delle aziende erano chiamati “bifolchi”, parola di origine etrusca che potremmo tradurre come “tecnici dei buoi”. Erano, infatti, i bifolchi che si prendevano cura degli animali: molti di loro avevano, addirittura, la camera da letto sopra la stalla in modo da essere pronti a qualsiasi evenienza, anche di notte. Erano i bifolchi responsabili degli animali da lavoro, erano loro che li guidavano durante l'aratura, erano loro che assistevano le vacche durante i parti, spesso difficili; erano loro che distribuivano il foraggio e che tagliavano le unghie degli animali dopo i lunghi mesi invernali passati dentro le stalle.

Tra i bifolchi, di man di mano che diventava sempre più importante il lavoro di selezione degli animali, prendeva sempre più consistenza la figura del “toraio”, di colui che, nella stalla, accudiva esclusivamente il toro o i tori scelti per la riproduzione.

E' merito, dunque, dei bifolchi e soprattutto dei torai se oggi la razza chianina è famosa in tutto il mondo.

1.2 GLI ALLEVAMENTI – LE MONTE

Gli allevamenti erano a stabulazione fissa. A seconda del numero dei capi allevati, possiamo suddividerli in Grandi, Medi e Piccoli. Quelli Grandi possedevano stalle in cui erano allevati fino ad un massimo di 800/900 capi di bestiame, ed erano costituiti dalle ex Fattorie Granducali, estese per centinaia di ettari di terreno nelle zone di pianura, lungo il Canale Maestro della Chiana. Gli allevamenti medi erano situati anche a mezza collina; in essi si trovavano spesso le Pubbliche stazioni di monta taurina. Gli allevamenti piccoli erano costituiti dalle stalle che si trovavano al pian terreno delle case dei coltivatori diretti.

Perché un allevamento fosse giudicato buono, però, non era sufficiente un grande numero di animali, era necessario, invece, avere degli ottimi tori riproduttori che garantissero la qualità della stalla. In questo senso, spesso, piccoli allevamenti gareggiavano alla pari con quelli grandi.

Fino al 1935 possiamo dire che gli allevamenti si differenziavano solamente per il numero dei capi di bestiame che possedevano; poi, dal 1935, con l'istituzione del libro genealogico della razza, gli allevamenti si divisero in due fasce: quelli che si dedicavano alla selezione e quelli normali.

Da quello che ci consta, fino al 1935, uno dei pochi, e forse l'unico, che avesse selezionato gli animali era l'allevamento della Fattoria dell'Abbadia.

1.3 ALLEVAMENTI PIÙ GRANDI

a) Fattoria di SANTA CATERINA

All'epoca delle fattorie Granducali, l'attuale Tenuta S. Caterina si chiamava Fattoria di Creti. Dopo l'unità di Italia i Proprietari divennero i conti di Frassineto che la tennero fino il 1920, quando passò in mano alla Società Bonifiche Terreni Ferraresi, che tuttora ne è proprietaria.

Questa tenuta di oltre 900 ettari è la seconda delle tredici Fattorie Granducali come estensione territoriale, dopo la Fattoria di Montecchio Vesponi. Il suo territorio pianeggiante si estende a ovest del Canale Maestro della Chiana fino sotto Cortona. Qui era prodotta una quantità enorme di foraggio per governare il bestiame. Per questo, in un certo periodo è stata l'azienda che aveva il più alto numero di animali ed anche di buona qualità. Qui ci sono stati dei buoni tori riproduttori: uno dei più importanti fu TRENTO, di cui non si conosce la genealogia; sappiamo solamente che nel 1934 all'età di 42 mesi fu iscritto nel Libro Genealogico, come si può leggere in La grande nevicata di primavera, Cortona 2004, in cui sono riportate anche la foto e la Scheda di iscrizione al concorso.

Un altro toro importante fu TAGÙ che vinse la Coppa Kennedy; ma anche BRENO fu un buon redatore, cioè un buon riproduttore di vitelli (in Toscana il “redo” è il vitello di latte; e come è ovvio, redo deriva dal termine “erede”). Secondo il mio parere, però, il toro più importante di S. Caterina fu LUTERO, grandissimo redatore, figlio di Trento e, a sua volta, padre di almeno quattro riproduttori importanti: SUPO che fu acquistato dall'Azienda La Braccesca; SUDO, padre di ZOCO, ceduto all'Azienda PUCCIO PREFUMO SERRA; TABI padre di VALIO ceduto alla Fattoria S. Polo. Nei vari Mercati-Concorso iscrivevano molti vitelli; dai ventitre Cataloghi dei Mercati Concorso, acquisiti per questa ricerca, ho visto che S. CATERINA con 676 iscritti fu la seconda migliore Azienda. Il toro Tabi nel 1946 con 11 e nel 1947 con 15 figli ascritti fu il migliore; BRENO nel 1953 fu il migliore con 27 figli. A BRENO, da come si evince dai cataloghi di cinque Mercati-concorso, furono ascritti complessivamente ben sessantotto figli.

