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appunti:mariano

Area appunti di Fresta M.


Appunti per la Fila - n.1

Per Giulio: procurarsi il Quaderno Sinalunghese, a cura di Guastaldi e Mazzetti, su Sistema poderale della Fattoria di Bettolle. Podere Le Manzinaie: il suo nome forse deriva da Manzina che è il terreno lasciato in riposo ai fini della rotazione agricola e destinato per quel periodo al pascolo (probabilmente da “mangiare”). In questo caso può essere un terreno di colmata lasciato molto a lungo in riposo prima di essere coltivato. Stringai o Stringaie: forse da “stringa”, striscia di terreno più lunga che larga … Verificare nella realtà (su cabreo o pianta) Mezzadro e mezzajolo: il mezzadro è colui che abita nel podere, nella casa messa a sua disposizione dal proprietario, col quale divide a metà i prodotti del podere. Il mezzajolo è colui che lavora un campo o un pezzo di podere senza però risiedere in esso; egli abita in paese e va a lavorare con i mezzi suoi. In genere lavora campi non ancora appoderati ed ancora non pronti per la semina del grano. In genere i terreni delle colmate si seminavano dopo circa dieci anni dalla colmata; nel frattempo, non facendo parte ancora del podere, (si trattava di “manzinaie”) erano lavorati dai pigionali o dai mezzajoli: i pigionali erano pagati col salario, i mezzajoli dividevano a metà col proprietario i prodotti dei campi coltivati (coltivazioni preparatorie della semina del grano). (Mariano)

Appunti di Mariano Fresta.

Progetto Fila

Progetto dei primi numeri della rivista La Fila

N. 1 – Storia della Fattoria

  • Editoriale
  • La Bonifica fino all’Unità d’Italia (mf)
  • Al tempo dei Bastogi e dei Ricasoli (gf)
  • La I guerra mondiale
  • Dai Bastogi al Ciuffi [massimo sviluppo] (gf)
  • La II guerra mondiale
  • L’inizio della crisi
  • La situazione attuale (lc?)
  • [Fonti archivistiche]
  • Cornici
  • Descrizione dell’Archivio
  • Tavola cronologica
  • Ieri e oggi: interessi privati in atti pubblici (acquisto fattoria e peculato) (mf)
  • Sciarti (aa)
  • La razza chianina alla Fila: i tori (vm)
  • Scelta di interviste
  • Bibliografia e testimonianze

N. 2 - Le strutture della Fattoria

  • Editoriale
  • Estensione e ampliamenti nel tempo
  • I poderi, dai tredici iniziali fino al 1955
  • Sistemazioni idrauliche, infrastrutture (strade, magazzini, stalle, ecc.
  • Acqua e luce
  • La ferrovia
  • Servizi collettivi
  • Cornici
  • Mobili domestici e attrezzi (Fal. I, car. 20)
  • Il Bruscello e la Vecchia (mf) –
  • Capannone (corse cavalli)
  • Storie di orti, forni, lavatoi e stalle
  • Scelta di interviste
  • Bibliografia e testimonianze

N. 3 – I mezzadri

  • Editoriale
  • I mezzadri della Fila: aristocrazia mezzadrile (dovevano pagare per diventare mezzadri)
  • Gerarchie dirigenziali (ministro, fattore, terzomo, guardie)
  • Gerarchie mezzadrili (capoccia, bifolco, massaia)
  • Rapporti tra uomini e donne
  • Rapporti tra genitori e figli, vecchi e giovani
  • Alimentazione e abbigliamento
  • Fiere e mercati

Cornici

  • Il baco da seta
  • Intervista totale
  • I rapporti sociali nei canti:
    • Lamento dei contadini
    • Pasquino e il padrone
    • Isabella
    • Suocera e nuora
    • Bibliografia e testimonianze

