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Appunti su Gadda

Gadda ha una formazione tecnica (era ingegnere), corredata da una cultura classica notevole, italiana e latina; questo complesso e ricco patrimonio culturale è messo a servizio di una scrittura che oltre al recupero del linguaggio letterario si basa sulle conoscenze tecnico-scientifiche e sui parlari italiani (milanese, toscano, romanesco, centroitaliano).

I sinonimi

Il linguaggio gaddiano si presenta dunque come una specie di “pastiche” denso e complesso in cui molta importanza assume l’uso dei cosiddetti sinonimi. Gadda infatti è convinto che il rapporto causa-effetto è semplicistico e che la realtà è multiforme e sfuggevole; per questo la rappresentazione del mondo, per poter raggiungere una qualche verità e oggettività, ha bisogno di tutte le parole del vocabolario e, se queste non bastano, occorre ricorrere ad altre lingue, vive o morte, e ai dialetti. In sostanza una sola parola coglie solo alcuni aspetti dell’oggetto o del fenomeno, per cui i sinonimi diventano necessari. Si arriva così ad un’esuberanza linguistica quasi barocca. Allo stesso modo, la realtà non essendo frutto del semplicistico rapporto di causa-effetto, ma di un rapporto di molte concause-effetto, non può essere rappresentata ed interpretata e compresa tramite un lineare racconto di una vicenda, ma da un insieme di linee narrative che si intrecciano in maniera ingarbugliata. La vita è uno gliòmmero1) e la scrittura che la rappresenta non può essere lineare e chiara.
(Un antecedente del Gadda può essere il milanese scapigliato Carlo Alberto Pisani Dossi – vedi per es. La desinenza in A, romanzo piuttosto misogino ma interessante dal punto di vista della scrittura) Vista questa complessità è difficile portare a termine una vicenda: se la mia vita e le mie vicende e i miei comportamenti sono condizionati da questo e da quello, dalla situazione politica, da quella economica, dalla guerra nel Kossovo, dalla scoperta del genoma, ecc. ecc, lo scrittore è costretto, per dare di me un’immagine il più possibile veritiera, a parlare di tutte queste cose. Così lo scrittore decide che non è necessario sviluppare una storia fino alla fine; egli si ferma là dove gli appare di aver detto tutto sul mondo e sugli uomini; non c’è un romanzo gaddiano che abbia una conclusione della trama, tutto resta aperto; ma il lettore attento, alla fine del libro, è soddisfatto lo stesso, perché ha potuto leggere nel mondo, nel cervello dell’autore e nel proprio. Ed in più ha affrontato una lettura impegnativa che alla fine lo fa sentire sazio di letteratura.

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana assume l’aspetto di un giallo; c’è stato un delitto e l’ispettore Ingravallo deve trovare l’assassino.
Le indagini si muovono nell’atmosfera della Roma borghese durante il fascismo: sotto il perbenismo si nasconde lo squallore. Ingravallo è costretto a rimestare nella melma dell’ipocrita morale borghese, nella miseria economica e culturale del sottoproletariato delle borgate romane; si aggira per i palazzi grigi di via Merulana e per la questura, si avventura nella campagna che confina con l’Urbe. Quando sta per arrivare alla conclusione, il romanzo finisce.
Il lettore rimane perplesso, ma poi capisce che non è importante sapere chi è l’assassino. Comprende invece che, attraverso lo studio degli ambienti e dei personaggi, lo scrittore gli ha mostrato come lui vede il mondo e come lo giudica. Il tutto con un tono che oscilla tra il dolore e l’ironia.

