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La filosofia hacker

Una nuova idea di programmazione del computer

Il lavoro è stato prodotto dagli hackers del punto paas di Abbadia
rielaborando il materiale liberamente distribuito da: 1)2)

Un idoneo punto di partenza dal quale procedere per vagliare il processo di produzione di sapere in rete può essere fornito dall'analisi delle linee guida del movimento hacker, osservando come nasce la condivisione di conoscenza (inizialmente da intendersi prettamente informatica) in Rete. Si ritiene dunque indispensabile dedicare particolare attenzione alle origini di questo movimento e al suo sviluppo, sia a livello storico sia a livello etico, in quanto gli hacker hanno il merito di aver inventato una vera e propria “pratica”: un modo ben preciso e peculiare di fruire la macchina informatica.

La storia del movimento ha inizio negli anni '50, negli Stati Uniti, attorno a due poli universitari fondamentali: la già citata Università di Berkeley e quella di Stanford, entrambe con sede in California. Altro punto nevralgico è da ricercarsi nel MIT (Massachusett Institute of Technology).

Come già detto, il momento particolarmente vivace dal punto di vista ideologico, con la diffusione di idee a carattere libertario, il fiorire di intelligenze acute e interessate all'ambito informatico e un mutamento tecnologico sempre presente furono tutti elementi indispensabili per costituire terreno fertile per la nascita di un nuovo movimento: giovane, un po' ribelle, tecnologicamente istruito.

Si può tentare una definizione di tale figura attingendo dagli studi di Manuel Castells. Il termine “hacker”, come rilevato dall'autore, viene spesso confuso, a torto, con quello del “cracker”, o del pirata informatico: «Gli hacker non sono ciò che raccontano i media. Non sono esperti informatici irrequieti, ansiosi di crackare codici, penetrare illegalmente nei sistemi o portare il caos nel traffico informatico. Quelli che si comportano così sono chiamati “crackers”1».

In realtà, l'hacker è colui che cerca di risolvere tendenzialmente un problema informatico che ha incontrato durante la sua “esplorazione” personale, un bug in cui si è imbattuto per caso. È colui che tende ad accrescere in maniera costante la propria conoscenza tecnologica per aver maggior padronanza di tecniche e linguaggi, in modo da essere in grado, poi, di ampliare o modificare a sua discrezione il software.

La storia degli hacker ha inizio dunque nelle università e, in particolare, tra i primi gruppi di studenti che si riunirono intorno all'Homebrew Computer Club di Berkeley, costituitosi nel 1973. Il loro sogno, più vicino a un'utopia forse, era quello di rendere l'informatica libera e aperta a tutti: a livello puramente tecnico, essi erano caratterizzati dal loro stesso scarso interesse per linguaggi di programmazione di alto livello e già troppo distanti dal funzionamento di base. Questo ha dimostrato quanto l'ideologia fosse fortemente radicata ai valori libertari e comunitari, in quanto si puntava ad un'informazione che doveva essere libera e condivisibile da tutti coloro che lo volessero, senza ostacoli o difficoltà tecniche.

Con la nascita e la diffusione di ARPANET, nella seconda metà degli anni '60, la Rete divenne il veicolo principale per la diffusione delle idee e delle prospettive hacker, e non solo. Ci fu, in breve tempo, la creazione di una vera e propria comunità di rete, una tribù legata da ideali e comuni obiettivi, in grado di mettersi in comunicazione attraverso la nuova tecnologia delle BBS, come si diceva ideata proprio all'interno dell'Homebrew Computer Club.

Ma osservando attentamente il movimento hacker si può notare come in realtà abbia vissuto due grossi momenti fondamentali: una prima fase, di tipo “etico”, e una seconda fase, per lo più “pragmatica”. Per il primo passo è essenziale l'operato di R. M. Stallman, mentre per la seconda si concentrerà l'attenzione su Eric Raymond.