FALDONE DOCUMENTI GENERALI

1864-1865

Indice delle catelle

  • Nota della prima raccolta di grano
  • fascicoletto intitolato: Reistro del grano delle Fosse nel 1864 (31 fosse)
  • Elenco dei polli dati al fattore per riconoscenza dai mezzadri (sono le “regalie”)
  • Quantità di grano battuto dal 14 luglio al 15 agosto, podere per podere
  • Note dei bestiami alla consegna (1 apr. 1864) e in essere al 20 settembre
  • Nota dei bestiami nelle stalle dal 23 apr al 24 dic 1864
  • Nota sul bestiame nato e su quello morto nella fattoria
  • Raccolta uva 184, ripartita in buona e malata, misurata per bigonce
  • Nota dei testucchi da rimettere e Testucchi senza vite e barbate nel piantumatorio della tenuta [Senza vite 899, da rimettere 384, barbati 823]
  • Nota raccolta di cacio e lana
  • Entrata ed uscita delle grasce
  • Nota dei semi dati ai coloni da riprendersi alla prossima raccolta 1865
  • Nota raccolta totale di fagioli bianchi, 3 sett 1864
  • Nota dei legnami restati in essere fino al 31 maggio 1865
  • Nota di gite fatte dal Barone Ricasoli, suoi amici e agenti vari, maestro di casa [Sono chiamate “gite” i viaggi che i personaggi fanno da Firenze alla fattoria e da altre fattorie]
  • Nota utensili ed oggetti mobili acquistati tra il 1 apr e il 31 maggio 1865
  • Nota per la spesa della battitura e la trebbiatura
  • Lettera dell'agente Turrini al signor Federigo Nesi (maestro di casa) di commento all'annata amministrativa
  • Nota sul grano entrato nel granaio
  • Quaderno delle spese in contanti per copriture, castrature e medicine per le bestie
  • Note di mantenimenti di strade, scoli, ecc nel podere Porticciolo 2°
  • Note per le Terre a Mano 1864, lavori al granaio e alla cantina
  • Nota delle opere pagate dal 16 luglio 1864 al 31 maggio 1865 per le fabbriche coloniche e Casa della Fattoria
  • Documenti Bestiami (note diverse passate ai Conti Stima dei contadini 1864-65
  • Note diverse passate al Conto Corrente dei contadini, 1864-1865 [tra l'altro: la carne di una vacca, macellata perché si era rotta una zampa, è distribuita, a pagamento, ai coloni]
  • DOCUMENTI generali Amministrazione 1864-1865 (Materiale minuto: ricevute, quietanze,note di spesa varie, ecc.)
  • Registro USCITE di Grasce, somministrate ai coloni e ai mezzajoli in vitto e nutrimento dei Bestiami, 1 apr. 1864 – 31 mag 1865 Scrittoio di Firenze: Documenti relatii dal 1 apr 1864 al 31 mag 1865
  • Elenco Bestiami in essere al 31 maggio 1865.
  • Considerazioni: E' da notare la minuzia, perfino la pignoleria, con cui sono annotate le spese, conservate e ricevute e le quietanze, anche in semplici foglietti volanti. Ancora stupefacente è la cura con cui si enumerano gli oggetti acquistati, anche quelli di poco valore (bicchieri, posate, filo per cucire le sacche, ecc.

UN PICCOLO PAESE.

1.-

«In quell'anni la fattoria era un paese, una piccola comunità … c'era tutto … un piccolo paese»: così, in maniera succinta ma efficace, descrive la fattoria degli anni 1930-40 Ilva Pepi, mezzadra del podere S.Anna; né le sue considerazioni sono lontane dal vero, visto che erano circa settecento le persone che vi lavoravano e vi vivevano. E poi c'era la chiesa, c'erano le scuole per i ragazzi, c'era l'aia che durante i grandi lavori stagionali e nella bella stagione diventava come una piazza in cui la gente si radunava per lavorare o per far festa. Un piccolo paese, appunto.

Si trattava, ovviamente, di un paese particolare, perché in una comunità paesana sono presenti diverse attività lavorative: ci sono gli artigiani, gli impiegati, i negozianti, i vecchi pensionati, mentre nella fattoria erano tutti dediti all'agricoltura e soprattutto erano tutti mezzadri, anche se c'era qualche differenza nelle mansioni svolte: chi badava agli animali (il bifolco), chi alla vigna e alla cantina, chi al tabacco, ecc.