La cognizione del dolore

La Cognizione del dolore è ancora più complicata dal punto di vista narratologico (ma chi ha letto la Coscienza di Zeno di Svevo non può avere problemi); l’esile trama serve solo a conoscere il dolore dell’esistenza (la cognizione del dolore, appunto).
L’opera ha avuto una genesi strana: negli anni trenta Gadda scrisse un racconto lungo, imperniato sui rapporti tra lui e la madre; qualche anno dopo ne scrisse un altro, dello stesso argomento, ma senza legami col primo.
Poi negli anni 40 un altro brano ancora. Successivamente Gadda scrisse altre tratte (così le chiama) che servissero ad unificare le prime tre e dare al tutto una certa unità di composizione. Va da sé che le tratte sono legate tra di loro solo dalla volontà del narratore e non dallo sviluppo delle vicende, che non ci sono, in effetti. La storia è semplicissima: in una villa della Brianza vive una signora il cui figlio va e viene da Milano. Tra i due c’è incomprensione. Il figlio addirittura sembra che odi la madre, la villa dove abita e le amicizie contratte in loco (contadini, serve, il dottore, ecc.). Dopo una furibonda lite, cui assiste il contadino, il figlio parte per Milano. Durante la notte la signora è assassinata. Chi l’ha uccisa? Il figlio che la odiava? Oppure un membro del Nistitùo de vigilancia para la noche (una specie di polizia privata, metronotte, in divisa nera che qui simboleggia il fascismo) perché la signora e il figlio si rifiutavano di pagare la quota della vigilanza (la tessera del PNF)? Qui finisce il romanzo.
Nei primi capitoli c’è una lunga digressione sugli invalidi di guerra. Gadda aveva fatto la I Guerra Mondiale, era stato prigioniero in Austria, ma al ritorno non aveva chiesto allo Stato nessuna pensione. Altri, invece, avevano denunciato ferite ed invalidità false per ottenere posti di lavoro. La storia della scoperta di alcune di queste falsità riempie molte pagine esilaranti. Che c’entra questo col romanzo? C’entra per il fatto che uno dei vigili notturni, di guardia la notte dell’assassinio, aveva una gamba di legno! Che, naturalmente non poteva permettergli di inseguire gli autori del misfatto. Lo sdegno e il sarcasmo del Gadda raggiungono l’acme. Poi ci sono pagine indimenticabili sulle ville brianzole costruite da tutti gli arricchiti di Milano, tra cui anche il padre del Gadda; con altre esilaranti pagine di un fulmine caduto su una di quelle e trasmessosi per reti e tubature ad altre ville: qui l’ingegner Gadda sfrutta tutte le sue conoscenze tecnicoscientifiche con somma ironia. Poi ci sono le pagine dolenti: il colloquio del figlio col dottore, quelle dei vari colloqui e della lite con la madre. Infine l’ultimo capitolo con la vicenda dell’assassinio.
Anche qui molti livelli di scrittura e di lettura. Intanto il rapporto figlio-madre-villa. Il padre di Gadda morì giovane, lasciando la famiglia quasi in miseria e con la costruzione della villa avviata. La madre, per rispetto della memoria del marito la vuole finire: ma le risorse finanziarie non ci sono, per cui obbliga se stessa e i figli al risparmio: niente scarpe nuove, vestiti rivoltati, ecc. Tutti i soldi vengono spesi per la villa. Gadda non perdonerà mai a sua madre il fatto di essere andato con i pantaloni rattoppati a scuola e di aver speso tutto in una villa inutile a loro (nel 1936, alla morte della madre, G. vendette la villa). La vicenda della villa è così ossessiva, che Gadda sceglie come cognome del protagonista, Gonzalo, il termine Pirobutirro, che è il nome latineggiante di una varietà di pero che suo padre aveva commissionato per l’orto della villa. Pare che il romanzo sia stato scritto avendo davanti il progetto della villa, i promemoria del padre sull’orto, il giardino e il resto.
La cognizione del dolore non è semplice, proprio perché il mondo è complesso, come si è detto a proposito del Pasticciaccio. Anche qui le concause e la complessità della scrittura. Stavolta Gadda finge che la vicenda si svolga nell’America del Sud (dove lui aveva lavorato), per cui italiano e spagnolo si intrecciano, spesso sposandosi con parole lombarde come banzavois (= pancia vuota) per indicare il mais (con un’altra digressione sulle colture brianzole minacciate dalla grandine e dalla peronospora), o Serruchon, per indicare il Resegone (citazione manzoniana). Ci sono anche frecciate contro l’astronomo di Castel del Piano (cioè Carducci che in una poesia fa tramontare il sole a nord) e citazioni classiche come quella di Svetonio a proposito della morte di Cesare, riportata nell’episodio della violenta discussione tra madre e figlio (visti come Cesare e Bruto che ha colpito col pugnale il padre adottivo).
Mariano Fresta  

1)
una matassa ingarbugliata
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progetti/letteratura/fresta/gadda.txt · Ultima modifica: 07/07/2016 10:23 (modifica esterna)