b) Fattoria dell'ABBADIA

Nei tredici anni in cui fu proprietario, assieme al Conte Pietro Bastogi, della Fattoria dell’ ABBADIA, il Barone Bettino Ricasoli fece diversi esperimenti. Ad esempio da un appezzamento di terreno coltivato a barbabietole prelevava dei saggi di terreno e di prodotto, che faceva analizzare, dopo di che stabiliva quale era il miglior metodo per la coltivazione. Qualcosa fece anche per le uve, ma i terreni della val di Chiana non erano adatti per la vite come quelli del Chianti. Egli fece, inoltre, apportare dei miglioramenti tecnici anche negli attrezzi agricoli per lavorare il terreno. Già nel 1875 fece partecipare l’Azienda a una mostra bovina a Firenze, con un toro di nome Bontà, figlio di Codino e Gemma. Rilevante non fu la partecipazione alla mostra, ma il fatto che questi animali avessero un nome, cosa inconsueta per quei tempi. Questa vicenda ci informa, pur se indirettamente, che le prime selezioni le fece proprio il Ricasoli nell'allevamento della Fattoria dell’Abbadia. Quando il barone nel 1878 esce di scena, l'azienda rimane a Pietro Bastogi e, alla morte di questi, verrà ereditata dal figlio Gioacchino. Proprio in quegli anni si iniziano a vedere i frutti del lavoro svolto dal Ricasoli, tanto che già nel 1875 la fattoria dell’Abbadia fu ritenuta un modello per tutto il senese e per questo, poi, nel corso degli anni successivi fu visitata da vari proprietari di altre aziende, visite che culminarono nel 1911 con quella della Cattedra Ambulante di Siena. L’Azienda era così progredita nella conduzione agricola e nell’allevamento bovino da sperimentare modi di selezione almeno dieci anni prima che iniziassero gli studi per la costruzione del Libro Genealogico della Razza chianina, che sarebbe entrato ufficialmente in funzione nel 1935, anche se nel 1920 la Cattedra Ambulante ne aveva già impiantato uno, relativamente agli animali delle stalle della Fattoria a scopo sperimentale. Pertanto possiamo dire che la selezione scientifica della razza chianina sia iniziata nella Fattoria dell’Abbadia, prima che altrove. Nel 1928 la tenuta fu acquistata da Italo Ciuffi che già vi aveva lavorato come agente dei Bastogi e che l'aveva presa in affitto nel 1925. Egli era un grandissimo intenditore di agricoltura, sapeva individuare le coltivazioni più adatte per ogni tipo di terreno, ma era soprattutto un profondo conoscitore del bestiame e quindi un esperto allevatore. Con lui l'azienda raggiunse il culmine dello sviluppo, tanto che popolarmente era soprannominata la “fattoria dei tre SETTE”, perché gli ettari di terreno erano circa 700, nelle 34 case coloniche vi abitavano complessivamente circa 700 persone, i bovini di razza Chianina erano circa settecento, uno per ettaro, cosa che nella Val di Chiana costituiva un primato. Il Ciuffi fu anche molto accorto nella scelta dei collaboratori, alcuni molto validi, come il fattore Alberto Santini, che spesso veniva chiamato a giudicare gli animali nei mercati-concorso, l'impiegato Luigi Volpini (conosciuto come “il Sor Luigi”) e soprattutto, per le cure del bestiame, il bravissimo Veterinario Dottor Ciro Chiasserini, che contribuì notevolmente a portare l'allevamento della Fattoria dell’Abbadia a essere riconosciuto come uno dei migliori a livello mondiale. In tutti i poderi nella stalla venivano allevate a mezzadria le vacche e i vitelli giovani, il numero degli animali variava in base agli ettari di terreno del podere. I tori da riproduzione all'epoca della proprietà Ricasoli-Bastogi venivano allevati a mezzadria nei Poderi “Fuga1”, con il colono Guido Bastreghi, e a “Porticciolo1”, con il colono Zelindo Cenni, sostituito successivamente da Antonio Menchetti. Nel 1930 il nuovo proprietario Ciuffi spostò i tori dal podere “Fuga1” al podere “Avanguardia” dove aprì anche un ambulatorio veterinario. A capo di questa stalla mise il toraio Anastasio Paolucci che vi lavorò come salariato fino al 1936, dopo essere stato mezzadro con la sua famiglia presso il podere “San Francesco”. Dal 1936 al 1950 i tori furono allevati a mezzadria dal colono Demetrio Castellani (detto “Toppone”). Tra i tori che egli ebbe in cura ci furono dei capi molto importanti come “Lampo 13 SI” (questa era la sigla con cui i capi di bestiame venivano denominati nel Libro genealogico), Negus, Nettuno (nato nella stalla del Roghi, podere “S. Vittorio”), e Parrano. Al podere “Porticciolo1” rimasero gli altri riproduttori, allevati sotto la guida del colono Antonio Menchetti; qui nacquero diversi tori che avrebbero dato lustro alla stalla, fra i quali “Lulio 174SI”, “Ustionato”, “Zenato” e soprattutto “Sanitario 770 SI”, che convalidò l’opinione che allora si aveva e cioè che le fortune di un allevatore spesso dipendono dalla qualità di un toro riproduttore. Fu questo il caso di Sanitario, nato nel 1941 presso l’allevamento del signor Napoleone Passerini di Bettolle, che fu acquistato per rinnovare la linea del sangue. Questo animale in pieno sviluppo divenne un 5/4 ( spiegare cosa significa …) di rara bellezza, se si può usare quest’espressione a proposito di bestie vaccine: sempre a testa alta, sembrava volesse dire a tutti che era il padrone della situazione, e difatti aveva un carattere forte non semplice da gestire. Vinse numerosissimi premi tra cui due edizioni della coppa Kennedy nel 1948 e nel 1949, partecipò alla mostra internazionale bovina di Milano nel 1948 assieme ai figli Bazzotto e Babele e ad altre figlie in rappresentanza della Razza Chianina per la Provincia di SIENA. L'animale, oltre ad essere bello, si dimostrò anche un gran redatore, perché dalle sue monte nacquero tantissimi figli e di qualità eccelsa, che, a loro volta, si dimostrarono ottimi riproduttori, come Arno, Ando, Antenore, Babele, per non parlare di Bazzotto. L'attività della stalla e la presenza di tori di così alta qualità e riproduttività fecero sì che al 31 gennaio del 1943 l'allevamento arrivò a 707 capi. Qualche anno prima del 1950 iniziarono i lavori di ristrutturazione nel Torrione, cioè nell’edificio della fattoria, così chiamato per la torre che lo contraddistingueva; il pian terreno fu trasformato da magazzino a stalla, fu aggiunta una palazzina che in seguito fu destinata ad ambulatorio veterinario; furono costruiti gli stanzini per i verri. Ultimati i lavori all'inizio del 1950, tutti i tori da monta e tutti i verri furono portati al Torrione; precedentemente le “attorature”, come erano chiamate gergalmente le monte, si svolgevano o nel podere Avanguardia o al Porticciolo 1. Gli animali furono affidati al colono Ugo Menchicchi (detto il Collese), proveniente dal podere S. Giovanni. Questi era il capoccia di quella famiglia che poi sarebbe stata la mia e che allora era composta dai miei nonni, mio zio, mia zia, il mio cugino, che aveva 3 anni, e da mio padre che ancora non era sposato; tutti erano mezzadri, ma al Torrione si specializzarono nell’allevamento dei tori, dopodiché lasciarono la mezzadria e divennero salariati. Allevare vacche e vitelli giovani, pur se si tratta della stessa specie, è molto diverso che allevare i tori da monta, e in specie cosa semplice non è “farli saltare”, cioè farli accoppiare con le vacche. Il lavoro di mezzadri non avrebbe lasciato molto tempo per accudire ai tori. Per la mia famiglia iniziò così una nuova esperienza e, dato che mio nonno pensava ai verri, il lavoro di toraio era svolto da mio zio e da mio padre. Il mestiere di toraio era tenuto in molta considerazione, ma significava anche assumersi delle grosse responsabilità: se si fosse fatto male un toro tanto da perderlo, significava far andare in fumo una grossa somma di denaro. Gli animali dai poderi Porticciolo ed Avanguardia furono spostati in modo graduale al Torrione. Anche se sono bestie docili non tutte si “assitano” a persone nuove e in particolare se cambiano ambiente, così nella nuova stalla furono portati gli animali più giovani e un paio di anziani finirono la carriera nelle vecchie stalle. Mio padre quando iniziò a fare questo mestiere aveva 25 anni, per impararlo bene ebbe due fortune: la prima che i torai precedenti, Riccardo Menchetti e Gino Castellano, erano i suoi zii e da loro ricevette tanti consigli; la seconda fortuna quella che il primo toro da accudire fu Bazzotto, un animale docilissimo, abituato a vedere tanta gente, che gli venne affidato quando aveva 36 mesi e che a 16 mesi aveva già affrontato il viaggio a Milano. Bazzotto era nato nella stalla del podere Sagginali, del colono Bracciali, da un accoppiamento mirato tra il padre Sanitario, un toro lungo, e la madre Tachele, vacca