Un piccolo paese, dunque, con un gruppo di case allineate lungo lo stradone della Fila, un altro attorno alla chiesa di Sciarti e poi le altre sparse in mezzo ai campi, ma collegate alle altre da una rete di strade carrabili. Un po' decentrato il Torrino, o Torrione, visibile da lontano per il colore rosso e per la piccola torre, sede in un primo momento d …. E successivamente della scuola, della monta taurina e delle rimesse delle macchine agricole più importanti.

E come in ogni paese che si rispetti, oltre alle famiglie, ci sono anche i gruppi dirigenti (il sindaco, il maresciallo, ecc.), anche alla Fila c'era una struttura gerarchica che organizzava, dava disposizioni, stilava norme di comportamento, ecc. Il tutto all'insegna di un contratto di mezzadria che prevedeva per iscritto e per tradizione buona parte dei modi della vita contadina. Nel 1913, proprio Giovan Angelo Bastogi, comproprietario della Fattoria La Fila, pubblicò Una scritta colonica“, in cui definì la mezzadria, sia storicamente sia economicamente, e stilò un regolamento che voleva essere un modello per tutti i proprietari terrieri. Ovviamente questo regolamento, esemplato su quello che il barone Ricasoli aveva predisposto qualche decennio prima per la sua fattoria di Brolio, stava alla base della vita e del lavoro mezzadrile della Fila.

Basandoci su questo regolamento e sulle testimonianze raccolte, cercheremo adesso di vedere come funzionava l'organizzazione della Fattoria. Partiamo innanzitutto dalle gerarchie predisposte dal contratto, senza le quali il sistema mezzadrile non si sarebbe realizzato. Il proprietario, vista la complessità della gestione della fattoria, aveva alcuni collaboratori. Il primo di questi era il Ministro, unico a non risiedere in loco; egli, infatti, abitava a Firenze dove teneva la contabilità generale del proprietario; una volta all'anno, alla chiusura dell'annata, per fare i conti si recava in fattoria, dove riceveva nello “scrittoio” i “capocci”, per trascrivere nel libretto colonico di ognuno di essi le entrate e le uscite delle famiglie.

Il dirigente principale di fattoria, tuttavia, era il Fattore, alle dirette dipendenze del proprietario per il conto del quale progettava il tipo di coltivazioni, le rotazioni, l'organizzazione del lavoro, i tempi più adatti ai lavori, la gestione delle stalle, impartiva infine le disposizioni perché il lavoro fosse eseguito puntualmente. La sua era una mansione di responsabilità, specie se il proprietario non era assiduamente presente in Fattoria. Doveva quindi avere competenze di carattere agrario, zootecnico, buone disponibilità a relazionarsi con i mezzadri, e soprattutto buone capacità di gestione aziendale. Doveva, inoltre, essere scapolo, doveva cioè dedicarsi totalmente all'azienda.

Alle sue dipendenze aveva dei collaboratori, come il Sottofattore e, come si diceva in forma dialettale, il Guardia e il Terzomo. Le guardie avevano il compito che tutto si svolgesse senza atteggiamenti indisciplinati, che non si commettessero furti, che i rapporti tra i mezzadri non fossero disturbati da comportamenti poco sociali.

La funzione del Terzomo non era molto ben delineata: i mezzadri si lamentavano di lui perché a volte era adibito a riportare al fattore o al proprietario comportamenti non regolamentari.

Oltre queste figure che avevano più o meno funzioni dirigenziali, c'erano altri dipendenti che svolgevano attività strettamente legate alla fattoria: c'era, per esempio, una “fattoressa” (anche lei rigorosamente nubile) cui era assegnata la mansione di coordinare tutti i lavori che spettavano alle donne; c'era un'addetta alle spese alimentari, c'era una cuoca.

(Esistevano anche fabbri, falegnami, ecc.?)

Anche nelle famiglie mezzadrili c'era una gerarchia ben precisa: il “capoccia” era colui che sottoscriveva il patto colonico, che si recava allo scrittoio a fare i conti quando c'era il Ministro, che coordinava e dirigeva il lavoro dei famigliari. Molti di loro esercitavano un comando piuttosto autoritario, altri prima di prendere delle decisioni si consultavano con tutti i membri della famiglia. In genere il capoccia era la persona più anziana della casa, ma quando questa era troppo debole per l'età si limitava ad una funzione di rappresentanza, mentre la direzione della famiglia era assunta dal più autorevole dei membri, un fratello del capoccia o il figlio più grande.