Al di là del più generico desiderio di condividere informazioni e sapere, il movimento hacker si è contraddistinto per il progetto del “free software”, in altre parole quel software il cui codice sorgente è liberamente distribuito in modo che chiunque possa ampliarlo o modificarlo e a sua volta ridistribuirlo. Nel tracciare le linee-guida del profilo “etico” di questo nuova idea di diffusione informatica, è fondamentale, come si è detto, la figura di Richard Marshall Stallman.

La filosofia di Richard M. Stallman

Così Richard M. Stallman definisce il concetto di software libero, ogni volta che viene interpellato sul suo significato: «Il free software è libero, non gratuito: dovete pensare al concetto di libertà di parola, piuttosto che a quello di birra gratis2». Ciò significa che il software può essere usato, copiato, modificato e distribuito da chiunque, gratis o a pagamento, a discrezione di colui che compie l'azione di diffonderlo.

La storia biografica di Stallman riflette, anche soltanto nei suoi tratti principali, quanto l'esperienza lavorativa abbia influito e condizionato l'hacker nel definire i capisaldi dell'ideologia.

Il «grande filosofo», così definito da Linus Torvalds3, entrò nella comunità hacker quando nel 1971 si trovava al MIT, più precisamente al Laboratorio di Intelligenza Artificiale. Stallman e colleghi stavano lavorando ad un nuovo sistema operativo4, pensato perché tutti potessero accedere liberamente e sempre, quindi privo di qualunque forma di password o restrizione. Quando al MIT iniziarono ad esserci pressioni perché venissero introdotte le chiavi d'accesso, Stallman diede inizio ad un'azione sovversiva a livello informatico. Egli scoprì le password che erano state inserite e chiese a coloro che erano stati indotti a utilizzarle di smettere di farne uso. Un quinto sul totale delle persone che lavoravano lì condivisero la proposta di Stallman: una vittoria per la nascente ideologia hacker.

La gloria incondizionata durò relativamente poco.

Proprio negli stessi anni '70, più precisamente il 31 gennaio 1976, Bill Gates, fondatore dell'astro nascente nell'industria software, la Microsoft, scrisse una lettera aperta dove si pose la domanda che nessuno all'Homebrew aveva finora osato porsi: «Chi può permettersi di lavorare gratis?». In breve, con la nascita e lo sviluppo rapidissimo della nuova casa di produzione di programmi, la Microsoft, il mercato libero del software cui i programmatori erano stati abituati fino ad allora svanì, per lasciare spazio allo scambio controllato del software proprietario.

Stallman si ritrovò di fronte a un grosso problema etico: il software proprietario era in quel momento indispensabile ai sistemisti del laboratorio di Intelligenza Artificiale del MIT, ma ciò significava dover cedere alle leggi di un mercato che voleva prescindere dalla condivisione del software e più in generale dalle idee creative che avrebbero potuto liberamente contribuire a migliorarlo. Così Stallman si impegnò nel ricercare un'alternativa alla proprietà intellettuale sul software. Egli condusse questa ricerca impegnandosi in modo totalizzante, assumendola come una «missione», come ama ricordare ancora oggi.

Nel 1984 Stallman, non volendo sottomettersi ai cambiamenti che si scontravano con la sua filosofia, disse addio al MIT e si dedicò allo sviluppo di un nuovo sistema operativo5 compatibile con Unix, che era allora il più diffuso. Egli chiamò il suo sistema operativo GNU6: era completamente libero. Si era reso disponibile il codice sorgente, in altre parole quelle singole unità, i programmi simili a quelli che costituivano Unix.

La filosofia di Richard Stallman è sempre stata mantenuta dal suo ideatore senza cedimenti, grazie anche ai toni notevolmente estremistici e radicalmente ideologici della stessa. La visione estrema della cooperazione come unica via possibile e auspicabile per la creazione di software libero di Stallman l'ha condotto a diverse iniziative, tra cui la fondazione della FSF (Free Software Foundation) e l'ideazione di una nuova forma di diritto d'autore, definito copyleft.