corta di forme perfette. Chi propose tale accoppiamento deve essere stato un grandissimo intenditore, perché senza dubbio Bazzotto aveva forme corrette; tuttavia aveva il difetto di crescere lentamente, con un incremento giornaliero modesto. La scelta fu azzeccata in pieno, con lo sviluppo le forme migliorarono, tanto che, osservando moltissime foto non troviamo nessun altro animale con un coscio come il suo. Anche le misure diventarono importanti: aveva la cassa toracica superiore a quella di Donetto, da adulto raggiunse un ottimo peso (kg 1550), aveva arti fortissimi, che è la cosa più importante per un toro da monta. E di questo dobbiamo dare merito al suo allevatore, che era mio padre, ossia al “Bibi del Collese”, che nelle pause di lavoro lo faceva camminare (ma si diceva: “lo passeggiava”) sulla terra fresca, facendogli fare quella che oggi viene chiamata ginnastica funzionale. Ai Ciuffi, ma anche a mio padre, Bazzotto dette tante soddisfazioni. Nei Mercati Concorso di Montepulciano Stazione e di Arezzo, per 4 o 5 anni l'accoppiata Bibi-Bazzotto non ebbe rivali. Mia madre sostiene che quando arrivavano dei gruppi in visita al Torrione e mio padre lo faceva uscire dalla stalla per permettere a questi signori di fotografarlo, esso si rendesse conto di essere il protagonista di quell’incontro. Mio cugino, che aveva la stessa età dell'animale, si ricorda che quando aveva sei o sette anni, dopo che mio padre lo ebbe fatto sfilare davanti ai giudici, al Foro Boario di Montepulciano Stazione, lasciò Bazzotto da solo, quindi andò a prenderlo e lo affidò a mio cugino perché lo riportasse al suo posto. Questo bovino oltre ad essere docile e bello, era anche un grandissimo redatore, superiore anche al padre. Nel 1954, all'ultimo mercato concorso a cui partecipò si presentò con 42 figli iscritti, 37 da 6 a 24 mesi, di cui 8 nati da parti gemellari, e 5 tori adulti: Furente di proprietà Pilotti, Fabur di proprietà Svetoni, Fallo di proprietà del Ciuffi, Giogo della fattoria La Fratta, e Ghebio ancora del Ciuffi. Purtroppo Bazzotto si ammalò, e nessuno seppe stabilire di che malattia. Mi ha raccontato mia madre che Varo Ciuffi, per 6/7 mesi passò a trovarlo anche due volte al giorno, lo fece visitare dai migliori veterinari, ma non ci fu niente da fare. Nessuno prendeva la decisione di come agire. Allora Varo Ciuffi disse a mio padre: “ Se dobbiamo macellarlo, lo macelleremo; ma devi decidere tu in che giorno e io non lo devo sapere”. Siccome Bazzotto si alzava soltanto se stimolato da lui, quando dopo qualche giorno mio padre si rese conto che l'animale non rispondeva più ai suoi comandi, fece venire il macellaio Bernardini che eseguì l’ordine. Nella Fattoria dell’Abbadia la razza chianina veniva allevata con molta cura, quindi anche i tori da riproduzione venivano scelti attentamente. Un’altra cosa va detta: dal 1955 in poi, nelle altre zone i poderi da parte dei contadini vennero abbandonati velocemente, nella FILA , essendo i poderi molto redditizi per la fertilità di quelle terre, questo non accadde. I miei familiari svolsero il lavoro di torai al Torrione per tredici anni. Nel 1950 nella stalla c'erano due tori capinucleo , tre pronti, due riserve e una decina di torelli a scalare. Nel 1963 nella stalla il numero degli animali era calato di pochissimo. I primi due tori capinucleo che ebbe mio padre in consegna furono Antenore e Bazzotto, entrambi figli di Sanitario, il primo nato nel 1946 e il secondo nato nel 1947, ma la differenza di età effettiva era di soli due mesi. In questa stalla non c’era posto per animali di scarso valore. Successivamente i capinucleo furono Fallo e Ghebio, figli di Bazzotto: il primo nato nella stalla del colono Roghi era un soggetto di notevoli dimensioni, da adulto arrivò a pesare kg 1630 (quarto peso di sempre) e come redatore non fece rimpiangere il padre; il secondo nato nella stalla del Poderano, era di forme perfette ma un po’ leggero rispetto al peso medio della razza. Nel 1956, dopo 13 anni, l'azienda ritenne necessario cambiare la linea di sangue di Sanitario. La decisione di abbandonare la linea di sangue di questo soggetto, per tutto quello di buono che aveva prodotto, non fu cosa semplice. Per questo avvicendamento fu scelto Lionello che fu acquistato dall’allevamento di Dino Lazzerini. La madre era una vacca con una linea di sangue totalmente esterna rispetto a quella degli animali dell'allevamento Eredi Ciuffi, mentre il padre era Fallo, figlio di Sanitario. Quindi possiamo dire che la linea fu cambiata al 50%. Questo soggetto fu attivo fino al 1960, e per le sue qualità l'azienda non ebbe a subire flessioni. Oltre ad essere un enorme animale e ad avere un incremento giornaliero da record, come era successo per i suoi avi si rivelò un grande redatore; in verità un piccolo difetto l’aveva, ed era che aveva la testa un tantino pesante. Caratteristica della chianina è, infatti, quella di avere la testa piccola, cosa che facilita il parto alla vacca. I suoi figli più importanti furono: Numidio (nato nella stalla di Dino Lazzerini), Pretore, Pino (nato nel podere Fuga 1, colono Salvadori, detto Bistino), ceduto poi all’Istituto Agrario “Vegni”, ed infine Rialzo. Nel 1962 fu ricambiata di nuovo la linea del sangue con l’acquisto di Sisso e di Trafio. Con questi due nuovi animali la linea risalente a Sanitario fu abbandonata definitivamente. Sisso fu un toro giusto di forme, anche se non perfette, ebbe un buon incremento, il suo peso da adulto era ragguardevole, aveva un carattere non troppo docile. Fu un grandissimo lavoratore e un riproduttore eccezionale, sia per la quantità che per la qualità dei figli generati, tra i quali si ricordano Virgilio e Visino. Nel 1963 la mia famiglia dei Menchicchi lasciò il Torrione e i tori, per i quali furono assunti prima Gino Roghi e l’anno dopo i fratelli Antonio e Eugenio Gorelli. Ma la situazione, per la crisi della mezzadria e poi dell’agricoltura, era peggiorata ed ebbe ripercussioni anche alla Fila, da dove i coloni se ne andavano in modo massiccio. Così, per mantenere l’allevamento, nel 1965 fu costruita una grande stalla, detta lo “stallone”, dove gli animali furono seguiti dall’espertissimo Mario Menchetti, detto Mario di Cesarone. Ma alcuni tori da monta, come Sisso, Urnino, Usciere, Virgilio, e Visino furono trattenuti al Torrione al servizio delle vacche dei pochi coloni rimasti. Uno degli ultimi a chiudere le monte al Torrione fu Bisonte, un toro che era l’ultimo discendente degli animali della Fila. Nel 1970 lo “stallone” fu ampliato e i riproduttori gradatamente furono trasferiti e allevati in stalla fissa, curati dal salariato Dino Nigi, nel podere S. Giovanni che si trovava nei pressi dello stallone. Uno dei primi tori ad esservi portato fu Ascito. Poi ci sono stati Clito, il grande Distico, Electo, Frago, Lupo di nome e di fatto, Laciutto, Moserio, Mediano acquistato dalla Fratta, figlio di Figimio 2298 SI, nato nella stalla di Emilio Scipioni in località Greppo di Abbadia di Montepulciano, Nilone, bellissimo soggetto figlio di Gegio di proprietà Rocchi di Torrita di Siena e della linea di sangue sia della madre che del padre di BANDO di proprietà Fratta, fu macellato giovane perché aveva preso un ferro ; Piocco arrivò dall'allevamento Puccio Prefumo Serra, Urpino acquistato dal Grazi e Zuvello acquistato dal Massi. La linea di sangue di Zuvello, tramite le fecondazioni artificiali dal 1986 ad oggi, è presente nel 60% dei soggetti che io ho esaminato. I suoi figli sono stati Eugenio (Campione assoluto alla Mostra Nazionale di Bastia Umbra del 1991), Fanfullo, Falorno, ecc. … Dalle statistiche ricavate dai ventitré Cataloghi dei Mercati Concorso, i numeri collocano al primo posto la Fattoria dell’Abbadia con 720 iscritti. Per quanto riguarda i tori, questi sono le cifre che li riguardano: Sanitario nel 1948 con 22 figli iscritti e nel 1949 con 29; Bazzotto, 1954 con 42 figlie e 1955 con 33; Fallo nel 1956 con 42; Lionello nel 1960 con 34; Numidio nel 1962 con 27; Pretore nel 1963 con 21; Virgilio nel 1969 con 15; Ascito nel 1970 con 17; Bisonte nel 1971 con 14; Distico nel 1974 con 9. Tutti questi furono i migliori. A Bazzotto furono iscritti 100 figli in cinque Mercati Concorso e a Fallo ne furono iscritti 68 in tre Mercati Concorso. Pertanto possiamo affermare, senza tema di essere smentiti, che l'allevamento della Fattoria di Abbadia di Montepulciano, nei suoi centocinquanta anni ininterrotti di esistenza, da Ricasoli e Bastogi fino ai Ciuffi sia stato, e ancora oggi lo è, il miglior allevamento di razza chianina in assoluto.