Poiché il lavoro da svolgere era complesso, accanto al capoccia c'erano altri responsabili scelti tra i membri della numerosa famiglia; tra questi c'era il “bifolco” che accudiva il bestiame, che aggiogava i buoi all'aratro e li guidava, che aiutava le vacche a partorire. Egli dormiva nella stanza proprio sopra la stalla ed era pronto a qualsiasi ora della notte a scendere giù se succedeva qualcosa agli animali. C'erano poi quelli che badavano alla vigna e alla cantina, e quelli che pensavano alla coltivazione del tabacco.

Simmetrica alla figura del capoccia era quella della “massaia”: questa dirigeva il lavoro delle donne della famiglia, teneva una piccola amministrazione derivata dalla vendita delle uova e di qualche pollo. Con le piccole somme ricavate dal pollaio si compravano il refe per cucire, il sale, qualche candela, il petrolio per l'illuminazione, i fiammiferi e qualche altra cosa utile alla casa.

2.-

Come si sa, molto spesso i conti alla fine dell'anno si chiudevano per i mezzadri in perdita e per i più fortunati solo con qualche piccola somma di guadagno. I mezzadri della Fattoria della Fila sono stati più avvantaggiati rispetto alla maggioranza dei loro colleghi, perché l'amministrazione generale è stata abbastanza corretta nei rapporti economici con i lavoratori, tanto da istituire quasi una piccola banca di risparmio, perché a disposizione di ogni famiglia c'era un conto corrente su cui l'amministrazione depositava le somme guadagnate durante l'anno. Ma una volta che queste somme giungevano alle famiglie mezzadrili, il loro uso era diversificato, dipendendo dai bisogni o dalle consuetudini di ogni nucleo familiare.

In alcune famiglie, infatti, una parte del guadagno era suddivisa fra tutti i membri adulti, la rimanente era riservata alle spese generali della famiglia o per acquisti di un certo valore per i singoli membri (per es., vestiti, scarpe). In altre famiglie il guadagno era ripartito fra tutti i singoli membri e poi ognuno pensava alle proprie spese personali.

I guadagni delle famiglie mezzadrili derivavano dalla coltivazione dei campi e dall'allevamento degli animali, bovini e suini soprattutto.

La Fattoria produceva grano, in primis; poi i foraggi necessari agli animali, quindi barbabietole da zucchero, mais e tabacco, di cui, in regime di monopolio statale, si contavano le foglie per evitare che qualcuno se ne appropriasse. Sia il seme, sia il raccolto era suddiviso a metà tra la famiglia mezzadrile e l'azienda.

C'erano però delle coltivazioni che l'azienda lasciava alla libera iniziativa dei mezzadri. Per esempio, quella della canapa non rientrava tra quelle proprie dell'azienda. Chi dei mezzadri avesse voluto coltivarla, per avere un guadagno in più, affittava un campo, la seminava e quindi svolgeva tutti i lavori necessari; ovviamente il ricavato della vendita della canapa spettava alla famiglia che l'aveva coltivata.

C'era poi, un aspetto molto importante che riguardava la coltivazione di certi prodotti ortofrutticoli, anch'essa delegata alla libera iniziativa dei mezzadri. La gestione degli orti funzionava press'a poco così: ogni podere aveva a disposizione e in modo gratuito un piccolo orto vicino all'abitazione di qualche decina di metri quadri, dove venivano coltivate le verdure di consumo quotidiano, come insalata, carote, prezzemolo, sedano ecc. Poi, per coloro che lo ritenevano opportuno, la proprietà dava in affitto alcuni piccoli appezzamenti di terreno, dove coltivare, oltre alla canapa, pomodori, poponi, cetrioli, cocomeri, peperoni ecc. Questi erano prodotti di esclusiva proprietà dei coloni, che curavano anche le spese; era comunque prassi di darne al padrone qualche cesto in omaggio. I fagioli e i ceci facevano parte invece, insieme all'aveva all'orzo alla fave al miglio ecc, delle cosiddette “grance” ed erano coltivati come il grano a metà. Non vi era come per la stalla o per la cantina una persona addetta per questo specifico lavoro dell'orto che generalmente veniva demandata alla persona che, vuoi per gracile struttura fisica, per malattia o per handicap, sopportava meno i lavori pesanti dei campi. Molte volte erano anche le donne che si dedicavano all'orto.