L’organizzazione “Free Software Foundation”

Alla base di GNU e della sua più importante applicazione, Emacs7, Stallman decise di porre un'organizzazione non-profit basata su contributi di tipo volontario, sotto forma di lavoro e quindi di manodopera, o di finanziamento in denaro. Quest'organizzazione ha avuto il merito di radunare, intorno a GNU e al suo ideatore, un gruppo permanente di professionisti che potessero garantire sviluppo costante e assistenza al progetto.

Al di là del compito di radunare sviluppatori dello specifico progetto, la Free Software Foundation si è fatta esponente e punto di riferimento del progetto “etico” cui Stallman ha dato vita, per l'appunto quello che ha alla base il software libero. La FSF, per Stallman, ha incarnato una nuova possibilità di ricreare le condizioni di lavoro che vigevano al MIT nei primi anni della sua presenza al laboratorio di Intelligenza Artificiale, dove si assisteva e si contribuiva ad un processo di creazione costantemente attivo intorno ad un prodotto passibile di modifica in ogni momento.

Per dirla con gli autori Berra e Meo: «Le ragioni di fondo del progetto di Stallman richiamano l'importanza di costruire e mantenere un legame sociale all'interno della comunità dei produttori e utilizzatori del software, giacché il valore principale del prodotto è rappresentato dal valore d'uso per la comunità e non da quello puramente economico legato al guadagno8».

Il sogno di Stallman era dunque quello di una cooperazione libera e costruttiva, una sorta di rivoluzione lavorativa, ma soprattutto sociale.

Il concetto di “copyleft”

L'altro fondamentale risultato dell'opera di teorizzazione compiuta da Stallman è il concetto di copyleft. Come egli stesso afferma, il copyleft è un termine che mira a «capovolgere il diritto d'autore». Il copyleft, tradotto liberamente dallo stesso suo creatore con “permesso d'autore”, è ciò che sancisce il pubblico dominio del software libero e il diritto-dovere di distribuirlo. Il copyleft fa riferimento alla licenza che viene associata al software libero, ovvero la GNU GPL9 (GNU General Public Licence), che sancisce che ognuno può fare qualsiasi cosa col prodotto, salvo limitare la stessa libertà degli altri utenti.

La GNU GPL è la prima licenza che non risponde alle esigenze del governo o dell'azienda che rilascia il programma, ma a quelle della comunità che l'ha creato. Con il copyleft e la licenza GNU GPL si tenta di dare ordinamento giuridico a un mercato libero come il prodotto che ha alla base. Come l'intera ideologia di Richard Stallman, si cerca un'alternativa al sistema commerciale dominante, dove il software non debba necessariamente essere obiettivo di appropriazione da parte delle aziende distributrici, ma possa rimanere il frutto di una libera cooperazione creativa, che tollera solo il coordinamento della Free Software Foundation.

L'elemento fondamentale intorno a cui si snoda il concetto di copyleft è il codice sorgente. Alla base dell'etica hacker vi è appunto l'idea che il codice sorgente di qualunque applicazione rimanga libero e distribuibile, oltre che perennemente aggiornabile e modificabile da qualunque programmatore nel mondo che decida di farlo.

È su questa filosofia che si basa, ad esempio, il sistema operativo Linux e l'intero movimento hacker e open-source: l'aspetto più importante è che il software funzioni, a scapito della proprietà intellettuale, che viene serenamente sacrificata a favore dei principi di cooperazione e sviluppo continuo.

Bibliografia

1: Paruzzi Valentina, Produrre sapere in rete in modo cooperativo - il caso Wikipedia - Parte Prima - Il processo di cooperazione in rete, 2004

files la filosofia hacker

la filosofia hacker
la filosofia hacker

Discussione

adriano, 16/06/2015 21:42, 16/06/2015 21:46

casa dei Tamagnini, in mezzo alla strada((Lauretana) la macchina di “Porsenna

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start/chi_siamo/adriano.txt · Ultima modifica: 25/10/2016 22:42 da adriano