c) Fattorie di FONTE AL RONCO e di FRASSINETO

Le due fattorie di Fonte al Ronco e di Frassineto si trovano nella Val di Chiana Aretina e appartennero rispettivamente al Conte Massimo di Frassineto, cui successe la contessa Marinetta di Frassineto, e al conte Alfredo di Frassineto e quindi agli eredi di questi e successivamente alla contessa Giuliana Citterio di Frassineto. I criteri cui si ispirarono le due proprietà nella conduzione dell'allevamento furono diversi, perché il conte Massimo, competente ed appassionato allevatore si adoprò sempre per il miglioramento della Chianina, mentre il conte Alfredo privilegiò il settore agricolo. Se la Fattoria dell'Abbadia sembra abbia agito con molta autonomia rispetto agli altri centri di produzione agricola, quelle più importanti della Val di Chiana, già al finire del 1800, si erano date struttture di coordinamento, costituendo la Società Agricoltori della Val di Chiana. Presidente di questa società fu il conte Massimo Di Frassineto, quasi a testimoniare l'importanza che la Fattoria di Fonte al Ronco aveva nella realtà chianina. Durante il periodo fascista le due aziende conobbero periodi di grande produttività, meritandosi più volte gli elogi del regime, specie per le colture cerealicole. Nel secondo dopoguerra, però, con la riapertura dei mercati internazionali, il crollo del protezionismo autarchico e la ripresa della lotta politica e sindacale, la crisi del sistema non poté essere rimandata e apparve evidente l’arcaicità dei vent’anni della politica rurale del fascismo così pedissequamente seguita dai conti Di Frassineto. Gli allevamenti delle due aziende, comunque, sono da considerarsi tra quelli più grandi di tutta la vallata; addirittura l’azienda Font’a Ronco è stata, insieme con la fattoria dell’Abbadia, la migliore per la qualità degli animali. Tra l'altro in essa c'era un'importante stazione di monta taurina. Gli animali da riproduzione erano in cura del colono Vanni; i tori che maggiormente si distinsero furono Alias per la prima fattoria e Aglio per la seconda. Una particolarità di questi allevamenti fu che la linea di sangue del toro Ubolo non fu cambiata per ben trenta anni. Da questo toro discesero altri riproduttori notevoli, fra cui, oltre Alias (1946), Cildo (1948), Iurso (1953), Norzo (1956), Sfuggito (1960), Cialdo (1966), Leone (1973), Orizio (1976). Altri riproduttori notevoli furono Utavo (1962) e Dolo (1968). I migliori tori per il numero di figli iscritti alle mostre furono Sfuggito 260AR, con 128 figli, Cildo 256 AR, con 105 figli.