3.-

I lavori più importanti dell'annata erano certamente l'aratura, la semina, la mietitura, e la trebbiatura; ad essi seguivano la semina e la raccolta delle barbabietole e del mais e la messa a dimora delle piantine del tabacco; e poi, la vangatura delle viti e la vendemmia. Per avere un quadro più organico dei lavori necessari ad una buona gestione della fattoria, ecco, mese per mese, le attività lavorative:

Gennaio/ Febbraio: potatura delle piante.

Febbraio / marzo: zappatura del grano, interratura del bolognino (un'erba da sovescio per la concimatura verde); preparazione del semenzaio per il tabacco.

Primavera: semina del prato, dell' erba medica. Zappatura delle barbabietole e del mais. Trapianto del tabacco; irroramento delle viti con il solfato di rame (ramato), contro la peronospera.

Giugno: inizio della mietitura del grano.

Giugno-Luglio: trebbiatura del grano.

Agosto / Settembre: dissodamento e aratura dei campi destinati al grano.

Settembre: scartocciatura del mais e sua mazzettatura.

Ottobre / Novembre: vendemmia; semina del grano.

I membri delle famiglie mezzadrili cominciavano presto a lavorare, in genere a malapena riuscivano a frequentare la scuola e a lavorare; spesso abbandonavano la scuola, dopo la seconda classe elementare per dedicarsi a quelle attività adatte alla loro età, come portare al pascolo i maiali. Dai quattordici anni in poi, i ragazzi erano considerati adulti.

Quando in certi periodi la quantità di lavoro era superiore a quello che la famiglia poteva erogare, si ricorreva alla assunzione di garzoni, in cambio di vitto e alloggio e ad una piccola somma di denaro.

I lavori più faticosi erano quelli della mietitura e soprattutto della trebbiatura, sia perché si dovevano eseguire in fretta, sia perché il caldo si faceva sempre più insopportabile, tanto che la giornata lavorativa cominciava quando ancora era buio e si concludeva a sera tardi. Una lunga pausa era prevista nelle ore più calde, dopo la colazione che era servita verso le ore 11, uno dei quattro pasti di ogni giornata. Dato il dispendio di energie, infatti, era necessario consumare pasti abbondanti e numerosi. Si cominciava alle ore otto, all'incirca tre ore dopo l'inizio del lavoro, con il cosiddetto “beverino”; seguiva poi alle 11 la colazione (pasta asciutta e arrosto); alle 15 c'era la merenda (minestra in brodo di “ocio”) ed infine, alle 20 si faceva cena. Mentre i mezzadri mangiavano direttamente sul campo, i macchinisti addetti alle trebbiatrici mangiavano in cucina.

Durante questi lavori, proprio per fare più in fretta, avveniva lo scambio d'opera: fissati i giorni della trebbiatura, si stabilivano i turni: ogni famiglia trebbiava il proprio grano, ma si faceva aiutare da altri mezzadri, che erano poi ricambiati quando era il loro turno. Per la trebbiatura erano utilizzate due macchine, che servivano per tutti; la stessa cosa avveniva per la vagliatura del grano, perché in fattoria c'era a disposizione un solo vaglio. [chiedere quanto misurava e come funzionava]

E poi, ovviamente, c'erano da svolgere gli altri lavori specifici dei campi di mais, della canapa, della barbabietola, della vigna, dei campi del foraggio. Accanto a questi lavori, che possiamo definire ordinari, c'erano quelli “straordinari” previsti dal contratto colonico, come la manutenzione delle fosse per lo scolo delle acque piovane, il trasporto dei prodotti nei magazzini della fattoria, il trasporto (circa 20/30 carri a famiglia) della ghiaia per la manutenzione delle strade carraie; l'azienda però si accollava i costi della imbrecciatura di tutte le strade interne.