d) LA FRATTA

Si dice che la Fratta sia stato il luogo natio di Ghino di Tacco, un nobile del XIII secolo, che, essendo un figlio cadetto e non avendo perciò mezzi di sostentamento familiari, finì per fare il bandito di strada a Radicofani. Il borgo, situato sulla rotabile che da Torrita di Siena porta a Sinalunga, così come lo conosciamo noi ha origini più recenti e a dar ragione alla sua architettura dobbiamo credere che si tratti di una fattoria che risale ai secoli XVI e XVII, quando in Toscana la nobiltà, i banchieri e i mercanti preferirono investire in proprietà fondiarie piuttosto che in attività bancarie e commerciali. Mentre la Fattoria dell’Abbadia deve la sua vita alla grande bonifica della Val di Chiana che si ingrandiva e trasformava strutturalmente nel corso di decenni, la Fratta sembra essere stata progettata e costruita in un periodo piuttosto breve di tempo. L’azienda, che appartiene alla famiglia Galeotti Ottieri Della Ciaja Gattai, si trova nel Comune di Sinalunga; negli ultimi decenni si è dedicata all’allevamento dei vitelli di razza chianina ed ancora oggi è uno dei pochi allevamenti operativi, pur se ultimamente sta sfruttando gli enormi spazi abitativi per l’attività agroturistica.

Dal punto di vista zootecnico, l’azienda ha avuto un salto di qualità dopo aver acquistato il toro Giogo, figlio di Bazzotto della Fattoria dell’Abbadia. Sulle vicende dell’allevamento non è stato possibile, come per altre situazioni, avere una documentazione storica. Quando mi sono recato alla Fratta in cerca di materiale documentario da consultare, incontrai un signore che mi dette delle notizie e poi chiuse la conversazione con le seguenti parole: “Vede, nella nostra tenuta dal 1954 al 1961 abbiamo avuto un toro che si chiamava Giogo dalle cui monte sono nati più di cinquecento figli”. Le sue parole, quindi, sostituiscono eventuali dati e notizie tratte dall’archivio dell’azienda, che deve essere cospicuo.

e) Fatt. MONTECCHIO VESPONI Castiglion Fiorentino

Nel 1864, anno della privatizzazione dei beni demaniali del Granducato di Toscana, la fattoria di Montecchio Vesponi comprendeva cinque tenute (Montecchio,Capannacce, Nardino, San Benedetto in Brolio e Brolio) e cinquantanove tra poderi, appezzamenti, e terreni in colmazione. Oggi esso è una frazione del Comune di Castiglion Fiorentino, in provincia di Arezzo, ha circa 1.220 abitanti e dal colle su cui sorge, a 364 m. s.l.m., domina buona parte della val di Chiana ed è riconoscibile per l'alta torre di avvistamento. La sua è una storia lunga e tormentata (si veda il sito www.castellodimontecchiovesponi.it ) e si snoda dai secoli medievali fino ai giorni nostri. Con la dismissione da parte del governo italiano nel 1864, la Fattoria fu rilevata, con tutto il castello, dal banchiere senese Giacomo Servadio, che ne iniziò il restauro e innalzò le merlature neoguelfe della cinta muraria. Giacomo Servadio era nato a Siena nel 1825. Banchiere e possidente, deputato del Regno eletto nel collegio di Montepulciano, fondatore della banca italo- germanica, attivo nel mondo immobiliare e politico, fu un personaggio dai molti interessi. Trascorse diversi anni della sua vita lontano dall’Italia, a Parigi, New York, Londra, nel Messico, alll’Avana, nel Venezuela, dove svolse molteplici attività imprenditoriali ed economiche che contribuirono ad arricchire le sue esperienze e capacità. Fu anche musicista, impresario teatrale, amico stimatissimo di Gioacchino Rossini, fondò a Firenze la rivista “L’Arte”. A Siena frequentò il piccolo istituto Orach Chaim istituito dall’ebraista Angelo Paggi prima del suo trasferimento a Firenze e si dedicò agli studi musicali. Soggiornò a Napoli, dove studiò con Saverio Mercadante al Regio Conservatorio. Compositore, le sue opere – Il lamento delle figlie di Jefte e l’Elvira – furono rappresentate in diversi teatri italiani, compreso il Teatro dei Rinnovati di Siena. Console d’Italia a Caracas durante il governo di Urbano Rattazzi, tornò a Firenze e nel 1864 fondò la Società per la vendita dei beni demaniali della Val di Chiana. La fotografia lo ritrae con la croce di Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro conferitagli di moto proprio dal Re d’Italia. Morì improvvisamente nel 1875. Alla sua morte la Fattoria fu venduta dagli eredi alle famiglie BUDINI e GATTAI che per successivi imparentamenti divennero proprietari di varie fattorie toscane e di pregevoli palazzi fiorentini. I Budini- Gattai ne restaurarono la torre e ne continuarono i lavori di consolidamento. Oramai abbandonato ed in rovina, nel 1979 il castello fu comprato dall'attuale proprietaria, Orietta Floridi Viterbini che,dopo un complesso recupero, l'ha fatto diventare un luogo di cultura, dove vengono organizzati spettacoli, concerti, mostre, rievocazioni storiche, scavi archeologici e progetti con le scuole e le università. Considerando gli ettari di questa fattoria,la consistenza di bovini selezionati, almeno a tener di conto i cataloghi delle mostre, è di numero modesto, ma certamente, per lavorare la terra di un'azienda così grande, gli animali dovevano per forza essere più numerosi di quelli denunciati. Il miglior toro per il numero di figli iscritti alle mostre, fu ARALDO 237 AR, con 33 figli, con quattro partecipazioni ai Mercati Concorso.

f) Fattorie di BETTOLLE-MANZANO e di BETTOLLE-PIETRISCO.