4.-

Nella fattoria, oltre alla coltivazione dei campi, c'era anche l'attività di allevamento degli animali. Rimandiamo ad altro capitolo l'allevamento dei bovini e precisamente di quelli di razza chianina; qui tratteremo succintamente dell'allevamento dei maiali.

Presso ogni abitazione c'erano le porcilaie, nelle quali tutte le famiglie allevavano numerosi suini, perché in ogni podere c'erano da una a tre scrofe fattrici. I piccoli maiali erano allevati fino a quando diventavano lattoni di circa 20 kg; oppure fino a quando raggiungevano i 70 kg di peso (i cosiddetti magroni), quindi erano venduti. Le spese e i ricavi dell'allevamento erano suddivisi a metà tra azienda e famiglia mezzadrile.

Tra i magroni venivano lasciati per l'ingrasso da uno a tre capi, a seconda del numero dei componenti la famiglia. Quando venivano ammazzati, i maiali erano pesati perché il colono pagava all'azienda una metà dell'animale al prezzo corrente di mercato. Quest'uso era spiegato, nella Scritta colonica del Bastogi e nel contratto colonico, col fatto che gli animali si erano cibati dei prodotti della fattoria e dei loro scarti. I maiali, infatti, come del resto anche le bestie vaccine (le cosiddette “scorte vive”) erano a stima, il che significava che essi in pratica erano di esclusiva proprietà del padrone: quando un contadino prendeva a mezzadria un podere trovava un certo numero di scorte vive il cui valore in denaro era trascritto sul libretto colonico, e quando abbandonava il podere, per qualsiasi motivo, doveva lasciare altrettante scorte vive dello stesso valore.

In caso di differenza in più o in meno, essa veniva calcolata sui conti finali. Dal 1948 per il cosiddetto “Lodo De Gasperi” e dopo una lunga battaglia sindacale (conosciuta come “la battaglia del maiale”), i mezzadri ottennero di avere del tutto gratis il maiale allevato per la famiglia.

La fattoria non aveva stalle di proprietà, se non quelle per i cavalli: servirsi delle stalle presenti in ogni casolare significava non avere costi di produzione, perché tutto il lavoro era svolto dalla famiglia mezzadrile cui era destinata, a ricompensa, soltanto la metà degli animali allevati per conto proprio. Sul finire della mezzadria la fattoria divenne l'esclusiva proprietà della stalla dei tori: ma in questo caso c'era in gioco l'altissima qualità dell'allevamento della razza chianina.

Sia per l'allevamento della chianina, sia per quello piuttosto rilevante di quello suino, nell'azienda c'era un ambulatorio veterinario permanente che per molti anni, fin dal 1930 circa, vide l'opera del dottor Chiasserini.

Ogni famiglia, poi, poteva allevare per uso proprio polli e conigli a volontà, ma in compenso doveva dare all'azienda le “regalie”, anch'esse regolamentate nei “patti aggiuntivi” del contratto colonico, approvate a livello provinciale. Le regalie prevedevano un certo numero di coppie di uova al mese, un certo numero di galletti ad agosto, i capponi a Natale. Queste regalie non furono più osservate quando, alla fine della seconda guerra mondiale, i mezzadri entrarono in conflitto sindacale con tutta la parte padronale.

5.-

Se pensiamo a quali erano le condizioni di vita dei mezzadri in Toscana, soprattutto nelle zone più difficili come la Val d'Orcia o le Crete senesi o nelle zone di montagna, allora veramente la Fattoria della Fila ci sembra un piccolo paese in cui la gente, invece di vivere in luoghi solitari e lontana dagli altri, ha modo di frequentarsi, di incontrarsi con altri, di avere anche qualche comodità molti anni prima che anche altri le avessero.