La Fattoria era già attiva nel corso del sc. XVI, quando era denominata “Fattoria di Torrita”. Con un atto notarile stilato nel 1662 e con la denominazione di “Bettolle”, fu venduta da Ferdinando I dei Medici all'Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano. Nel 1805 la superficie complessiva dell’azienda raggiunse circa 1.300 ettari, cosi che, per ottimizzarne la gestione, ne furono scorporati alcuni poderi, con i quali fu costituita la fattoria dell’Abbadia. Dal rapporto di Francois De Cambray Digny si rileva che la superficie aziendale era di 524,77 ettari, di cui 438,78 erano i seminativi mentre i prati ricoprivano una superficie di 36,65 ettari. Le strade e i fiumi, alvei e arginature, occupavano rispettivamente 20,82 e 28,52 ettari. Non c’erano più terreni in colmata. Dalla mappa (tav. 8) estratta dal Cabreo della Stufa si rileva che il territorio dell’azienda formava un corpo unico compreso fra il Canale Maestro della Chiana e il canale la Fuga di Torrita. Il limite settentrionale era poco prima dell’attuale corso del «Baregno Grande», mentre a sud coincideva con l’allineamento del podere Sagginale-Canale Maestro. Pur avendo subito nel corso del tempo alcune modifiche, il complesso aziendale conserva integro l'impianto originario e l'armonia architettonica che lo ha sempre caratterizzato (foto n. 3). Anche quest'azienda, suddivisa in 17 lotti, fu messa all'asta nel 1864. Il proprietario era il conte Napoleone Passerini, il quale deve essere stato un uomo molto fortunato. Oltre, infatti, ad avere a sua disposizione prima il grande zooiatra Dr. Ezio Marchi, uno dei padri della Chianina, e dopo il Dr. Renzo Giuliani, fu aiutato dalla dea bendata anche per due grandi tori, Banino XXVI e Banino XXIX. Il primo, che nell'esposizione della razza chianina di Firenze del 1934 si aggiudicò il primo premio, aveva un tronco imponente, ma secondo il mio modesto parere era un po’ pesante di testa, cosa che mi lascia dei dubbi sulla purezza di razza. L’altro fu un suo figlio iscritto nel Libro genealogico come Banino XXIX 51 SI. Successivamente ci fu Istico 1032, padre di Orco 1667 SI. Ma il più grande riproduttore di questa azienda fu Pupuzzo figlio di Sultano 102 SI, di proprietà della Fattoria di Petriolo, padre a sua volta di Sanitario 770 SI e di Tio 348 SI. Un altro toro del Passerini, che dette un notevole contributo all'incremento della razza, fu Diodoro 1683 SI, figlio di TIO 348 SI.

1.4 MEDI ALLEVAMENTI

Anche nei medi allevamenti si trovavano, come vedremo, riproduttori di grande qualità; tra l'altro, era proprio negli allevamenti di media grandezza che di solito si trovavano le stazioni di monta pubblica.

1.- AZIENDA DEI FRATELLI LUATTI - Acquaviva di Montepulciano he Ci piace cominciare questo resoconto, sugli allevamenti medi e le monte, da Acquaviva e precisamente da due poderi, il Cinacchio 1 e il Cinacchio 2, perché uno dei proprietari può essere inserito in quel gruppo di persone che dalla fine dell’Ottocento per tutto il Novecento si sono impegnate a valorizzare la razza chianina. Qui operarono i fratelli Luatti, Vincenzo veterinario e Gaetano agronomo, originari di Monte San Pietro (oggi provincia di Bologna). Vincenzo Luatti venne nella zona della Val di Chiana probabilmente prima del 1850, dove esercitò la sua professione di veterinario, e dove si stabilì definitivamente dopo l’Unità d’Italia. Nei pressi di Acquaviva i due fratelli comprarono diversi poderi con annesso un centinaio di ettari di terreno, dove impiantarono un allevamento; nel podere Cinacchio 2 fu attivata una stazione di monta con due tori. Gli animali più importanti di questa stazione furono Bellino 1, che si classificò secondo alla mostra di Firenze del 1934, e poi Pallino e Urro che furono acquistati dall’allevamento di Luigi Svetoni.

2.- Tenuta di SAN POLO, Montallese-Chiusi. Un'azienda molto importante, situata nella parte meridionale della Val di Chiana è quella di San Polo, a Montallese nel Comune di Chiusi. La Tenuta fu acquistata nel 1922 dall'Avv. Filippo Gagliatti; successivamente passò a Osvaldo Bona (1923) che la cedette, nel 1937 a Vittorio Garroni Carbonara e da questi alla figlia coniugata con Rubbiani. La Tenuta comprendeva ventuno poderi e circa trecento ettari di terreno; in essa c'era un allevamento di Chianina dotato di alcuni buoni riproduttori. Dal 1940 in poi i due tori più importanti, Tapi e Vaglio (ceduto successivamente alla Fratta di Sinalunga), provenivano da Santa Caterina. Tuttavia è per la presenza di un altro toro, Donetto, che la Tenuta diventò molto famosa: questo animale, infatti, detiene il record del peso della razza chianina. Se ne parla ancora su Internet, ma in modo piuttosto inesatto: chi gli addebita un peso chi un altro; chi lo attribuisce ad un'azienda e chi ad un'altra; soprattutto il fatto di essere stato l'animale chianino più pesante non significa che sia stato il più grande riproduttore. Chi lo afferma dimostra di non essere tanto esperto in fatto di zootecnia bovina: la qualità principale di un toro è quella di essere un bravo redatore e di essere il padre di una numerosa prole. Di solito i tori più qualificati venivano contrassegnati con la lettera M, che significava Miglioratore di razza; seguiva poi la categoria contrassegnata dalla lettera P, che significava Provato. Per le vacche le categorie erano due MF (Miglioratrice feconda) ed F (Feconda). Donetto, a sei anni, pur avendo un buon numero di vacche a disposizione era stato classificato come Provetto. Quindi il suo peso non influiva, come qualcuno tende a credere, alle sue capacità di redatore. Tra l'altro, l'animale discendeva da una lingua di sangue stretta. Il figlio suo più importante è stato Gano; altri figli furono Gilberto e Losingo.

3.- LE CAPEZZINE

L'Azienda delle Capezzine ha una lunga storia: proprietà di A. Vegni, fu ceduta ad una cooperativa di agricoltori e successivamente, scioltasi la società, è stata venduta a privati, pur se di una parte di essa è rimasta proprietà dell'Istituto agrario, intitolato al Vegni, che la usa per scopi didattici ma anche come fonte di reddito. L'Azienda in origine era composta da 42-43 poderi distribuiti in circa 1000 ettari di terreno, di cui il 75% era coltivabile e il 25% boschivo. Dei 750 ettari coltivabili una piccola parte, pianeggiante, si estendeva lungo il Canale Maestro della Chiana, l'altra parte, collinare, si estendeva da Valiano all'Istituto. Nonostante il terreno coltivabile fosse pari a quello della Fattoria dell'Abbadia, alle CAPEZZINE il numero dei capi di bestiame era molto inferiore. I tori prima del 1908 venivano allevati nel podere Pagliaretto dal colono Giuseppe Scaccini, presente dal 1908 al 1963, mentre il toraio a mezzadria fu Virgilio Avanzati che risiedeva nel Podere Casella, nei pressi di Valiano di Montepulciano. La famiglia Avanzati, di origine svizzera, in passato non aveva questo cognome, ma quello di Avanzi. Essa in Val di Chiana si insedio'a Sciarti nel podere Casa dell'ortolano, quando il capo famiglia era Francesco detto “Gambe nere”. Questa famiglia dimorò in diversi poderi, in quanto da Sciarti si trasferì al Ponte allo strozzo, poi nel 1866 nel podere Bandita e da questo, infine, nel 1908 al podere Casella, appartenente sempre alla fattoria delle CAPEZZINE, dove avrebbe svolto l'attività di contadini e quella di torai fino al 1963. Nel 1964 questo podere fu acquistato dai fratelli Giorgio ed Emilio Avanzati che ancora vi risiedono. Il Podere Casella era anche una Pubblica Stazione di Monta Taurina e tra gli altri vi funzionarono i tori LOTARIO, VERDIGNO, ANDO, FRUGOLO e PINO che nel 1963 alla chiusura della monta fu venduto alla Fattora La Braccesca. LOTARIO fu un animale longevo, alla bellezza di 11 anni ancora faceva qualche salto. Nel X Mercato Concorso che si svolse a Montepulciano Stazione il 7/8 Giugno 1941, si aggiudico'un Premio di seconda classe di Lire 500. Nella primavera del 1948 la Fattoria delle Capezzine aveva bisogno di acquistare un nuovo toro; su consiglio dei due esperti controllori dell'ufficio di zootecnia di Siena, Morelli e Gatti furono esaminati, per la scelta finale, tre soggetti della Fattoria di Abbadia: Antenore, Ando e Agresto. Fu scelto Ando, un animale di 18 mesi che se fosse stato venduto per carne il suo valore poteva raggiungere al massimo 150. 000 Lire. Siccome era un figlio di Sanitario, quando l'Avanzati chiese al fattore Alberto Santini il prezzo la risposta gli fu data con queste testuali parole: “Per comperare questo animale é come andare a prendere il sale a l'Appalto, non una lira meno di cinquecentomila. Se avessero preso un altro vitello non figlio di Sanitario, al massimo potevano spendere Lire 300. 000. A ltri tori meritevoli di citazione, furono Frugolo, Pino, acquistato dalla fattoria dell'Abbadia, e che era nato nella stalla del podere FUGA 1, colono Salvadori, detto Bistino.

4.- Fattoria di Gracciano Nella fattoria di Gracciano, proprietario Luigi Svetoni, prima degli anni '50 del secolo scorso, non si tenevano tori, ma nel 1951, dopo l'ampliamento del podere Ributto 1, gli Svetoni impiantarono una stazione pubblica di monta taurina. I tori furono affidati al colono Mencattelli che, insieme con i figli Elvio e Giuseppe, lavorò così bene che la stazione diventò tra le più importanti della zona. Verso il 1953 nella stazione cominciarono la loro attività di riproduttori due tori importanti: Ebbo, figlio di Breno, acquistato presso la tenuta di Santa Caterina, proprietà della Società Bonifiche Terre Ferraresi; e Fabur (776 SI) figlio di Rossina, vacca del podere Sciarti, dove risiedeva il mezzadro Silvio Presenti, e di Bazzotto, il toro della fattoria dell'Abbadia, proprietario Italo Ciuffi. I tori che si susseguirono nella monta furono Litino 3391 SI, Libro 3432, Ortles, Sobo 654 AR e Zinio (1823 Si) che fu uno degli ultimi.

l Fatt. DI NOTTOLA LA BRACCESCA Prop. C. te LUCANGELO BRACCI TESTASECCA  GROLLO l S. A. M. I. G.  ANTIGNANO l BAIOCCHI Prop. F. lli BAIOCCHI  GANO l CESARONI VENANZI Prop. CESARONI VENANZI  MILORD l VANNI LE CHIANACCE Prop, VANNI ANGIOLO  ANTONIO l LE FONTI

Fatt. IL CASATO

Prop. PILOTTI RAFFAELE  FURENTE Prop, F. lli VANNI  ESATTO  GRANDE  PIPPO l F. lli. ROCCHI Prop. ROCCHI RAFFAELE ILROCCHI da BAGNO REGIO  ALBANO  1972 PARIGI CIANCONE fini la carriera in BRASILE