Spesso, per esempio, le ragazze e le donne in genere erano costrette a attingere l'acqua dai pozzi, oppure a fare centinaia di metri per arrivare alla fontana o alla sorgente più vicina per un secchio d'acqua. Alla Fila, per molte famiglie, questo non succedeva, perché fino dagli anni '30 in molti poderi c'era l'acqua corrente; ed era acqua ritenuta ottima, perché veniva direttamente dalle sorgenti del Vivo. Lo stradone della Fila, a Sud, incrocia la via Lauretana dove passavano i tubi dell'acquedotto che portavano l'acqua da Montepulciano Stazione a Valiano. Bastò innestare un tubo ed interrarlo lungo lo stradone per portare l'acqua corrente in tutti i casolari fino al podere Avanguardia.

Le altre abitazioni ebbero l'acqua corrente dopo la seconda guerra, ma in tutti i poderi c'erano i pozzi artesiani da cui si tirava su l'acqua mediante motori elettrici, che veniva distribuita anche nelle stalle. Addirittura gli animali si abbeveravano da soli, perché nelle stalle erano state messe delle vaschette che si riempivano quando l'animale premeva col muso su una leva che funzionava da rubinetto.

I motori elettrici dei pozzi ci dicono che doveva esserci la corrente elettrica; e difatti fin dal 1926 tutti i poderi, esclusi quelli di Sciarti e delle Ferriere che l'avrebbero avuta solo dopo la guerra, erano dotati di illuminazione elettrica. Gli altri si arrangiavano o con i lumi a petrolio o con l'acetilene.

Solo per il riscaldamento l'azienda aveva delle difficoltà, perché in quella zona di pianura e bonificata da poco non c'erano alberi che fornissero legna da ardere. L'azienda era costretta così a comprare la legna che serviva per l'essiccazione del tabacco e per far scaldare le famiglie, le quali, per non spendere molto, si accontentavano delle potature delle viti e dei testucchi (gli aceri campestri). La legna ricavata dalla potatura dei gelsi, invece, spettava all'azienda.

La Fattoria, infine, assumeva l'aspetto di un piccolo paese perché in essa si trovavano una chiesa (a Sciarti) e due sedi scolastiche, una a Sciarti e l'altra nel Torrino, che garantivano ai ragazzi l'istruzione fino alla quarta elementare. Se qualcuno più volenteroso e non costretto da bisogni familiari a lavorare avesse voluto continuare fino alla classe quinta, doveva recarsi o alle scuole dell'Abbadia o a quelle di Valiano.

Ovviamente in una situazione del genere non c'erano luoghi e modi per divertirsi. Ma le veglie serali durante l'inverno costituivano un diversivo che non aveva soltanto una funzione di divertimento, perché le veglie erano momenti di socializzazione e di formazione; con i racconti degli adulti che parlavano di lavoro, con la narrazione di tante fiabe e di tante storie sentite al mercato dai cantastorie, con la lettura collettiva di certi testi come la Bibbia, o i Reali di Francia, con il racconto delle esperienze personali, i ragazzi si facevano un'idea del mondo ed imparavano a crescere e a vivere. E poi arrivava la Quaresima, durante la quale si poteva assistere a poveri spettacoli teatrali recitati da attori-contadini, come il Bruscello da cui si imparava cos'erano l'eroismo, l'onestà, il male e il bene; oppure come l'antica cerimonia primaverile in cui la Vecchia massaia era condannata ad essere segata dal marito ma che alla fine resuscitava tra l'ilarità di tutti.

Nel 1939 in alcuni poderi arrivò la radio; la veglia in questo modo diventò diversa, perché la radio portava le notizie da tutto il mondo. Soprattutto durante la guerra, per ascoltare i notiziari dai fronti bellici, le cucine dei possessori di radio si riempivano di mezzadri che arrivavano dagli altri poderi e addirittura da altre fattorie. Le notizie venivano commentate e discusse; con essi si apriva un'enorme finestra che faceva intravedere altri orizzonti, diversi e più ampi di quelli che si vedevano dalle finestre della propria abitazione. Cominciò anche così la crisi della mezzadria: col dischiudersi di un mondo nuovo agli occhi di chi non aveva visto altro che campi di grano e stallette di maiali.

appunti/mariano.txt · Ultima modifica: 09/07/2016 15:45 (modifica esterna)