Stalle e bifolchi

Prima che venissero organizzati i Mercati Concorso, per far conoscere i progressi conseguiti negli allevamenti venivano stampati e diffusi dei cataloghi in cui erano riportate delle schede di ogni singolo animale; ogni capo era identificato con tutti i relativi parametri (età, peso, numero di iscrizione al Libro genealogico), nonché la stalla di provenienza, i nomi del proprietario, del colono e dell’allevatore. Molto spesso l'allevatore e il proprietario erano la stessa persona, come nel caso dei coltivatori diretti; ma quando si trattava di grandi stalle, il non citare nella scheda il nome e il cognome del colono sotto la voce allevatore secondo me era una scorrettezza per due motivi: primo perché nella maggior parte dei casi gli animali venivano allevati a mezzadria e quindi i coloni ne erano proprietari per il 50%; secondo, perché erano proprio i mezzadri che li accudivano e non i proprietari ad essere i veri allevatori. Il bestiame era allevato con il metodo di stabulazione fissa nelle stalle che si trovavano al piano terreno delle case coloniche. In comunicazione con la stalla c'era una stanza che veniva chiamata “stanza dell’erba” o del “segato”; dentro di questa si trovava il Coltellone, poi sostituito con il Trinciaforaggi, quindi il Trincino, usato per triturare le barbabietole (bietole) ed il contenitore per le farine. Questa stanza veniva tenuta rigorosamente chiusa per proteggere il foraggio dai cattivi odori provenienti dalla stalla. Gli animali, infatti, avrebbero rifiutato il cibo se avessero sentito, per il loro olfatto molto sensibile, se nel foraggio con cui venivano alimentati, o se nell'acqua, con cui venivano abbeverati, c’era qualche sostanza o qualche odore non a loro graditi. I contadini non usavano l'orologio, specialmente nei periodi estivi si alzavano dal letto prima del sorgere del sole. Il primo lavoro che svolgevano era la pulizia della stalla, che prendeva il nome di “sbaccinatura”; ad essa e al trasporto del letame nella concimaia partecipavano diversi componenti della famiglia, sia uomini che donne. Chi, però, nella stalla era una persona molto importante era il bifolco, che aveva la responsabilità degli animali, sia nell'accudirli sia nel guidarli nei vari lavori dei campi. Il bifolco era a capo di uno o due giovani, o più, a seconda del numero dei capi di bestiame allevati, che erano chiamati “sottobifolchi”. Il lavoro di queste persone consisteva nel pulire le mangiatoie, preparare il foraggio e governare gli animali, ovvero provvedere a farli mangiare due volte al giorno, la mattina e la sera con un’alimentazione che prevedeva farina, “segato” e “insilati” (cioè, conservati nei silos). La farina veniva fatta con la molitura di mais, orzo e anche “favino” (fava a seme piccolo, destinata all’alimentazione animale); il “segato” non era altro che il fieno tagliato (dal dialetto: segare, tagliare) mediante il coltellone oppure il trinciaforaggi: il fieno era prelevato dal pagliaio con un attrezzo chiamato “tagliera” e in modo tale che il taglio non pregiudicasse la qualità e la salute del foraggio. Anche in questo lavoro era dunque necessaria la sapienza del contadino che è racchiusa nel proverbio “contadino, scarpe grosse e cervello fino”. L’insilatura consisteva nel conservare il foraggio tritato nei silos, che apparvero tra gli anni 1940 e 1950; nei primi tempi l’insilatura, svolta con il trinciaforaggi, era un lavoro molto duro, ma la fatica diminuì quando arrivò l’insilatrice. Il deposito del foraggio trinciato nel Silos veniva fatto a strati, ogni strato veniva pestato (lavoro cui partecipavano anche i bambini), su ogni strato veniva cosparso del sale “pastorizio”. Dopo aver riempito il silos, infine, il foraggio era ricoperto con terra perché esso potesse adeguatamente fermentare. Tutto ciò perché i silos dovevano servire a recuperare i tagli di erba più scadenti; non sempre però l’operazione aveva un buon risultato perché alcune erbe anziché fermentare infradiciavano. I silos tuttavia funzionavano bene con il granturco da foraggio, cui si poteva aggiungere una piccola percentuale di altro foraggio meno pregiato (come per esempio le foglie dei gelsi). Nel periodo invernale, quando i coloni non avevano tanto lavoro in campagna, le governe, cioè i pasti degli animali, erano tre anziché due: la prima veniva fatta la mattina verso le ore 8, la seconda nel primo pomeriggio e la terza con meno quantitativo di foraggio la sera tardi o dopo cena; nelle fredde serate invernali, mentre gli anziani e i bambini dopo aver cenato si scaldavano vicino al cantone, gli uomini più giovani scendevano nella stalla, davano da mangiare agli animali, dopo di che si fermavano nella stalla perché era il posto più caldo di tutta l' abitazione. Nelle stalle, infatti, venivano organizzate le veglie, durante le quali era facile vedere gli uomini giocare a carte sopra a una cesta del segato e le donne rammendare, fare la calza o a sgusciare il granturco. Nei mesi invernali i coloni non se la passavano male, ma nell'altro periodo dell'anno per questa gente le giornate di lavoro erano lunghe e faticose. Questo lo era anche per il bifolco che con i bovi e le vacche doveva lavorare il terreno del podere. Il suo lavoro non si limitava nel governare e nel lavorarci il terreno con il bestiame, perché un’ attenzione particolare doveva avere quando le femmine andavano in calore. Nell’azienda della Fila accompagnare una vacca dal podere Catena al Torrione, per farla coprire, significava fare sette km a piedi; e a volte, magari dopo un mese, si accorgevano che era necessario riportarla al toro, il che voleva dire aver perso tempo e denaro. Negli ultimi anni, molte cose sono cambiate nel modo di allevare gli animali: alcune modifiche hanno apportato dei miglioramenti, altre, invece, lasciano un po’ perplessi. Oggi, infatti, usando il metodo della stalla libera, oppure quello dell’allevamento allo stato brado, succede che gli accoppiamenti fra gli animali avvengono in modo naturale, al momento giusto; mentre però le vecchie monte hanno determinato molti miglioramenti della razza e difficilmente una fattrice restava un anno senza prole, oggi il rischio è che l’accoppiamento libero e spontaneo può non interessare tutti gli animali. Qualche anno fa, si constatò che per tale metodo il 40% circa delle vacche non era stato fecondato. Il fatto è che le innovazioni, spesso, sono causate non da necessità scientifiche, ma da fatti pratici: non essendoci più stallieri esperti, come i vecchi bifolchi, si pratica l’allevamento brado, in cui è possibile impiegare persone prive di adeguata esperienza, con risultati non sempre positivi. L'occhio del bifolco era fondamentale nel decidere quando doveva far coprire la vacca. Egli, avendo nella propria stalla al massimo da trenta a trentacinque capi, conosceva di ognuno di essi i pregi e i difetti e di ogni uno conosceva il carattere. L'attenzione maggiore che doveva avere era per le giovenche e per le vacche gravide che, essendo allevate in stalla fissa, non facevano ginnastica funzionale e spesso dovevano essere aiutate nel parto. Pertanto possiamo dire che uno dei miglioramenti che si è avuto con l'allevamento in stalla libera, dal momento che gli animali possono fare ginnastica funzionale, è che le vacche partoriscono con più facilità rispetto al passato. Ai parti più difficoltosi era presente il veterinario, ma quando questo ultimo non poteva essere presente i coloni si rimboccavano le maniche e aiutavano gli animali senza altro aiuto che la propria esperienza. Allora i rapporti interpersonali erano molto migliori che adesso, quando in una stalla c'era una vacca che doveva figliare, i vicini non c'era bisogno che venissero chiamati, tanto di giorno che di notte arrivavano e aiutavano il bifolco. Un’ altra cosa cui il bifolco doveva avere attenzione, specialmente per le vacche, erano gli zoccoli, che oltre tutto nella razza chianina erano molto delicati. Gli animali usati per lavorare erano ferrati dal maniscalco, ma come si consumano le suole delle scarpe, così anche i ferri si consumavano e il bifolco non si poteva permettere di ritrovarsi con una vacca sferrata. Un altro lavoro di estrema difficoltà che spettava al Bifolco era la domatura dei vitelloni castrati e delle giovenche che poi sarebbero diventati bovi e vacche. Questa era un operazione di estrema difficoltà, durante la quale si potevano verificare incidenti, sia per gli uomini sia per gli animali. La prima cosa che veniva fatta era l'aggiogatura, la quale senza dubbio era una delle cose più difficili, perché gli animali, non sopportando questo attrezzo sul collo, si ribellavano con tutte le loro forze. Quando gli animali dimostravano di sopportare il giogo, allora venivano attaccati al carro, con la martinicca, ovvero il freno, rigorosamente tirata. La doma corretta era quella di poter domare sia i maschi che le femmine accoppiati fin dalle prime fasi, in modo da ottenere un paio di bovi e di vacche subito bene affiatati. Se questa operazione non era possibile, il bifolco risolveva il problema accoppiando l'animale giovane a un bue o ad una vacca adulti. Siccome le femmine sono più capricciose dei maschi, domarle era un po' più difficoltoso.

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